L’esperto | Articoli

Il precetto: l’intimazione di pagamento e spese

25 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 25 dicembre 2015



L’intimazione contenuta all’art. 480, co. 1, c.p.c., le spese di precetto.

 

Occupiamoci del contenuto dell’atto di precetto di cui al primo comma dell’art. 480 c.p.c. e, in particolare, ai singoli elementi di “consistenza”.

La Cassazione si è dovuta spesso occupare di una problematica con la quale l’operatore del diritto incrocia spesso il proprio cammino: quali sono i requisiti richiesti dall’art. 480, co. 1, c.p.c., a pena di nullità? A partire dagli anni Novanta (sent. 11281/1993), la Cassazione ha specificato che unico requisito richiesto a pena di nullità è costituito dall’indicazione della somma domandata in base al titolo esecutivo, non anche l’indicazione del procedimento logico-giuridico e del calcolo matematico seguiti per determinarla; questo orientamento è stato negli anni confermato dalla medesima Corte di Cassazione.

 

Nella sentenza 4008/2013, la Cassazione, confermando l’orientamento tradizionale ha chiarito che: «L’intimazione di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo – contenuto nel precetto a norma dell’art. 480, 1º comma, c.p.c. – non richiede, quale requisito formale a pena di nullità, oltre alla indicazione della somma domandata in base al titolo esecutivo, anche quella del procedimento logico-giuridico e del calcolo matematico seguiti per determinarla» (tratta da Il Foro Italiano, ed. 2015).

In tema, poi, di obbligazione di fare o di non fare, il precetto può anche contenere l’intimazione di pagamento delle spese del precetto medesimo e della sua notifica perché queste, essendo il precetto un atto che precede l’esecuzione, non rientrano tra le spese di esecuzione che possono essere liquidate solo dal giudice al termine dell’esecuzione o nel corso di essa, ai sensi dell’art. 614 c.p.c. Si noti: “può anche contenere”; dunque, oltre all’intimazione di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo. L’intimazione ad adempiere, quindi, può essere relativa a più obblighi, risultanti da uno stesso titolo.

Altra questione è se sia possibile intimare, con uno stesso atto di precetto, più prestazioni anche di natura diversa, in funzione dell’avvio di processi di esecuzione forzata di natura eterogenea, problema che analizzeremo in seguito.

Le spese di precetto

Limitiamo, per il momento, il nostro esame alle spese dell’atto di precetto. Secondo la Giurisprudenza, il precetto può contenere anche l’intimazione al pagamento delle spese ad esso relative e non occorre un’apposita liquidazione da parte del giudice dell’esecuzione, in quanto queste spese costituiscono un accessorio di legge a quelle processuali, come avviene per le spese inerenti agli atti successivi e conseguenti alla sentenza.

La S.C., a Sezioni Unite, (sent. 1471/1996) aveva già molti anni fa rilevato che, essendo il precetto la mera intimazione di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo, deve essere considerato in stretta connessione funzionale con quest’ultimo, di tal che le spese del precetto assumono portata accessoria rispetto all’obbligazione recata nel titolo.

Peraltro, è bene avvertire: le spese di precetto sono una cosa, le spese del giudizio di esecuzione (nel caso il debitore non adempia al precetto e si proceda all’esecuzione forzata) sono tutt’altra cosa e, anche se non ci occupiamo del processo di esecuzione, non possiamo esimerci dall’accennare al problema, in parte strettamente connesso a quanto si intima (recte: si può intimare), a titolo di spese, nell’atto di precetto.

L’art. 95 c.p.c. dispone in ordine alle spese del processo di esecuzione, così come gli artt. 611 e 614 c.p.c. si occupano, rispettivamente, delle spese dell’esecuzione nella procedura per consegna o rilascio e del rimborso delle spese nell’esecuzione forzata degli obblighi di fare o di non fare. Si tratta del riflesso processuale di disposizioni sostanziali: artt. 2740 e 2910 c.c., per quanto attiene all’esecuzione per espropriazione; art. 2930 c.c. per ciò che riguarda l’esecuzione forzata per consegna o rilascio; artt. 2931 e 2933 c.c. per l’esecuzione forzata degli obblighi di fare o di non fare. Come reso evidente dalle parole usate, le ultime due forme di esecuzione appena richiamate sono esempi di esecuzione forzata in forma specifica.

