HOME Articoli

Lo sai che? Patti prematrimoniali: rapporti tra etica, sentimenti e diritto

Lo sai che? Pubblicato il 27 dicembre 2015

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 27 dicembre 2015

I patti prematrimoniali, le unioni civili, i contratti di convivenza: dove non riesce la politica, intervengono i giudici.

In una sentenza dello scorso mese di Agosto 2015, la Corte di Cassazione aveva stabilito che i coniugi possono, nell’ambito di una separazione, contrarre liberamente accordi che riguardano i loro rapporti patrimoniali assumendo impegni di vero e proprio carattere contrattuale, senza che il Giudice possa intervenire sul merito degli stessi [1].

Questa libertà di determinazione riguarda separazioni – ma la stessa cosa è a dirsi per lo scioglimento del matrimonio o degli effetti civili del matrimonio – nelle quali non vengono coinvolti interessi superiori a quelli considerati “disponibili”, cioè lasciati alla libera determinazione degli interessati. Vi sono, infatti, aspetti del matrimonio sui quali lo Stato, attraverso la Magistratura, ha l’obbligo di vigilare perché hanno un rilievo pubblico: la prole, il suo affidamento, il suo mantenimento. Non è tuttavia da escludere che queste stesse problematiche si pongano tra persone che, pur non sposate, vivono un rapporto di convivenza.

La Suprema Corte è tornata recentemente sull’argomento dei patti prematrimoniali con una sentenza del 3 dicembre 2015 [2] nella quale ha confermato il principio per cui si potrebbero ipotizzare accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico.

Al riguardo, quindi, la giurisprudenza della Corte è variamente intervenuta attraverso una complessa evoluzione verso una più ampia autonomia negoziale dei coniugi e verso una considerazione del rapporto di coppia molto più pragmatica di quella emergente dalle norme statali.

Questa considerazione degli accordi patrimoniali tra coniugi come contratto vincolante riprende, come è noto, principi consolidati nella legislazione anglosassone; una legislazione nella quale i rapporti personali vengono chiusi all’interferenza dello Stato perché riguardanti libertà private, a differenza di quanto avviene nell’ordinamento giudico italiano.

Nella legislazione italiana, dunque, non esistono i patti prematrimoniali così come non esistono, ufficialmente, gli “accordi di convivenza”: è prevedibile che il Parlamento se ne occupi, prima o poi – meglio prima, che poi… – ma, attualmente, si tratta di figure lasciate alla fantasia delle parti ed anche, per la verità, alla lungimiranza dell’Associazione del Notariato che sugli “accordi di convivenza” ha diramato direttive per i Notai, sostanzialmente recependo nella pratica istituti non presenti nel sistema giuridico.

Nel nostro ordinamento giuridico prevale, invece, una concezione pubblicistica del matrimonio e dei procedimenti di separazione e divorzio che è di ostacolo all’ammissibilità degli istituti dell’esperienza anglosassone.

Ciò non toglie, però, che il nostro legislatore abbia il dovere di prendere atto delle trasformazioni sociali in corso, disciplinando situazioni che già esistono nella realtà, e che corrono il rischio di lasciare il campo ad aberrazioni, se non sono legislativamente disciplinate.

Che fine hanno fatto le proposte sulle “unioni civili”?

I vari progetti di legge giacciono da anni nelle Commissioni parlamentari e si ricorda l’iniziativa sui “DICO” del Governo Prodi nel 2006/2008 alla quale fece seguito il “Family day”, organizzato dagli oppositori a tale progetto di regolamentazione dei rapporti tra coppie monogame o eterologhe, ma non unite in matrimonio.

Le discussioni su questioni sensibili come quelle sull’etica della famiglia, non sono facili: il sistema giuridico non può, però, fingere di ignorarle, lasciando il campo alla funzione suppletiva della giurisprudenza. Una giurisprudenza che, come nel caso delle sentenze di cui abbiamo detto all’inizio, fa da battistrada all’innovazione, ma rischia di creare confusione in un sistema come il nostro che non si basa sul “common law”, cioè sulle sentenze come fonte del diritto.

Per concludere.

Il significato etico della famiglia come emerge dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione non può essere sacrificato sull’altare del modernismo: occorre trovare il giusto equilibrio tra i principi sui quali si fonda la nostra organizzazione statuale e ciò che la società plasma di giorno in giorno con la sua evoluzione culturale.

I diritti ereditari, i rapporti economici, il diritto alla casa, alla solidarietà personale tra conviventi, non sono argomenti da considerare diversamente a seconda che siano stati -o meno – ratificati dall’ufficiale d’anagrafe.

Lasciate a chi scrive di credere fermamente nella famiglia tradizionale e di continuare a considerare poetica la descrizione che di essa emerge dalla Carta costituzionale: il matrimonio ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi; il dovere e diritto dei genitori a mantenere, istruire ed educare i figli.

Consentitegli di rileggere, insieme a voi, l’articolo 143 del Codice Civile, sintesi encomiabile di principi etici e regole civilistiche; una norma creata da un grande legislatore: “Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.

Ma lasciate a chi scrive di chiedersi se le stesse regole non riguardino anche il caso di chiunque voglia costruire insieme ad un altro un sentiero di vita comune; di ricordare con simpatia quel motivetto che dall’inizio di queste note gli frulla per la mente, insieme al vestito bianco di Modugno nella affollata piazza di paese, in una calda serata di giugno.

Il nostro anniversario, non è sul calendario…

note

[1] Cassazione civile, sez. I, 19/08/2015, n. 16909. “L’accordo mediante il quale i coniugi pongono consensualmente termine alla convivenza può racchiudere ulteriori pattuizioni, distinte da quelle che integrano il suo contenuto tipico e che ad esso non sono immediatamente riferibili: si tratta di quegli accordi che sono ricollegati in via soltanto estrinseca con il patto principale, relativi a negozi i quali, pur trovando la, loro occasione nella separazione consensuale, non hanno causa in essa, risultando semplicemente assunti “in occasione” della separazione medesima, senza dipendere dai diritti e dagli obblighi che derivano dal perdurante matrimonio, ma costituendo espressione di libera autonomia contrattuale al fine di regolare in modo tendenzialmente completo tutti i pregressi rapporti, e che sono del tutti leciti, secondo le ordinarie regole civilistiche negoziali e purché non ledano diritti inderogabili. In particolare, l’accordo mediante il quale i coniugi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano la vendita a terzi del bene immobile (e, segnatamente, come nella specie, di quello che costituisce la casa familiare) e l’attribuzione del ricavato pro parte a ciascun coniuge, in proporzione del denaro che abbia investito nel bene stesso, dà vita ad un contratto atipico, il quale, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico ai sensi dell’art. 1322 c.c., è caratterizzato da una propria causa, rispondendo ad un originario spirito di sistemazione, in occasione dell’evento di separazione consensuale, dei rapporti patrimoniali a pure maturati nel corso della convivenza matrimoniale”.

[2] Cass. Sez. III, 3/12/2015 n. 24621. “L’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012). Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullità dell’atto o alla capacità delle parti, ma pure alcuni più specifici (ad es. relativi ai vizi di volontà”.

Su questo portale vedi: Separazione: valida la scrittura privata non omologata tra i coniugi


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI