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La responsabilità del medico specializzando

21 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 21 dicembre 2015



Anche il medico specializzando, in quanto dotato di autonomia vincolata, può avere una posizione di garanzia nei confronti del paziente e quindi assumere la responsabilità dell’attività svolta.

La questione della colpa professionale assume aspetti particolari nei confronti del medico specializzando.

La disciplina della formazione dei medici specialisti è contenuta nel D.Lgs. 368/1999, il cui art. 20, co. 1, lett. e) prevede che l’ottenimento del diploma di medico chirurgo specialista è subordinato tra l’altro, alla «partecipazione personale del medico chirurgo candidato alla specializzazione, alle attività e responsabilità proprie della disciplina». Già questa premessa consente di affermare che il medico specializzando non è un mero spettatore esterno, estraneo alla comunità ospedaliera; egli, infatti, partecipa alle attività della struttura nella quale si svolge la sua formazione.

Le concrete modalità di svolgimento della formazione — che può avvenire in un ateneo specializzato, in un’azienda ospedaliera o in un istituto accreditato (art. 20, co. 1, lett. d)) — sono disciplinate dagli artt. 34 ss.

In particolare, l’art. 37 prevede l’iscrizione alle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia con la stipula di un contratto annuale, rinnovabile, di formazione specialistica. Con la sottoscrizione del contratto il medico in formazione specialistica «si impegna a seguire, con profitto, il programma di formazione svolgendo le attività teoriche e pratiche previste dagli ordinamenti e regolamenti didattici. … Ogni attività formativa e assistenziale dei medici in formazione specialistica si svolge sotto la guida di tutori …» (art. 38, co. 1).

Il comma 2 dell’art. 38 prevede, poi, che sia individuato «il numero minimo e la tipologia degli interventi pratici che essi devono aver personalmente eseguito per essere ammessi a sostenere la prova finale annuale».

Infine, il comma 3 del medesimo articolo precisa che «la formazione del medico specialista implica la partecipazione guidata alla totalità delle attività mediche dell’unità operativa … nonché la graduale assunzione di compiti assistenziali e l’esecuzione di interventi con autonomia vincolate alle direttive ricevuta dal tutore … In nessun caso l’attività del medico in formazione specialistica è sostitutiva del personale di ruolo».

È da notare che l’art. 46, co. 3 ha espressamente abrogato il D.Lgs. 257/1991, il cui art. 4 (diritti e doveri dello specializzando) prevedeva una disciplina in parte sovrapponibile a quella vigente, in particolare per quanto riguarda il numero e la tipologia degli interventi pratici che lo specializzando deve avere personalmente eseguito per essere ammesso alla prova finale annuale.

Quanto alla partecipazione alle attività, la nuova normativa ha confermato che questa deve riguardare la totalità delle attività mediche, ma ha accentuato il potere-dovere di controllo del tutore. Inoltre, la nuova normativa non menziona più, tra le attività mediche, le guardie e l’attività operativa per le discipline chirurgiche, apparendo ispirata a una maggiore gradualità: si parla, infatti, di «graduale assunzione di compiti assistenziali e l’esecuzione di interventi con autonomia vincolata alle direttive ricevute dal tutore».

L’espressione che meglio fotografa questo rapporto è quella, usata dalla legge, dell’autonomia vincolata: l’autonomia decisionale del medico specializzando non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica (soprattutto per quei settori che non sono bagaglio culturale comune del medico non specializzato), la loro attività è caratterizzata da limitati margini di autonomia e svolta sotto le direttive del tutore.

L’autonomia riconosciuta dalla legge, sia pure vincolata, non può dunque che ricondurre allo specializzando le conseguenze delle attività da lui compiute, il quale, se non si ritiene in grado di compierle, deve rifiutarle, perché diversamente se ne assume la responsabilità (colpa per assunzione).

Lo specializzando non è un mero strumento del suo tutore: anche se quest’ultimo prescrive una determinata cura, lo specializzando, nei limiti delle sue competenze, deve rifiutarsi di avallare terapie che, secondo il livello di perizia e diligenza da lui esigibile, appaiono palesemente incongrue.

Tutto ciò deve essere valutato in conformità con la gradualità di assunzione di responsabilità che la ricordata normativa espressamente prevede. È ovvio che diversi saranno gli interventi, anche critici, esigibili dal medico all’inizio della specializzazione rispetto a quelli che si richiedono a chi la formazione la sta facendo da anni.

Insomma, il tutore deve fornire allo specializzando le sue direttive, deve controllarne le attività svolte, deve verificare i risultati e consentirgli di apprendere quanto necessario per il futuro svolgimento autonomo della professione specialistica, verificando la correttezza delle attività svolte.

Le sentenze della Cassazione sono tutte orientate ad affermare il principio di autonomia vincolata in precedenza delineato.

Così, si è affermato che:

– il medico specializzando non è un mero esecutore di ordini, ma è titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente affidato alle sue cure e risponde degli eventi dannosi verificatisi per l’inosservanza delle leggi dell’arte medica, mentre il medico tutore risponde del mancato controllo delle attività svolte dallo specializzando sotto la sua direzione;

– il personale svolgimento di attività operatoria da parte dello specializzando comporta l’assunzione diretta, anche da parte sua, della posizione di garanzia nei confronti del paziente, condivisa con quella che fa capo a chi impartisce le direttive (secondo i rispettivi ambiti di pertinenza e incidenza), sicché anche su di lui incombe l’obbligo dell’osservanza delle leges artis, che hanno per fine la prevenzione del rischio non consentito o dell’aumento del rischio, con la conseguenza che non lo esime da responsabilità la passiva acquiescenza a una direttiva sbagliata, avendo egli l’obbligo di astenersi dall’operare;

– del reato commesso dal medico specializzando, esecutore materiale dell’intervento chirurgico, risponde anche il primario cui lo specializzando è affidato, il quale, allontanandosi durante l’operazione, viene meno all’obbligo di partecipazione diretta agli atti medici posti in essere dallo specializzando a lui affidato;

– è responsabile lo specializzando che prosegue, con esito mortale, un intervento operatorio iniziato dal capo équipe il quale abbia lasciato la sala operatoria incaricando lo specializzando di concludere l’intervento.

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1 Commento

  1. L’orientamento ad attribuire allo specializzando di chirurgia la responsabilità di errori nell’intervento dall’esito mortale in assenza (ingiustificabile) del personale di ruolo/primario, ecc è del tutto non condivisibile anzi sconcertante visto che il medico specializzando è uno studente in formazione presso la Scuola universitaria, ossia formalmente affidato al proprio Ateneo di appartenenza per lo svolgimento di attività di apprendimento teorico e pratico. Non so a quale giurisprudenza si stia facendo riferimento. Spero si tratti soltanto di opinioni personali. diversamente lo troverei fuorviante e giuridicamente infondato. Lo studente non può rispondere legalmente per l’esito di una prova durante un periodo di formazione scolastica sotto la supervisione di un responsabile di ruolo. Ne risponde quest’ultimo che ne ha assunto l’affidamento. Prego di consultare al riguardo il cod. civ., ecc.

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