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Editoriali Fondi europei agli studi legali: ma ad avvantaggiarsene saranno pochi

Editoriali Pubblicato il 28 dicembre 2015

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> Editoriali Pubblicato il 28 dicembre 2015

Valorizzate le realtà professionali a carattere imprenditoriale e aggregato: gli studi associati saranno avvantaggiati.

 

Una delle novità apparentemente più interessanti per i professionisti, uscite dall’ultima legge di Stabilità, è l’equiparazione alle Pmi ai fini della partecipazione ai bandi indetti dalla Comunità europea per la concessione dei finanziamenti: in questo modo, professionisti come avvocati e commercialisti, ma anche autonomi con partita Iva e freelance, potranno ottenere l’accesso ai piani operativi Por Pon del Fondo sociale europeo (Fse) e del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), rientranti nella programmazione 2014/2020.

La novità, accoglie la raccomandazione della Commissione Ue del 2013, che chiedeva al nostro Paese di allinearsi ai partner europei ed estende su base nazionale l’esperienza di alcune regioni che hanno fatto da battistrada. I professionisti che intenderanno accedere ai fondi Ue non dovranno più iscriversi al Registro delle imprese, con un conseguente alleggerimento burocratico. Sul piatto ci sono 31,1 miliardi di risorse Ue a cui si aggiunge la quota di cofinanziamento nazionale di circa 20 miliardi che d’ora in poi potranno essere destinati a professionisti e Pmi. A questo si aggiungono le risorse gestite direttamente da Bruxelles, come quelle di Horizon 2020, il Programma quadro per la ricerca e l’innovazione, che ha una dotazione di 80 miliardi per tutti i 28 paesi Ue e Cosme, il programma per l’accesso al credito tradizionalmente riservato alle Pmi.

Senonché, come sottolinea il sottosegretario allo Sviluppo economico Simona Vicari, per cogliere queste opportunità i professionisti dovranno “attrezzarsi”, fare gioco di squadra ed essere pronti a innovarsi. In buona sostanza, dovranno essere competitivi e, quindi, unirsi tra loro. Solo i migliori potranno accedere ai finanziamenti e, quindi, anche i più strutturati.

Questo significa una sola cosa: priorità agli studi associati, siano essi tra avvocati, commercialisti o altri professionisti anche non iscritti a un albo. L’equiparazione dei professionisti alle Pmi riguarda solo la forma, ma non la sostanza, posto che, per poter attrarre i fondi, ci sarà bisogno di una struttura imprenditoriale al pari di una società: una pluralità di soggetti organizzati e uniti anche da un vincolo giuridico (non sarà sufficiente, quindi, lo studio dove i colleghi dividono solo le spese dell’immobile e delle utenze).

Una grossa sfida, soprattutto per gli avvocati italiani: l’81,6% dei professionisti del nostro Paese svolge tutt’oggi la propria attività in forma individuale e solo il 12,9% è socio di uno studio con più titolari o di una società tra professionisti. Solo il 17,2% ha uno o due dipendenti o collaboratori, mentre il 21,2% ne ha tre o più (la fonte è l’indagine Censis-Adepp sui professionisti italiani di dicembre 2014). In questo scenario, non è facile pensare di destinare risorse ad hoc alla elaborazione dei progetti da far concorrere ai bandi Ue.

Insomma, il sospetto è che i fondi per i finanziamenti andranno ancora una volta a chi è già “grosso” e che, forse, dei fondi ha meno bisogno rispetto ai piccoli studi. Il che potrebbe incrementare quel famoso “divario” tra piccoli e grossi studi, di cui tanto si parla in questi anni, fino a sopprimere le piccole realtà. Insomma, un lavoro che di “autonomo” ha ormai ben poco si avvia – dietro la prospettiva di per sé allettante della concessione di finanziamenti – a rimarcare la versione imprenditoriale e manageriale degli studi anche nell’ambito professionale. A tutto discapito di chi, invece, concepisce il lavoro ancora dietro la propria scrivania.

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Autore immagine: 123rf com


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