Professionisti Abuso edilizio: il proprietario dell’area abusivamente edificata

Professionisti Pubblicato il 31 dicembre 2015

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Reato di abuso edilizio: il proprietario dell’area edificata è responsabile?

Secondo un orientamento giurisprudenziale, il proprietario dell’area non è responsabile della costruzione abusiva, in virtù di tale sola sua qualità, qualora sia rimasto estraneo all’esecuzione dell’opera e non sia il committente dei lavori.

—   «Il semplice fatto di essere proprietario (o comproprietario) del terreno sul quale vengono svolti lavori edilizi senza concessione non è sufficiente da solo a costituire fonte di responsabilità penale, nemmeno qualora egli sia a conoscenza che altri eseguano opere abusive sul suo fondo, in quanto non vi è alcuna norma che gli imponga un obbligo giuridico di far cessare i lavori: per l’affermazione della responsabilità penale, invece, occorre la presenza di altri elementi in base ai quali possa ragionevolmente presumersi che il proprietario (o comproprietario) del terreno non sia rimasto passivo ma sia stato anche committente od esecutore dei lavori o abbia in qualche modo concorso, anche solo moralmente, con il committente o l’esecutore dei lavori abusivi» (Cass. sez. III: 3 maggio 2001, Zorzi, in Urbanistica e appalti, 2002, 359; 29 marzo 2001, Bertin, in RivistAmbiente, 2001, 696).

—   «In materia edilizia non può essere attribuito ad un soggetto, per il solo fatto di essere proprietario di un’area, un dovere di controllo dalla cui violazione derivi una responsabilità penale per costruzione abusiva, atteso che tale qualità, pur potendo costituire un indizio grave, non è sufficiente da sola ad affermare la responsabilità, essendo necessario a tale fine rinvenire altri elementi, che non siano la semplice conoscenza che altri eseguano opere abusive sulla propria proprietà, in base ai quali possa ragionevolmente presumersi che questi abbia in qualche modo concorso, anche solo moralmente, con il committente o l’esecutore dei lavori abusivi» (Cass., sez. III, 25 febbraio 2003, Capasso, in Riv. pen., 2003, 855).

—   «In tema di reati edilizi, non può essere attribuito ad un soggetto, per il mero fatto di essere proprietario dell’area, un dovere di controllo, dalla cui violazione derivi una responsabilità penale per costruzione abusiva, prescindendo dalla concreta situazione in cui venne svolta l’attività incriminata, cioè senza identificare, in relazione alla specifica situazione di fatto, il comportamento positivo o negativo posto in essere dal soggetto medesimo che possa essere assunto ad elemento integrativo della colpa; ne consegue che il proprietario risponde dei relativi reati non in quanto tale, ma solo se abbia la disponibilità dell’immobile ed abbia dato incarico dei lavori o li abbia eseguiti personalmente; mentre se l’incarico sia stato dato da altro proprietario o da altro detentore, non può essere ritenuto responsabile dell’abuso, anche se abbia espresso adesione alla realizzazione dell’opera» (Cass.: sez. III, 5 novembre 2002, Vallerotonda, in Riv. pen., 2003, 1083).

—   «Il principio di cui all’art. 40, 2° comma, c.p., secondo cui “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”, non è invocabile a sostegno della ritenuta responsabilità penale del proprietario di un’area rimasto estraneo, anche nella veste di semplice committente, alla realizzazione, ad opera di altri, di un manufatto abusivo sull’area anzidetta, dovendosi escludere, in assenza di qualsivoglia disposizione normativa in tal senso, che egli sia gravato dell’obbligo giuridico di impedire o denunciare la suindicata attività illecita» (Cass., sez. III, 16 maggio 2000, Molinaro, in Riv. pen. 2000, 889).

—   «Con riferimento al reato di cui all’art. 20, lett. b), L. 28 febbraio 1985, n. 47, considerato che l’autore materiale di tale contravvenzione è da individuare in colui che, con la sua azione esegue l’opera abusiva, ne deriva che un comportamento omissivo può dar luogo a responsabilità penale solo se ricorre l’obbligo di garanzia di cui all’art. 40, 2° comma, c.p.: è da escludere che un tale obbligo sussista a carico del proprietario dell’area interessata alla costruzione abusiva, poiché esso non è sancito da alcuna norma di legge (nella specie la Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna con la quale la corte di merito aveva ritenuto che l’imputata, quale proprietaria del terreno, pur avendo tenuto un comportamento di mera inerzia rispetto alla costruzione abusivamente effettuata dai figli, sarebbe da ritenere responsabile del reato edilizio per non averne impedito la commissione)» (Cass., sez. III, 4 aprile 1997, Celi, in Giust. pen., 1998, II, 363).