Non sfugge, poi, la diversa intitolazione della rubrica in ciascuno degli articoli del codice di rito appena citati. In particolare, l’art. 95 c.p.c. «Spese del processo di esecuzione» è disposizione che trova applicazione solo nell’espropriazione, in quanto presuppone che il processo esecutivo sia iniziato con il pignoramento eseguito dall’ufficiale giudiziario, sia utilmente proseguito, sia giunto alla fase della distribuzione.

 

La Corte di Cassazione, con sent. 8298/2011, ha chiarito l’ambito di operatività dell’art. 95 c.p.c., ritenendo che: «L’art. 95 c.p.c., nel porre a carico del debitore esecutato le spese sostenute dal creditore procedente e da quelli intervenuti che partecipano utilmente alla distribuzione, presuppone che il processo esecutivo sia iniziato con il pignoramento eseguito dall’ufficiale giudiziario; tale disposizione, pertanto, non può trovare applicazione in caso di pignoramento negativo e di mancato inizio dell’espropriazione forzata, con la conseguenza che, divenuto inefficace il precetto per decorso del termine di novanta giorni, le spese di questo restano a carico dell’intimante in forza del combinato disposto degli artt. 310 e 632, ultimo comma, c.p.c., secondo cui le spese del processo estinto restano a carico delle parti che le hanno anticipate».

Fatte queste considerazioni, chiediamoci cosa succede se il titolo esecutivo, una sentenza per esempio, contiene la condanna di più debitori in solido al pagamento delle spese processuali; il creditore può predisporre e, di solito, predispone, tanti atti di precetto quanti sono i debitori.

Ad occuparsi della questione è stata la Corte di Cassazione, la quale ha chiarito che «In tema di spese inerenti alla notificazione del titolo esecutivo ed alla redazione e notificazione del precetto, questo può contenere l’intimazione di pagamento, senza preventiva liquidazione processuale, soltanto delle spese sostenute dal creditore nei confronti del destinatario dell’atto di precetto, anche quando l’obbligazione di pagamento delle spese processuali sia solidale tra il debitore nei cui confronti è minacciata l’esecuzione ed altri debitori, a loro volta destinatari di distinti atti di precetto. Pertanto, è illegittima l’intimazione di pagamento delle spese sostenute dal creditore intimante il precetto per l’attività propedeutica all’esecuzione nei confronti dei debitori in solido diversi dal destinatario dell’atto di precetto medesimo».

Le spese dell’esecuzione per consegna o rilascio

La norma che tratta delle spese dell’esecuzione per consegna o rilascio è l’art. 611 c.p.c.; detta esecuzione inizia con la notifica dell’avviso con il quale l’ufficiale giudiziario comunica, almeno dieci giorni prima, alla parte che è tenuta a rilasciare l’immobile, il giorno e l’ora in cui procederà (art. 608, co. 1, c.p.c.).

Deve essere però avvertito il cortese lettore della rilevante modifica operata al testo dell’art. 611 c.p.c. ad opera della L. 80/2005 (entrata in vigore il 1° marzo 2006), che modificò il testo del cennato articolo del c.p.c. che oggi recita: «Nel processo verbale l’ufficiale giudiziario specifica tutte le spese anticipate dalla parte istante.
La liquidazione delle spese è fatta dal giudice dell’esecuzione a norma degli articoli 91 e seguenti con decreto che costituisce titolo esecutivo».

Dunque, a proposito di tale modifica, la giurisprudenza di legittimità (Cass. 15341/2011), ha affermato che, essendo il giudice dell’esecuzione tenuto a provvedere alla liquidazione delle spese del procedimento a norma degli artt. 91 e ss. c.p.c., «il potere di liquidazione del giudice, in precedenza limitato alle spese vive, deve ritenersi esteso anche agli onorari e ai diritti, ed il relativo decreto, riconducibile all’ambito dell’art. 642 c.p.c., è impugnabile nelle forme dell’opposizione a decreto ingiuntivo».

 

La Corte di Cassazione, con sent. 24730/2013, in tema di spese dell’esecuzione, nell’ambito dell’esecuzione per consegna o rilascio, ha chiarito che: «In virtù dell’espresso riferimento all’art. 91 e s. c.p.c., contenuto nel nuovo testo dell’art. 611 c.p.c. (…) deve riconoscersi in capo al giudice competente per l’esecuzione per consegna o rilascio la competenza (funzionale o per connessione necessaria) a liquidare tutte le spese dell’esecuzione, a prescindere dal valore della controversia e dalla proposizione della relativa istanza ai sensi del predetto art. 611, ovvero degli art. 633 e seg. c.p.c.

(In forza di tale principio, la Suprema Corte ha accolto il regolamento di competenza proposto avverso la decisione con cui un tribunale – investito dell’opposizione a decreto ingiuntivo emesso in relazione alla richiesta di liquidazione di spese, competenze e onorari di una procedura esecutiva per rilascio rientrante nella sua competenza – aveva ritenuto, invece, competente per valore il locale giudice di pace)» (tratta da Il Foro Italiano, ed. 2015).

Ricordiamo peraltro che il vecchio testo dell’articolo in discorso aveva dato luogo ad una giurisprudenza talmente disomogenea da rendere necessario l’intervento delle Sezioni Unite della Cassazione (sent. 1471 /1996) che già allora si erano premurate di precisare che «Anche nella procedura esecutiva per consegna o rilascio in cui il sistema di liquidazione delle spese previsto dall’art. 611 c.p.c. concerne esclusivamente le spese vive anticipate dall’istante e non anche le spese della rappresentanza tecnica, per le quali si può ricorrere al provvedimento di ingiunzione è consentito al creditore istante di intimare con il precetto, atto preliminare all’esecuzione, non avente natura processuale, il pagamento delle spese ad esso inerenti, senza preventiva liquidazione giudiziale, e di procedere, in caso di inottemperanza, al pignoramento, fermo restando il diritto del debitore di proporre opposizione all’esecuzione anche limitatamente a tale obbligazione, accessoria rispetto a quella portata dal titolo esecutivo».

Le spese dell’esecuzione per gli obblighi di fare e di non fare

Trattiamo delle spese dell’esecuzione per gli obblighi di fare e di non fare ma, per chiarezza, specifichiamo che siamo in tema di obblighi di “fare” di natura fungibile. Per gli obblighi di fare di natura infungibile e per quelli di non fare, il legislatore, con la riforma del processo civile del 2009 (L. n. 69), ha introdotto il principio dell’esecuzione indiretta (art. 614bis c.p.c. da ultimo modif. dalla L. 132/2015, di conversione del D.L. 83/2015).

In primo luogo notiamo l’intitolazione della rubrica dell’art. 614 c.p.c. “Rimborso delle spese”. In questo tipo di esecuzione, c’è un quid di particolare: il creditore, oltre ad affrontare le spese dell’esecuzione (che comunque, in un modo o nell’altro, sono a carico del debitore esecutato), deve adoperarsi ad un facere, in ogni caso, sia si tratti di eseguire forzatamente un obbligo di fare sia si tratti di eseguire forzatamente un obbligo di non fare. Il precettante è sempre tenuto ad un facere che comporta, ovviamente, esborsi, oltre, s’intende, quelli propri della procedura di esecuzione in genere. Dunque, se per esempio, si deve tirare su un muro o buttarlo giù, il creditore precettante è impegnato a pagare l’impresa o il muratore, soggetti del tutto estranei al rapporto dedotto in causa [18]. Si tratta, quindi, di “rimborsare esborsi che sono fuori dalla portata di quanto disposto con il titolo esecutivo.

Se il giudice condanna Tizio all’abbattimento di un muro, non può prevedere il costo dell’operazione che è, nella sua parte funzionale, del tutto stragiudiziale.

Geneticamente, trova origine nel provvedimento che il giudice adotta, ai sensi dell’art. 612 c.p.c.; funzionalmente, per quanto riguarda l’acquisto e l’utilizzazione di calce e cemento, per fare un esempio, non ha nulla di giudiziale, salvo, s’intende, la contestazione che il debitore esecutato sollevi, in sede di opposizione al decreto ingiuntivo, in ordine alla congruità delle spese e alla loro effettiva anticipazione (Cass. civ. 11270/1993).

Secondo Cass. 19482/2014, «In tema di appalto, l’art. 1668, co. 1, c.c., si interpreta nel senso che l’appaltatore ha l’obbligo di eseguire gli interventi di correzione e di riparazione dell’opera senza diritto ad alcun ulteriore compenso – salva la possibilità, per il committente, in caso di rifiuto del primo, di avvalersi del procedimento per l’esecuzione forzata degli obblighi di fare – e non anche che i vizi debbono necessariamente essere eliminati da un terzo, ponendosi a carico dell’appaltatore il solo rimborso delle spese» (tratta da Il Foro Italiano, ed. 2015).

I problemi del “quantum

Quando tutto è chiaro in tema di spese, può accadere che l’intimazione sia relativa ad un quantum superiore al dovuto. La S.C. ci conforta, però, alla luce di un antico, ma sempre valido, orientamento giurisprudenziale, secondo il quale «l’intimazione di precetto per somma superiore a quella dovuta non dà luogo alla nullità del precetto ma soltanto alla riduzione della somma domandata nei limiti di quella dovuta».

Dunque, l’eccessività della somma portata nel precetto non travolge questo per l’intero ma ne determina la nullità o l’inefficacia parziale per la somma eccedente.

In questi casi, il debitore, per far valere tale eccesso, dispone dell’opposizione all’esecuzione. Infatti, «ha natura d’opposizione all’esecuzione la domanda con cui la parte sostiene che è superiore a quella da lei dovuta la somma di cui le viene intimato il pagamento e per la cui realizzazione coattiva la controparte minaccia di procedere all’esecuzione forzata. Ciò anche se l’eccesso della somma richiesta rispetto a quella dovuta riguarda le spese successive alla sentenza o gli onorari e diritti relativi agli atti, compiuti con il ministero di difensore, compresi tra la pubblicazione della sentenza costituente titolo esecutivo e la notificazione del precetto».

L’obbligo risultante dal titolo esecutivo

È di solare evidenza che la persona alla quale è intimato un adempimento, debba essere messo in grado di conoscere quale sia l’obbligo o, se del caso, gli obblighi di cui all’intimazione. L’obbligo è quello risultante dal titolo esecutivo. Inoltre, nell’atto di precetto, è lecito chiedere il pagamento delle spese ad esso relative e queste spese, per logica necessità, non sono certo parte dell’obbligo risultante dal titolo, ma consentono, alla parte istante (precettante) di procedere, in caso di inottemperanza, al pignoramento, anche relativamente ad esse, fermo restando il diritto del debitore di proporre opposizione all’esecuzione anche limitatamente a tale obbligazione, accessoria rispetto a quella portata dal titolo esecutivo.

Parlando di spese, peraltro, è bene precisare che quelle in condanna ex art. 91 e 96 c.p.c. sono parte integrante dell’obbligo risultante dal titolo esecutivo e nulla hanno a che vedere con le spese di cui all’atto di precetto né, a maggior ragione, con le spese dell’esecuzione (artt. 95, 611, 614 c.p.c.) come sopra precisate.

Può accadere che la sentenza di condanna (titolo esecutivo) indichi una somma da pagare, quale risarcimento danni, quale pagamento di una fornitura e così via di seguito, senza nulla dire degli interessi e della rivalutazione.

Cosa avviene in questi casi? A stretto rigore, stando alla lettera della legge si deve considerare che l’art. 480 c.p.c. parla espressamente di «obbligo risultante dal titolo».

