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Responsabilità penale del medico del lavoro

27 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 27 dicembre 2015



Il medico competente o medico del lavoro può incorrere in responsabilità penale derivante dalla mancata collaborazione con il datore di lavoro nell’attività di sorveglianza sanitaria e valutazione dei rischi per la salute e sicurezza dei dipendenti.

Originariamente, per la violazione degli obblighi di collaborazione non era prevista alcuna sanzione penale, introdotta soltanto successivamente con l’art. 35, co. 1, D.Lgs. 106/2009, che ha modificato l’art. 58 D.Lgs. 81/2008.

Quest’ultima disposizione sanziona, con la pena dell’arresto o dell’ammenda, la violazione, da parte del medico competente, dell’obbligo di collaborare con il datore di lavoro nella valutazione dei rischi.

L’incriminazione si muove nel solco di una linea di tendenza già accennata dal D.Lgs. 626/1994 (che, all’art. 17, lett. a), prevedeva la collaborazione del medico competente “alla predisposizione dell’attuazione delle misure per la tutela della salute e dell’integrità psicofisica dei lavoratori”), linea di tendenza rafforzata dal D.Lgs. 81/2008 (che ha ampliato l’ambito di intervento del medico competente, la cui collaborazione in materia di valutazione dei rischi è ora richiesta non più soltanto in vista della “predisposizione della attuazione delle misure per la tutela della salute e dell’integrità psicofisica dei lavoratori”, ma anche della “programmazione della sorveglianza sanitaria” della “attività di formazione e informazione nei confronti dei lavoratori” e della “organizzazione del servizio di primo soccorso”), e infine culminata nell’art. 35 D.Lgs. 106/2009 che ha presidiato con la sanzione penale l’inosservanza dell’obbligo di collaborazione.

L’introduzione della sanzione penale ad opera del D.Lgs. 106/2009 riguarda soltanto il medico competente, mentre resta sottratto alla sanzione penale per mancata collaborazione il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, cui pure è demandato un ruolo ausiliario.

In tal modo si è creata un’evidente disarmonia all’interno del sistema di prevenzione e protezione, poiché tra le due figure professionali, ugualmente gravate del ruolo di ausiliario del datore di lavoro in materia di valutazione dei rischi (il responsabile del servizio di prevenzione e protezione previsto dall’art. 33 e il medico competente), è stato assegnato rilievo penale solo alla mancata collaborazione di quest’ultimo e non, invece, a quella del primo.

Al medico competente è richiesto l’adempimento di un obbligo altrui quanto, piuttosto, lo svolgimento del proprio obbligo di collaborazione, che può essere eseguito anche fornendo al datore di lavoro rilievi e proposte in materia di valutazione dei rischi. Viene così delimitato l’ambito degli obblighi imposti dalla norma al medico competente, adempiuti i quali l’eventuale ulteriore inerzia del datore di lavoro resterebbe imputata a sua esclusiva responsabilità penale a mente dell’art. 55, co. 1, lett. a), D.Lgs. 81/2008.

Un’altra tesi, invece, propone un’interpretazione più restrittiva dell’art. 58 D.Lgs. 81/2008, che limiterebbe l’obbligo di collaborazione a quelle attività nelle quali il medico competente venga direttamente coinvolto dal datore di lavoro.

La questione implica, in primo luogo, un’adeguata individuazione del ruolo assegnato al medico competente nell’ambito dell’organizzazione aziendale, ruolo che la dottrina qualifica di mera consulenza, evidenziando l’anomalia della sanzione penale (che non colpisce l’altra figura professionale del responsabile del servizio di prevenzione e protezione cui pure è attribuito il ruolo di consulente del datore di lavoro), poiché il medico competente non può obbligare il datore di lavoro a consultarlo né dispone di alcuna possibilità di iniziativa nella gestione del processo di valutazione dei rischi.

Deve osservarsi, a tale proposito, che l’ambito di attribuzione di compiti consultivi al medico competente è stato già oggetto di valutazione da parte della giurisprudenza con riferimento alla normativa previgente, considerando la figura professionale in esame — introdotta, per la prima volta, dall’art. 33 d.P.R. 303/1956 — e osservando che la competenza cui si riferiva la richiamata disposizione riguardava:

— da un lato, la valutazione delle condizioni di salute, avuto riguardo alle sostanze cui il lavoratore è esposto;

— dall’altro, l’aiuto al datore di lavoro – tenendo conto dell’esito delle visite effettuate – nell’individuazione dei rimedi da adottare contro le sostanze tossiche o infettanti o comunque nocive, escludendo, così, una posizione meramente esecutiva e attribuendo al medico competente un ruolo propulsivo che determinava, quale conseguenza, l’assunzione di un’autonoma posizione di garanzia in materia sanitaria.

A conclusioni analoghe si è pervenuti osservando che il medico aziendale è un collaboratore necessario del datore di lavoro, dotato di professionalità qualificata per aiutarlo nell’esercizio della sorveglianza sanitaria nei luoghi di lavoro dove essa è obbligatoria, aggiungendo che la sorveglianza sanitaria, pur costituendo un obbligo per il datore di lavoro per la tutela dell’integrità psico-fisica dei lavoratori, deve essere svolta attraverso la collaborazione professionale del medico aziendale.

Del resto, il ruolo di consulente del datore di lavoro è stato attribuito anche al responsabile del servizio di prevenzione e protezione, il quale, sebbene privo di capacità immediatamente operative sulla struttura aziendale, collabora con il datore di lavoro nell’individuazione e nella segnalazione dei fattori di rischio delle lavorazioni e nell’elaborazione delle procedure di sicurezza, di informazione e di formazione dei lavoratori, come disposto dall’art. 33 D.Lgs. 81/2008.

Da ciò consegue che, pur restando il datore di lavoro il titolare della posizione di garanzia in materia infortunistica, facendo a lui capo l’obbligo di effettuare la valutazione dei rischi e di elaborare il documento contenente le misure di prevenzione e protezione in collaborazione con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, non può escludersi una concorrente responsabilità, in caso di infortunio, anche nei confronti del responsabile del servizio di protezione, il quale, sebbene privo di poteri decisionali e di spesa tali da consentire un diretto intervento per rimuovere le situazioni di rischio, risponde del fatto lesivo quando sia oggettivamente riconducibile a una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l’obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l’adozione, da parte del datore di lavoro, delle necessarie iniziative idonee a neutralizzare detta situazione.

Occorre precisare, inoltre, che la condotta del medico competente, proprio per il ruolo assegnatogli, assume rilevanza penale anche in caso di totale inerzia del datore di lavoro che non provveda all’avvio della procedura di valutazione dei rischi di cui all’art. 29 D.Lgs. 81/2008.

Infatti, il medico assume elementi di valutazione non soltanto dalle informazioni che devono essere fornite dal datore di lavoro, quali quelle di cui all’art. 18, co. 2, ma anche da quelle che può e deve acquisire di sua iniziativa, in occasione delle visite agli ambienti di lavoro di cui all’art. 25, lett. l), nonché dalle informazioni fornite direttamente dai lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria o da altri soggetti.

Il medico competente deve sollecitare la valutazione dei rischi?

Occorre chiedersi se il medico competente debba prestare la sua collaborazione professionale al datore di lavoro di propria iniziativa oppure solo su richiesta di quest’ultimo.

Ci si chiede, in altre parole, se in caso di totale inerzia del datore di lavoro, il quale ometta perfino di promuovere l’avvio della specifica procedura di valutazione dei rischi disciplinata dall’art. 29 D.Lgs. 81/2008, la condotta omissiva del medico competente assuma rilevanza penale.

Una parte della dottrina afferma che l’area dell’illecito penale del medico competente è delimitata dalla richiesta di collaborazione del datore di lavoro, in assenza della quale l’inattività del sanitario non costituisce reato.

Questa ricostruzione, però, non appare convincente.

Si deve infatti considerare che, in materia di valutazione dei rischi, l’operato professionale del medico competente è sorretto da due fondamentali canali di acquisizione di dati:

— le informazioni che devono (o dovrebbero) essergli fornite dal datore di lavoro, in assenza delle quali viene meno la stessa base conoscitiva sulla quale il medico competente dovrebbe valutare e operare (si pensi alle informazioni sull’organizzazione del lavoro, la descrizione degli impianti e dei processi produttivi, la natura delle sostanze impiegate ecc. che il datore di lavoro è tenuto ad indicare al medico competente ai sensi dell’art. 18, co. 2);

— le conoscenze che il medico competente può e deve acquisire di sua iniziativa, per esempio in occasione delle visite annuali agli ambienti di lavoro previste dall’art. 25, lett. 1), o in conseguenza delle informazioni ricevute direttamente dai lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria, delle segnalazioni provenienti dal servizio di prevenzione e protezione, di quelle fornite dal rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, ecc.

Ora, mentre è evidente che il medico competente non può rispondere dell’omessa valutazione dei rischi la cui conoscenza gli era impedita dall’inerzia del datore di lavoro, lo stesso non può dirsi per quei profili di rischio che egli poteva e doveva conoscere in virtù dei canali officiosi di acquisizione dei dati.

In questo caso deve ritenersi che rientri nei compiti di collaborazione prescritti dall’art. 25 l’obbligo di segnalare al datore di lavoro tutti i profili di rischio di cui il medico competente sia comunque venuto a conoscenza unitamente all’indicazione delle misure di tutela ritenute necessarie, senza bisogno di attendere di essere a ciò richiesto dall’imprenditore.

 

Il medico competente è responsabile anche in caso di inadempimento parziale?

Occorre stabilire se l’art. 58, lett. c), D.Lgs. 81/2008 sanzioni solo la totale violazione dell’obbligo di collaborazione incombente sul medico competente o anche le violazioni parziali.

Deve ritenersi che la sanzione penale, nell’intenzionale genericità del precetto introdotto dall’art. 58, lett. c), colpisca ogni inosservanza dell’obbligo di collaborare, anche se parziale, e anche se sorretta dal solo elemento soggettivo della colpa (soccorre infatti, a questo proposito, il generale principio posto dall’art. 42, ult. co., c.p.).

Un aggancio interpretativo nel primo senso è fornito dalla stessa lettera dell’art. 25, lett. a), che, delineando le varie finalità e i vari settori cui si riferisce l’obbligo di collaborare del medico competente, rende evidente che l’inadempimento di uno soltanto di questi aspetti non è sanato dall’eventuale soddisfacimento di tutti gli altri: basti pensare al richiamo che la norma incriminatrice fa all’“organizzazione del servizio di primo soccorso”, rendendo evidente che, anche se avesse adempiuto tutti gli altri profili della valutazione dei rischi, il medico sarebbe ugualmente responsabile per la mancata organizzazione di quel servizio.

 

 

L’elemento soggettivo del reato

Quanto all’elemento soggettivo del reato, assume indubbiamente rilievo non soltanto l’omissione intenzionale della collaborazione (eventualità difficilmente ipotizzabile per un professionista remunerato) ma anche la collaborazione colposamente incompleta, imperita, inadeguata secondo un principio fissato dalla giurisprudenza, di omessa valutazione dei rischi da parte del datore di lavoro (per il quale assume rilievo penale “non soltanto l’omessa redazione del documento di valutazione, ma anche il suo mancato insufficiente o inadeguato aggiornamento o adeguamento”), principio chiaramente estensibile, per identità di presupposti anche alla figura del medico competente.

Il documento di valutazione dei rischi

Le modalità semplificate di valutazione dei rischi previste dall’art. 29, co. 5, D.Lgs. 81/2008, se da un lato legittimano il datore di lavoro a non redigere un formale documento di valutazione dei rischi (D.V.R.), emettendo una semplice autocertificazione, dall’altro lato non lo esonerano dall’obbligo di procedere comunque alla valutazione dei rischi, alla quale il medico competente deve dunque prestare la sua collaborazione.

Si è affermato che, poiché l’obbligo di redigere il D.V.R. ricade esclusivamente sul datore di lavoro, che non può delegarlo ad altri per l’esplicito divieto contenuto nell’art. 17, e poiché il medico competente non potrebbe surrogarsi nell’adempimento di un obbligo di facere proprio dell’imprenditore, la responsabilità della mancata predisposizione del D.V.R. da parte del datore di lavoro non potrebbe in nessun caso essere fatta ricadere sul medico competente.

Questa tesi, però, si risolve in una interpretatio abrogans dell’art. 58, lett. c), D.Lgs. 81/2008.

In realtà, ciò che si chiede al medico competente non è l’adempimento di un obbligo altrui (la redazione del D.V.R.) ma lo svolgimento del proprio obbligo di collaborazione, vale a dire l’esauriente sottoposizione al datore di lavoro dei rilievi e delle proposte in materia di valutazione dei rischi che coinvolgono le sue competenze professionali in materia sanitaria.

Una volta che il medico competente abbia assicurato quanto sopra, egli ha esaurito il perimetro della sua condotta doverosa, e l’eventuale inerzia del datore di lavoro comporterebbe l’esclusiva responsabilità penale di quest’ultimo ai sensi dell’art. 55, co. 1, lett. a) D.Lgs. 81/2008, che sanziona la mancata effettuazione della valutazione dei rischi da parte dell’imprenditore.

Ciò che conta, insomma, non è la mancata elaborazione del D.V.R. da parte del medico, ma la mancata evidenziazione dei rischi che il medico competente deve segnalare al datore di lavoro in una con le contromisure sanitarie necessarie.

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