—   «In tema di costruzione abusiva, nel caso in cui il terreno acquistato in comproprietà dagli imputati sia stato di fatto suddiviso fra gli stessi, non è giuridicamente corretto negare rilevanza a questi accordi interni tra i comproprietari: essi sono irrilevanti sotto il profilo civilistico per difetto della forma scritta ex art. 1350 cod. civ., ma non possono dirsi ininfluenti sotto il profilo penalistico al fine di accertare il concorso materiale e morale di un comproprietario nell’abuso edilizio commesso dall’altro proprietario nell’area di sua spettanza convenzionale; ai fini penali, infatti, spetta al titolare dell’azione penale dimostrare — senza ricorrere a inversioni dell’onere probatorio — che il concorrente nel reato proprio abbia concretamente portato il suo contributo causale, o doloso o colposo; nei casi in cui venga in rilievo la colpa, questa deve essere dimostrata anche giuridicamente: nel senso che, se si ipotizza una negligenza dell’extraneus, deve essere anche indicato il dovere specifico di diligenza che si assume violato; e quando l’extraneus nel reato proprio dell’illecito urbanistico-edilizio è il proprietario (o il comproprietario) non esiste un suo specifico dovere di vigilanza o di diligenza normativamente fondato» (Cass., sez. III, 12 maggio 1995, Pulvirenti).

—   «Anche il proprietario «estraneo» (ovvero privo delle qualifiche soggettive specificate all’art. 29 del T.U. n. 380/2001: committente, titolare del permesso di costruire, direttore dei lavori) può essere ritenuto responsabile del reato edilizio, purché risulti un suo contributo soggettivo all’altrui abusiva edificazione da valutarsi secondo le regole generali sul concorso di persone nel reato, non essendo sufficiente la semplice connivenza, attesa l’inapplicabilità dell’art. 40, 2° comma, c.p., in quanto non esiste una fonte formale da cui far derivare un obbligo giuridico di controllo sui beni finalizzato ad impedire il reato» (Cass., sez. III, 22 novembre 2007, Tartaglia).

—   «In tema di costruzione edilizia abusiva, il proprietario non formalmente committente risponde del reato edilizio, ex art. 44 D.P.R. n. 380 del 2001 e 110 c.p., allorché, a conoscenza dell’assenza del preventivo rilascio del permesso di costruire, abbia fornito un contributo causale che abbia agevolato la edificazione abusiva (nell’occasione la Corte ha ulteriormente precisato che il giudice deve verificare l’esistenza di comportamenti, che possono assumere sia forma positiva che negativa, dai quali si possa ricavare una compartecipazione anche solo morale nella altrui condotta illecita)» (Cass., sez. III, 12 gennaio 2007, Forletti).

—   «In tema di reati edilizi, la responsabilità del proprietario per la realizzazione di costruzione abusiva può essere ricostruita sulla base di indizi e presunzioni gravi, precise e concordanti, desumibili anche dalla disponibilità giuridica e di fatto del suolo (fattispecie nella quale è stato ritenuto elemento indiziario sufficiente, in mancanza di ogni altra contraria risultanza probatoria, l’interesse del proprietario del suolo alla realizzazione del manufatto ivi esistente, pure allo stesso appartenente in virtù della disciplina civilistica dell’accessione)» (Cass., sez. III, 24 maggio 2007, De Filippo).

—   «In tema di reati edilizi, l’individuazione del comproprietario non committente quale soggetto responsabile dell’abuso edilizio può essere desunta da elementi oggettivi di natura indiziaria, come la presentazione della domanda di condono edilizio, sottraendosi tale valutazione al sindacato di legittimità della Suprema Corte in quanto comporta un giudizio di merito che non contrasta né con la disciplina in tema di valutazione della prova né con le massime di esperienza» (Cass., sez. III, 11 luglio 2007, Leone).

—   «Il locatore di un terreno non è responsabile neppure per colpa della costruzione senza concessione realizzata dal conduttore, per avere questi acquisito l’autonoma disponibilità dell’area interessata ed il relativo titolo per richiedere la concessione, la quale è data dal sindaco, ai sensi dell’art. 4 L. 28 gennaio 1977, n. 10, al proprietario ovvero in alternativa a chi appunto ne abbia titolo; né può farsi carico al locatore di un obbligo di vigilanza sull’azione svolta sul suo terreno dal conduttore per la mancanza di un rapporto di subordinazione del secondo nei confronti del primo» (Cass., sez. III, 11 novembre 1993, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 2, 118).

—   «La responsabilità per la realizzazione di una costruzione abusiva non prescinde per il proprietario dell’area interessata dal manufatto dall’esistenza di un consapevole contributo all’integrazione dell’illecito, ma grava sull’interessato l’onere di allegare circostanze utili a convalidare la tesi che, nella specie, si tratti di opere realizzate da terzi a sua insaputa e senza la sua volontà» (Cass.: sez. III, 19 settembre 2008, n. 35907, Calicchia; sez. fer., 28 agosto 2003, n. 35537, Vitale).

Un diverso orientamento giurisprudenziale, invece, considera configurabile la responsabilità penale del proprietario il quale, essendo consapevole che sul suo terreno viene eseguita da un terzo una costruzione abusiva e potendo intervenire, deliberatamente se ne astiene, tenendo così una condotta omissiva alla quale pure si ricollega, come conseguenza diretta, l’esecuzione dell’opera.

—   «Il proprietario o comproprietario di un terreno il quale, essendo consapevole che su di esso viene eseguita da altro soggetto una costruzione abusiva e, potendo intervenire, deliberatamente se ne astiene, pone in essere, così facendo, una condotta omissiva che condiziona, rendendola possibile, la realizzazione dell’opera abusiva, sì che questa può essere considerata una conseguenza diretta anche della suddetta condotta omissiva, della quale il soggetto deve essere quindi ritenuto responsabile ai sensi del principio generale di casualità dettato dal 1° comma dell’art. 40 c.p.; d’altra parte, anche il 2° comma di detto articolo (secondo il quale «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo»), dev’essere interpretato in termini solidaristici, con particolare riferimento al principio della funzione sociale della proprietà, sancito dall’art. 41, 2° comma, Cost., in forza del quale deve ritenersi che il proprietario non possa utilizzare la cosa propria né consentire che altri la utilizzi in modo che ne derivi danno ai consociati, ed abbia quindi l’obbligo giuridico di non consentire che l’evento dannoso o pericoloso si realizzi; in base, poi, alle norme generali che regolano il concorso di persone nel reato, deve ritenersi che il proprietario risponda, a titolo di concorso morale, non solo nel caso di costruzione senza concessione (reato che può essere commesso da chiunque), ma anche nel caso di costruzione in totale difformità della licenza (reato configurabile, in base all’art. 6 L. 28 febbraio 1985, n. 47, a carico dei soli soggetti ivi indicati)» (Cass., sez. III: 14 luglio 1999, Mareddu, in Riv. pen., 2000, 28; 26 ottobre 1999, Cuccì, in Cass. pen., 2000, 2751).

—   «La responsabilità del reato previsto dall’art. 20/b L. 47/85, inerente ai casi di esecuzione di lavori in totale difformità o assenza della concessione o di prosecuzione degli stessi nonostante l’ordine di sospensione, è riconosciuta in capo al proprietario di un terreno su cui venga eseguita da un terzo una costruzione abusiva, come conseguenza della violazione dell’obbligo giuridico, delineato dall’art. 40 c.p. di impedire che l’evento dannoso e pericoloso si realizzi; la trasgressione di tale obbligo, configura, pertanto, una ipotesi di concorso morale nel fatto consumato dall’autore della edificazione abusiva» (Cass., sez. III, 12 novembre 2002, Bombaci, in RivistAmbiente, 2003, 442).

—   «Il proprietario, il quale essendo consapevole che sul suo terreno viene eseguita da un terzo una costruzione abusiva e potendo intervenire deliberatamente se ne astiene, così facendo tiene una condotta omissiva che rende possibile l’esecuzione dell’opera, che è così conseguenza diretta della sua omissione, non può infatti dubitarsi che anche la semplice tolleranza, da parte di chi ha la disponibilità giuridica e di fatto del fondo, di un intervento dal quale deriva la trasformazione edilizia del fondo stesso ponga in essere un contributo essenziale alla realizzazione dell’illecito» (Cass., sez. III: 10 febbraio 2000, Isaia e 27 gennaio 2000, n. 859, Di Salvo, in Riv. pen., 2000, 357).

Attualmente appare consolidato l’orientamento secondo il quale — ai fini dell’affermazione della responsabilità del proprietario (o del comproprietario) — il giudice deve valutare la eventuale sussistenza di indizi gravi, precisi e concordanti, indagando in ordine: alla disponibilità giuridica e di fatto del suolo, alla residenza stabile nel luogo in cui si è edificato, all’interesse specifico a realizzare le nuove opere per esigenze anche proprie o comunque comuni al nucleo familiare; all’esistenza di comportamenti positivi da cui trarre una compartecipazione almeno morale all’esecuzione delle opere abusive.

Nel caso di coniuge convivente, comproprietario del terreno abusivamente edificato o del manufatto abusivaente modificato, la Cassazione ha rilevato che questi ha anzitutto il potere di porre il veto all’esecuzione di opere non autorizzate sull’area o sull’edificio in comunione e che non può non tenersi conto della stretta comunanza di interessi che rende il coniuge naturalmente partecipe di tutte le deliberazioni di rilevanza familiare, a meno che l’interessato non provi in contrario che tali presupposti, per una qualsiasi ragione, non ricorrano nel caso concreto (Cass., sez. III: 13 marzo 2013, n. 11820; 4 maggio 2004, n. 24319; 10 febbraio 2000, Isaia).

—   «In materia di reati edilizi, la responsabilità del comproprietario, qualora non sia committente esecutore dei lavori, deve essere ricavata da indizi precisi e concordanti, quali l’accertamento della concreta situazione in cui è stata svolta l’edificazione abusiva, i rapporti di parentela con l’esecutore dell’opera, ovvero il committente o il proprietario (nel caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto corretta la valutazione dei giudici di merito i quali avevano fondato la responsabilità del comproprietario coniuge del committente, non solo sulla considerazione che la comunione di vita rende solitamente partecipe il coniuge delle deliberazioni che assumono rilevanza familiare e sulla mancanza di qualsiasi opposizione manifestata dal coniuge in merito alle opere abusive, ma su plurimi elementi positivi, quali la comunanza di interessi tra i coniugi in relazione all’attività commerciale che veniva svolta nel manufatto, il concreto interessamento posto in essere dal coniuge comproprietario per la realizzazione dell’opera, evidenziatosi anche per mezzo della sottoscrizione diretta di istanze presso varie autorità amministrative)» (Cass., sez. III, 4 maggio 2004, Rizzuto).

—   «In tema di violazioni edilizie, al fine di configurare la responsabilità del proprietario di un’area per la realizzazione di una costruzione abusiva è necessaria la sussistenza di elementi in base ai quali possa ragionevolmente presumersi che questi abbia concorso, anche solo moralmente, con il committente o l’esecutore dei lavori, tenendo conto della piena disponibilità giuridica e di fatto del suolo e dell’interesse specifico ad effettuare la nuova costruzione, così come dei rapporti di parentela o affinità tra terzo e proprietario, della sua eventuale presenza in loco, dello svolgimento di attività di vigilanza dell’esecuzione dei lavori, della richiesta di provvedimenti abilitativi in sanatoria, del regime patrimoniale dei coniugi, ovvero di tutte quelle situazioni e comportamenti positivi o negativi dai quali possano trarsi elementi integrativi della colpa» (Cass., sez. III: 12 aprile 2005, Rosato, in Riv. giur. edilizia, 2006, I, 263; 8 ottobre 2004, Fucciolo; 20 gennaio 2004, Mancuso, in Giust. pen., 2005, II, 173; 25 febbraio 2003, Capasso; 3 ottobre 2002, Caravello, in Riv. pen., 2003, 45; 10 agosto 2001, Gagliardi, in Urbanistica e appalti, 2002, 357).

—   «In materia di reati edilizi, la responsabilità del proprietario può desumersi da indizi precisi e concordanti, come, nella fattispecie, la presenza dello stesso finalizzata al controllo dei lavori al momento del sopralluogo e la presentazione dell’istanza per la sanatoria» (Cass., sez. III, 27 febbraio 2010, n 11526, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 1007).

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