Professionisti Consenso informato e deontologia medica

Professionisti Pubblicato il 22 dicembre 2015

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> Professionisti Pubblicato il 22 dicembre 2015

Il nuovo codice deontologico della professione medica vieta al medico di intraprendere qualsiasi attività diagnostica o terapeutica in mancanza di consenso informato del paziente.

Anche il nuovo Codice di deontologia medica, approvato il 18-5-2014, si occupa del consenso informato, stabilendo, all’art. 35, che il medico non deve intraprendere attività diagnostica o terapeutica senza l’acquisizione del consenso informato o in presenza del dissenso informato del paziente».

L’art. 33, inoltre, precisa che «il medico garantisce alla persona assistita o al suo rappresentante legale un’informazione comprensibile ed esaustiva sulla prevenzione, sul percorso diagnostico, sulla diagnosi, sulla prognosi, sulla terapia e sulle eventuali alternative diagnostico-terapeutiche, sui prevedibili rischi e complicanze, nonché sui comportamenti che il paziente dovrà osservare nel processo di cura. Il medico adegua la comunicazione alla capacità di comprensione della persona assistita o del suo rappresentante legale, corrispondendo a ogni richiesta di chiarimento, tenendo conto della sensibilità e reattività emotiva dei medesimi, in particolare in caso di prognosi gravi o infauste, senza escludere elementi di speranza. Il medico rispetta la necessaria riservatezza dell’informazione e la volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione, riportandola nella documentazione sanitaria. Il medico garantisce al minore elementi di informazione utili perché comprenda la sua condizione di salute e gli interventi diagnostico-terapeutici programmati, al fine di coinvolgerlo nel processo decisionale».

L’art. 33 del Codice deontologico prevede, pertanto, la possibilità, per il paziente, di indicare terze persone quali destinatarie dell’obbligo informativo, prevedendo così una sorta di «diritto a non essere informato»: il paziente, pur rifiutando ogni informazione, potrà indicare una o più persone (parenti, amici, operatori sociali, medici di famiglia ecc.) alle quali i sanitari potranno fornire notizie sulla malattia.

In tale ipotesi, peraltro, si pone il problema di stabilire entro quali limiti la persona indicata avrà il potere di adottare, sulla base dei dati ricevuti, decisioni vincolanti per conto del paziente e se il ricorso ai modelli civilistici della rappresentanza siano opportuni e raccomandabili in una materia così delicata come quella medica.

Infine, non bisogna dimenticare la necessità che ogni decisione del paziente in ordine al rifiuto di essere informato e all’indicazione di eventuali persone deputate a riceverlo deve essere annotata nella cartella clinica, per evitare equivoci e consentire a tutti gli operatori sanitari di venire a conoscenza di quella decisione.

Lo stesso Codice di deontologia medica prevede, che il medico redige la cartella clinica, documento essenziale del ricovero, con completezza, chiarezza e diligenza e ne tutela la riservatezza; riporta nella cartella clinica i dati relativi alla condizione clinica e alle attività diagnostico-terapeutiche praticate; registra il decorso clinico-assistenziale nel suo contestuale manifestarsi o nell’eventuale pianificazione anticipata delle cure nel caso di paziente con malattia progressiva, garantendo la tracciabilità della sua redazione; registra nella cartella clinica i modi e i tempi dell’informazione e i termini del consenso o dissenso della persona assistita o del suo rappresentante legale, anche relativamente al trattamento dei dati sensibili, in particolare in casi di arruolamento in protocolli di ricerca (art. 26).

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