Professionisti L’atto di precetto: il termine ad adempiere

Professionisti Pubblicato il 25 dicembre 2015

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Precetto: il termine fissato per l’adempimento, l’eventuale autorizzazione all’esecuzione immediata.

 

L’intimazione ad adempiere non sarebbe tale, non sarebbe cioè una vera intimazione, senza la prefissione di un termine.

Secondo autorevole dottrina, il termine costituisce «un’indicazione cronologica»; tuttavia, ciò può valere per i termini in genere perchè i termini processuali hanno caratteristiche proprie che evidenziano una serie di problematiche del tutto diverse da quelle che caratterizzano i termini sostanziali: si tratta di termini del processo, per il processo.

È stato rilevato che «i termini sono i periodi di tempo che la legge stabilisce per il valido compimento dei singoli atti del processo».

La dottrina, in verità, ha in proposito proposto varie classificazioni e distinzioni, ma quelle fissate dal legislatore sono sostanzialmente riassunte nell’art. 152 c.p.c.; infatti, i seguenti artt. 153 e 154 c.p.c. si limitano a disporre circa l’improrogabilità di termini perentori e la derogabilità, all’incontro, del termine ordinatorio.

Il termine del quale tratta l’art. 480 c.p.c., al primo comma, è un termine ad adempiere e, come noto, non è minore di dieci giorni, salva l’autorizzazione di cui all’art. 482 c.p.c.

Ma che s’intende con la locuzione «non minore»? Significa che non può essere di otto o cinque giorni, per fare un esempio. Può, però, essere maggiore, non però di novanta giorni, che è la durata massima di efficacia del precetto.

La casistica offre esempi di termini minori, maggiori e persino di termini inesistenti.

In qualche caso, si intrecciano varie problematiche: «L’indicazione del termine, non inferiore a dieci giorni, entro il quale viene intimato al debitore di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo, non costituisce elemento essenziale dell’atto di precetto, nè è richiesta a pena di nullità dal primo comma dell’art. 480 cod. proc. civ. Unica conseguenza della mancata osservanza di tale norma è che l’esecuzione non potrà essere iniziata prima del decorso del termine minimo di dieci giorni e ciò anche quando il creditore non solo non abbia indicato alcun termine, ma abbia altresì intimato l’adempimento immediato, senza essere stato autorizzato ai sensi dell’art. 482 cod. proc. civ. (Cass. civ. 798/1981 cit.).

Il termine in esame non è previsto a pena di nullità dal primo comma dell’art. 480 c.p.c. cit. In verità, di quanto deve essere riportato nell’atto di precetto, “a pena di nullità”, si occupa il secondo comma dell’articolo in esame. Però, deve essere chiaro, come già specificato, l’esecuzione non può comunque essere intrapresa prima dei dieci giorni (salva sempre l’autorizzazione di cui all’art. 482 c.p.c.).

Essendo poi il precetto un atto recettizio, il dies a quo del cennato termine di dieci giorni non può che essere quello della notificazione dell’atto stesso.

Quindi, mentre l’indicazione del termine di dieci giorni non è richiesta a pena di nullità e, quindi, può essere assegnato anche un termine minore di dieci giorni, l’inizio della procedura esecutiva, nel termine minore così illegittimamente fissato, è causa di nullità del (precetto e del) pignoramento anticipatamente compiuto.

È interessante questa nullità del precetto che, di per sé, non sarebbe rilevante, ma sopravviene per il fatto, di rilievo, che l’esecuzione sia stata iniziata prima del termine stabilito ex lege.

 

La Corte di cassazione, con sent. 55/2002 ha chiarito che: «L’art. 482 c.p.c. esprime la regola, preannunciata dal primo comma del precedente articolo 480, che l’esecuzione forzata non si può iniziare prima che sia decorso il termine indicato nell’atto di precetto e in ogni caso non prima che siano decorsi dieci giorni dalla notificazione di esso; tuttavia, il capo dell’ufficio competente per l’esecuzione, se vi è pericolo nel ritardo, può autorizzare l’esecuzione immediata. Questa è data con decreto scritto in calce al precetto.

Il combinato disposto delle due norme, con riferimento alla fattispecie in esame, dà luogo ad una varietà di ipotesi per le quali valgono le seguenti soluzioni.

Il precetto può non contenere alcun termine per adempiere: in questo caso il termine è quello minimo fissato dalla legge: Cass. 8 agosto 1991, n. 8624; 19 agosto 1989, n. 3733; 25 marzo 1981, n. 1737.

Il precetto indica un termine per adempiere minore di dieci giorni e non è stata concessa l’autorizzazione di cui all’art. 482 citato.

Le soluzioni che qui si prospettano sono due.

Se l’esecuzione non è iniziata nel termine minore, a questo si sovrappone quello minimo indicato dalla legge: Cass. 15 ottobre 970, n. 2042; 17 aprile 1968, n. 1131; 5 gennaio 1966, n. 114.

Se l’esecuzione ha inizio nel termine minore, il pignoramento anticipatamente compiuto è nullo.

Il precetto contiene un termine per adempiere corrispondente a quello minimo indicato dalla legge, ma il pignoramento è compiuto prima della scadenza del medesimo: in questo caso il pignoramento compiuto anticipatamente è nullo: Cass. 6 aprile 1973, n. 973».

Fatte queste precisazioni, interessiamoci ora del collegamento tra la citata autorizzazione di cui all’art. 482 c.p.c., per derogare al termine ad adempiere, disposto dall’art. 480 c.p.c. e l’autorizzazione prevista dall’art. 642 c.p.c.

Al primo comma dell’art. 642 c.p.c. cit., in particolare, è previsto che «se il credito è fondato su cambiale, assegno bancario, assegno circolare, certificato di liquidazione di borsa o su atto ricevuto da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato, il giudice, su istanza del ricorrente, ingiunge al debitore di pagare o consegnare senza dilazione, autorizzando in mancanza l’esecuzione provvisoria del decreto e fissando il termine ai soli effetti dell’opposizione».

La locuzione «senza dilazione» si riferisce evidentemente alla possibilità di eseguire il titolo, «decreto ingiuntivo», prima dello spirare del termine di quaranta giorni di cui all’art. 641 c.p.c. Dunque, le parole «senza dilazione» sono sinonimo di esecuzione provvisoria.

Il secondo comma dell’art. 642 c.p.c., infatti, dispone che «l’esecuzione provvisoria può essere concessa anche se vi è pericolo di grave pregiudizio nel ritardo, ovvero se il ricorrente produce documentazione sottoscritta dal debitore, comprovante il diritto fatto valere; il giudice può imporre al ricorrente una cauzione».

Nel terzo comma dell’art. 642 c.p.c., infine, è tutto chiarito: il giudice, che concede il decreto ingiuntivo, può autorizzare, concorrendo le condizioni di cui ai commi primo e secondo della norma in esame, l’esecuzione (provvisoria) senza l’osservanza del termine di cui all’art. 482 c.p.c.

In proposito, la giurisprudenza di merito ha precisato che «l’art. 642, comma 3, c.p.c. nell’attribuire al giudice in sede di emissione del decreto ingiuntivo il potere di derogare al rispetto del termine di cui all’art. 482 c.p.c. lo investe di una funzione che è ordinariamente propria del giudice dell’esecuzione, e pertanto le doglianze sull’inesistenza dei presupposti atti a giustificare tale provvedimento integrano un’opposizione agli atti esecutivi».

 

In riferimento al collegamento tra artt. 482 e 642 c.p.c., è interessante segnalare quanto precisato dalla Cass. 7118/1986: «In base al coordinamento dei vari commi dell’art. 642 cod. proc. civ., la facoltà di autorizzare l’esecuzione del decreto ingiuntivo senza l’osservanza del termine di cui all’art. 482 dello stesso codice è connessa alla concessione della provvisoria esecuzione del decreto medesimo e, quindi, riservata allo stesso giudice della ingiunzione, senza alcun riferimento alla competenza per la successiva esecuzione forzata».

L’eventuale autorizzazione all’esecuzione immediata

Secondo quanto dispone l’art. 482 c.p.c. «Non si può iniziare l’esecuzione forzata prima che sia decorso il termine indicato nel precetto e in ogni caso non prima che siano decorsi dieci giorni dalla notificazione di esso; ma il Presidente del Tribunale competente per l’esecuzione o un giudice da lui delegato, se vi è pericolo nel ritardo, può autorizzare l’esecuzione immediata, con cauzione o senza. L’autorizzazione è data con decreto scritto in calce al precetto e trascritto a cura dell’ufficiale giudiziario nella copia da notificarsi».

Dunque, l’art. 482 c.p.c. esplicita, in apertura, la regola base evincibile da quanto dispone l’art. 480 c.p.c. in tema di termine ad adempiere («… non si può iniziare l’esecuzione forzata prima che …»); poi, però, tratta dell’eccezione, cioè prevede la possibilità di esecuzione immediata, limitata al fatto che vi sia pericolo nel ritardo.

Quest’ultimo è ravvisabile nella probabilità che, in pendenza del termine dilatorio di legge, il debitore possa compiere atti o porre in essere comportamenti che, in sostanza, vanificano l’esecuzione.

Nel contesto, al giudice, non è concesso di compiere un’approfondita indagine istruttoria, al riguardo. È, però, ammessa pacificamente una responsabilità per danni del creditore che abbia prospettato fatti e circostanze, in modo da far ravvisare un pericolo nel ritardo inesistente. In questi casi, in particolare, la giurisprudenza ha ravvisato un’ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c.

Nelle ipotesi nelle quali il creditore abbia prospettato fatti e circostanze tali da far ravvisare un pericolo in realtà inesistente ai fini dell’autorizzazione all’esecuzione immediata ex art. 482 c.p.c., si è ravvisata un’ipotesi di responsabilità aggravata di cui all’art. 96 c.p.c. che, al primo comma prevede che: «Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza».

In particolare, la Corte di Cassazione, con sent. 8239/2003, confermando questo orientamento ha ritenuto che: «Chi intende chiedere il risarcimento del danno per l’eseguita esecuzione forzata illegittima, può agire soltanto, ai sensi dell’art. 96, secondo comma c.p.c. norma speciale rispetto all’art. 2043 c.c. dinanzi al giudice dell’opposizione all’esecuzione, funzionalmente competente sia sull’an che sul quantum; pertanto è inammissibile una domanda di condanna generica, con riserva di agire in un separato giudizio per il quantum che, per espressa previsione normativa, può essere liquidato anche d’ufficio».

Come si legge dall’art. 482 c.p.c. in esame, la competenza per l’autorizzazione in discorso è del Presidente del Tribunale competente per l’esecuzione e, allo stato, tale potere è assolutamente discrezionale, esente da qualsiasi censura [37].

Tuttavia, la norma in esame precisa che l’autorizzazione de qua può essere concessa anche da un giudice delegato dal Presidente del Tribunale. Peraltro, opportunamente, Cass. 18355/2010 ha chiarito che l’autorizzazione all’esecuzione immediata può essere data anche da un giudice che sia stato delegato soltanto oralmente dal presidente del tribunale competente per l’esecuzione, non incidendo il mancato rilascio per iscritto di detta delega sulla capacità o sulla costituzione del giudice, trattandosi di provvedimento che attiene all’organizzazione interna dell’ufficio giudiziario.

Chiariti questi concetti, per completezza, osserviamo che, prima della modifica apportata dal D.Lgs. 51/1998, la competenza era attribuita al «capo dell’ufficio competente per l’esecuzione»; esistevano, infatti, le Preture competenti per le esecuzioni mobiliari e lasciamo immaginare al lettore quante questioni siano sorte al riguardo.

Oggi vi sono certamente questioni relative alla competenza, ma riguardano quella per territorio e ne tratteremo quando ci occuperemo della dichiarazione di residenza o elezione di domicilio, previste dal terzo comma dell’art. 480 c.p.c.

L’autorizzazione è concessa con decreto scritto in calce al precetto e trascritto, a cura dell’ufficiale giudiziario, nella copia da notificarsi. Osserviamo, molto importante è la trascrizione del decreto nella copia da notificarsi. È di intuitiva evidenza, infatti, che, se non è notificata, l’autorizzazione che sia nella disponibilità dell’intimante, ben scolpita sull’originale dell’atto in suo possesso, è tamquam non esset.

Di diverso avviso è stata però una parte della giurisprudenza [38], secondo la quale l’omessa trascrizione, nella copia del precetto notificata all’intimato, del decreto che autorizza l’esecuzione immediata determina una semplice irregolarità, che la parte interessata può far valere con l’opposizione agli atti esecutivi, per conseguire la nullità del pignoramento eseguito dal creditore prima della scadenza del termine legale ordinariamente concesso al debitore per l’adempimento.

CONCLUSIONI

L’atto di precetto costituisce un presupposto preliminare ed estrinseco al procedimento esecutivo; atto, quindi, che precede l’esecuzione.

È l’art. 480 c.p.c. che dispone in ordine al contenuto dell’atto di precetto, rispettando una tradizionale dicotomia tra contenuto a pena di nullità (art. 480, co. 2, c.p.c.) e consistenza dell’atto di precetto (art. 480, co. 1, c.p.c.).

Il terzo comma dispone, poi, in ordine a ciò che il precetto debba contenere “inoltre”.

È da tenere ben presente che l’atto di precetto è di natura sostanziale e non processuale e questo particolare spiega effetti rilevanti in tema di sottoscrizione dell’atto stesso nonché riguardo all’eventuale procura; eventuale, appunto, in quanto una procura potrebbe non esserci: l’atto di precetto, quale atto di natura sostanziale, può essere sottoscritto anche direttamente dalla parte o da un suo rappresentante negoziale; tale rappresentanza non perde la propria caratteristica sostanziale, per il fatto che, in concreto, sia (stata) conferita a persona avente qualità di procuratore legale.

Quanto alla notifica, si ricordi che l’atto di precetto (ai sensi dell’art. 479, co. 3, c.p.c.) può essere redatto di seguito al titolo esecutivo ed essere notificato insieme con questo, purché la notificazione sia fatta alla parte personalmente.

Se non è redatto di seguito al titolo esecutivo, deve essere notificato alla parte personalmente, a norma degli articoli 137 ss. c.p.c.

Il-Titolo-esecutivo-e-l'Atto-di-Precetto


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