Dunque, la questione che si tratta di decidere, come ha ben sintetizzato la Cassazione in una sentenza del 2003, consiste nello stabilire se un provvedimento giurisdizionale che ha, quale oggetto, la condanna al pagamento di una somma di denaro ed è dalla legge qualificato come titolo esecutivo, esplichi tale efficacia solo per la somma per cui è stata pronunciata condanna o anche per gli interessi che successivamente siano maturati su tale somma. Di norma, prosegue la sentenza in esame, si ritiene che l’efficacia esecutiva del titolo si esplichi unicamente per quanto in esso accertato, sia sotto il profilo del “se” sia sotto il profilo del “quanto” e non può darsi efficacia esecutiva rispetto a somme che non è stato accertato se siano dovute e per quale quantità. Tuttavia, ha precisato la S.C. «Il decreto d’ingiunzione, una volta che sia divenuto esecutorio, ha efficacia di titolo esecutivo per il credito liquido ed esigibile di somma di denaro che ne risulta e tale credito (senza che l’ingiunzione debba nominarli) comprende gli interessi legali sulla somma per cui l’ingiunzione è stata pronunciata, interessi che maturano al saggio legale dal momento in cui il decreto acquista esecutorietà».

Più complesso, il discorso in ordine alla rivalutazione. Il fenomeno è indicato nell’art. 1224 c.c., come «maggior danno», per il quale spetta al creditore, che dimostri di averlo subìto, «l’ulteriore risarcimento» e nell’art. 429, co. 3, c.p.c. che parla di «maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito».

Per quel che in questa sede interessa, è da ritenere che, a differenza di quanto si è osservato in tema di interessi, la rivalutazione non può, in forza delle disposizioni di legge in materia, rimanere nella penna del giudice.

L’art. 1224 c.c., infatti, esige che vi sia una specifica domanda per il maggior danno; altrimenti non si comprenderebbe l’onere della prova posto a carico del creditore. Ne consegue che il rigetto o l’omessa pronuncia non attengono, per la forza delle cose, al contenuto dell’atto di precetto (qual è e quale dovrebbe essere), ma riguardano il tema delle impugnazioni.

Passando, poi, alla previsione specifica di cui al terzo comma dell’art. 429 c.p.c., chiarissima è una massima della S.C. (sent. 7395/2010), nella quale si è sostenuto che la rivalutazione dei crediti di lavoro, costituendo una proprietà intrinseca ed indissolubile di tali crediti, come tale riconducibile alla causa petendi della domanda con cui il credito è fatto valere, deve essere operata d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, senza necessità di una specifica domanda del lavoratore, sempreché sulla questione non sia già intervenuta una pronuncia, ancorché solo implicita, non contestata dalla parte soccombente in quanto, in questo caso, il potere officioso del giudice viene meno per effetto dell’acquiescenza e dalla formazione del giudicato sulla questione. Dunque, la pronuncia con la quale il giudice, sia pure implicitamente, neghi la rivalutazione, presuppone un accertamento negativo circa la sussistenza del maggior danno e, quindi, in difetto d’impugnazione sul punto, si forma al riguardo il giudicato e l’esame della relativa questione resta precluso nelle successive fasi processuali.

Esaminate queste problematiche, consideriamo che esiste la possibilità che vi siano debitori in solido, che possono essere tenuti solidalmente per la somma (o la prestazione) in condanna oppure essere tenuti in solido, come già ricordato, per le spese di lite. È qui che si colloca il dubbio in ordine alla possibilità di intimare, con uno stesso atto di precetto, più prestazioni anche di natura diversa, in funzione dell’avvio di processi di esecuzione forzata di natura eterogenea.

A tale domanda, autorevole dottrina ha risposto affermativamente, senza esitazioni, ritenendo appunto che, con un unico atto di precetto, pur se non fondato su un unico titolo esecutivo, è possibile intimare plurime prestazioni anche di natura diversa al medesimo debitore in funzione dell’avvio di processi di esecuzione forzata di natura eterogenea (cioè processi esecutivi di espropriazione ovvero processi esecutivi in forma specifica). Inoltre, con un unico atto di precetto, il creditore o i creditori hanno facoltà di intimare l’adempimento anche a più soggetti debitori tenuti all’adempimento della prestazione in base ad un singolo titolo esecutivo ovvero a titoli esecutivi distinti.

