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Insultare sul web in caso di licenziamento: c’è la giustificazione

4 Aprile 2012 | Autore:
Insultare sul web in caso di licenziamento: c’è la giustificazione

La provocazione giustifica la reazione offensiva: assolto l’uomo che ha insultato il datore di lavoro della moglie dopo che questa era stata licenziata e più volte offesa.

Insultare sul web il dirigente che ha licenziato la propria moglie non fa scattare sanzioni penali, se durante il rapporto di lavoro la donna è stata più volte offesa dal proprio capo: si è infatti giustificati dalla provocazione che è una scriminante del reato [1].

Nonostante gli insulti del dirigente non fossero rivolti al marito, il comportamento ingiusto del primo [2]può costituire provocazione, anche se diretto a una persona diversa da colui che reagisce, ma a costui legata da particolare rapporto, come quello di coniugio“.

La Cassazione [3], pertanto, ha deciso di non condannare il marito per ingiuria e diffamazione, ritenendo valida la giustificazione della provocazione. Nel caso di specie, infatti, il “commento sferzante” è stato inviato dall’uomo, su un blog, immediatamente dopo il licenziamento: sicché tale contestualità della reazione rende la stessa ancora più “comprensibile” su un piano umano.

Sempre i giudici della Cassazione [4], qualche anno fa, avevano stabilito che la scriminante della provocazione opera non solo quando il fatto ingiusto altrui sia un illecito civile o penale, “ma anche quando tale fatto sia lesivo di regole accettate nella civile convivenza”.

 

 


note

[1] La provocazione, scriminante applicabile sia al reato di ingiuria che di diffamazione, rientra fra le cause speciali di non punibilità nell’ambito dei delitti contro l’onore. Secondo parte della dottrina, la loro operatività non esclude l’antigiuridicità del fatto, ma si limita a paralizzare l’applicazione della pena (Fiandaca-Musco). Secondo altri, invece, si tratta di una causa di giustificazione, che dunque esclude il reato, il fatto viene perciò considerato lecito ab origine (Antolisei).

La provocazione è costituita da tre elementi: a) il fatto ingiusto altrui; b) lo stato d’ira; c) l’immediatezza della reazione lesiva dell’onore. In questa ipotesi, l’ordinamento non punisce la reazione della vittima ad un’ingiusta offesa altrui, ritenendo scusabile il suo comportamento ingiurioso o diffamatorio.

Art. 599 c.p.: Nei casi previsti dall’ art. 594 (Ingiuria), se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori.

Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti previsti dagli artt. 594 (Ingiuria) e 595 (Diffamazione) nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso.

La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche all’offensore che non abbia proposto querela per le offese ricevute.

[2] In diritto penale, per comportamento (o fatto) ingiusto, si intende una condotta contraria ai principi dell’ordinamento, al diritto naturale o alle regole sociali del vivere civile. L’atto ingiusto altrui deve essere idoneo a suscitare un turbamento nell’animo dell’agente o di un suo prossimo congiunto.

[3] Cass. sent. n. 9907/2012.

[4] Cass. sent. n. 21445/2009.


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1 Commento

  1. Cassazione: conferma licenziato per diffamazione al capo.
    Non è giusto definire reato di diffamazione lo sputtanamento delle nefandezze del capo imbecille, altrimenti la Legge fa il suo gioco e questi individui se ne fanno un’arma.. nel senso che “posso fare il porco tanto poi nessuno mi chiederà mai conto”. All’occorrenza bisognerebbe entrare nel merito dei fatti e se non veritieri considerare soltanto il reato di calunnia.
    Anzi, c’è la necessità di creare un scudo legale poiché “la sindrome di schettino”, io la chiamo così, è ormai diventata una piaga sociale e sta cancrenizzando tutto il settore produttivo, per questo ho scritto una lettera aperta al Ministro del Lavoro e al Presidente di Confindustria
    Io ho messo online la mia esperienza con la stupidità dei miei ex direttori alle dipendenze del Gruppo Fantini, stiamo parlando della più grande azienda italiana che produce laterizi fallita l’1 settembre.

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