 

A conforto di queste considerazioni, riportiamo una datata pronuncia della S.C., significativa per l’utilità del contributo: «Nel caso di titolo esecutivo da un provvedimento giurisdizionale di condanna di un soggetto al pagamento di distinte somme di danaro in favore di più soggetti non legati da vincolo di solidarietà attiva, costoro possono notificare al debitore un unico precetto e procedere poi insieme agli atti esecutivi, in più processi esecutivi distinti, anche se contestuali e riuniti. Nè è configurabile una nullità del precetto per essere indicati i diversi crediti in una unica somma complessiva, risultando l’oggetto di ciascun credito dal titolo esecutivo, notificato al debitore, depositato dai creditori ed inserito nel fascicolo dell’esecuzione».

 

Del caso, si è occupata anche altra parte della dottrina, citando sempre la sentenza in discorso e, più specificamente, si è affrontato il problema sotto il profilo della possibilità sia del cumulo soggettivo («per cui più possono essere i creditori precettanti e più i debitori esecutati») sia del cumulo oggettivo («ossia di più prestazioni esecutive»).

Invero, a parere di chi scrive, s’imporrebbe una rivisitazione della problematica che si estrinseca in diversi interrogativi: a) se più creditori possano intimare, con lo stesso atto di precetto, una prestazione ad uno stesso debitore; b) se più creditori possano intimare, con lo stesso atto di precetto, più prestazioni, anche di natura diversa, a più debitori, solidalmente tenuti per l’intero (recte: per l’intera prestazione che non deve necessariamente essere un pagamento somma); c) se un creditore possa intimare, con lo stesso atto di precetto, più prestazioni, anche di natura diversa (ad esempio, pagamento somma e rilascio di immobile) allo stesso debitore, fondate sul medesimo titolo esecutivo; d) se un creditore possa intimare, con lo stesso atto di precetto, più prestazioni, anche di natura diversa, anche se non fondate sullo stesso titolo esecutivo.

Un esperto di calcolo combinatorio sentenzierebbe, di certo, che l’elenco è incompleto.

Tuttavia, quello che in questa sede interessa chiarire è che la citata sentenza della S.C. (n. 798/1981) non legittima, a parere di chi scrive, una soluzione valida per tutti i casi.

Il primo periodo della relativa massima si riferisce al titolo esecutivo (provvedimento giurisdizionale) di condanna di un (solo) soggetto al pagamento di distinte somme di danaro in favore di più soggetti non legati da vincolo di solidarietà. Solo incidentalmente si potrebbe notare che quello di solidarietà attiva può solo approssimativamente essere classificato come “vincolo”.

Chiara in tema di solidarietà è la disposizione di cui all’art. 1292 c.c.: nella solidarietà passiva, più debitori sono «obbligati» tutti per la medesima prestazione, mentre, nella solidarietà attiva, ciascuno (tra i più creditori) ha diritto di chiedere l’adempimento dell’intera obbligazione.

Chi ha un diritto non è vincolato a nulla, semmai è “facultato” a fare o meno.

Peraltro, è stato rilevato in dottrina, anche nel caso si ammetta di risolvere tutta la problematica sulla scorta di Cass. 798/1981, «bisogna regolare i conti con la competenza per materia e per territorio, avente carattere funzionale e perciò inderogabile e con la struttura del procedimento espropriativo, per la quale uno solo deve essere il debitore, dal pignoramento in poi».

La notazione è di estremo interesse e ne faremo esperienza nel prosieguo del discorso, in tema, ad esempio, di dichiarazione di residenza o elezione di domicilio.

A conforto di quanto precisato dalla dottrina, circa l’unicità del debitore, dal pignoramento in poi, ricordiamo una sentenza della Corte di cassazione (n. 14930/2012), nella quale si è chiarito che: «La ratio dell’articolo 1294 del codice civile (solidarietà tra condebitori) è quella di tutelare l’interesse del creditore a disporre, ai sensi dell’articolo 1292 del c.c. (Nozione della solidarietà), della facoltà di una sola esecuzione nei confronti del patrimonio prescelto, ove più di uno siano gli obbligati e le parti contrattualmente nella loro autonomia abbiano previsto una non parzialità della assunta obbligazione».

Il-Titolo-esecutivo-e-l'Atto-di-Precetto


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI