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Come chiedere il risarcimento del danno morale

21 Novembre 2018


Come chiedere il risarcimento del danno morale

> L’esperto Pubblicato il 21 Novembre 2018



L’accertamento e la liquidazione del danno non patrimoniale mirano a stimare la lesione subita dal soggetto danneggiato nella sua concretezza. Per il danno morale è necessario allegare prove e dimostrare fatti ulteriori rispetto a quelli relativi al danno biologico, onde quantificare la sofferenza patita.

Il riconoscimento del danno morale costituisce una pretesa che viene avanzata spesso dinanzi all’autorità giudiziaria. Sei coinvolto in una controversia e ti senti leso nella sfera intima e personale? Ritieni che un diritto inviolabile attinente alla tua persona sia stato calpestato e ti domandi come chiedere il risarcimento del danno morale? E’ necessario essere consapevoli che, il risarcimento del danno morale non avviene automaticamente in concomitanza di un fatto lesivo, bensì deve essere provato e allegato specificatamente. Il danno morale, ovvero la sofferenza patita dalla persona lesa, può trovare accoglimento sia nella stima unitaria e onnicomprensiva di un danno di natura non patrimoniale, sia quale voce di danno dimostrata autonomamente laddove sia di particolare natura e gravità.

Il danno morale

Secondo un orientamento ormai consolidato della Suprema Corte [1], nella categoria unitaria del “danno non patrimoniale” [2] sono ricomprese le tradizionali e precedenti figure del danno biologico, danno morale e danno esistenziale. Tale distinzione, ad oggi, assume una funzione puramente descrittiva. L’intento è quello di realizzare un sistema onnicomprensivo di risarcimento del danno alla persona.

In particolare, i giudici supremi, al di là del danno alla salute, accertabile mediante certificazione medico legale, distinguono una doppia dimensione del danno di natura non patrimoniale: il danno relazione, quale proiezione esterna dell’essere e il danno morale, quale sofferenza interna ed intima della persona [3].

In particolare, nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio di natura non patrimoniale, ovvero non suscettibile di valutazione economica, il giudice deve tener conto di tutte le conseguenze derivate dall’evento dannoso, nessuna esclusa, evitando di operare duplicazioni risarcitorie, ovvero attribuire nomi diversi a pregiudizi identici.

La Suprema Corte ribadisce, altresì che, il risarcimento del danno non patrimoniale, al di fuori dei casi determinati dalla legge, è ammesso quando venga accertata la lesione di un diritto inviolabile della persona riconosciuto dalla Costituzione.

Oggetto della valutazione giudiziaria sarà la persona e i suoi diritti fondamentali, ovvero la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto protetto dalla Costituzione, l’aspetto interiore del danno.

Per porre alcuni esempi, le situazioni soggettive protette a livello costituzionale possono riguardare: il rapporto parentale e familiare, l’onore, la reputazione, la libertà di pensiero, il diritto di difesa, la libertà religiosa, il diritto di associazione, il diritto all’ambiente, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario.

Il giudice sarà chiamato a valutare la gravità della lesione e la serietà delle conseguenze [4]. In altre parole, sarà necessario effettuare un bilanciamento tra il principio di solidarietà verso la parte danneggiata e quello di tolleranza: il risarcimento sarà dovuto soltanto laddove sia superata la soglia di tollerabilità ed il pregiudizio subito non sia futile.

La prova del danno morale

Una recente pronuncia della Suprema Corte [5] chiarisce che possono essere risarcite plurime voci di danno non patrimoniale, purché allegate e provate nella loro specificità.

Così facendo, il giudice avrà la possibilità di valutare con chiarezza ogni singola conseguenza derivata dall’evento dannoso, evitando di moltiplicare le voci risarcitorie, laddove le lesioni subite dal danneggiato presentino tratti unitari suscettibili di essere globalmente stimati e risarciti.

Pertanto, mentre in talune ipotesi, nel risarcimento del danno biologico sarà ricompreso anche il calcolo di una generica sofferenza morale, in altre fattispecie, sarà possibile ottenere il risarcimento di un danno morale autonomo e distinto da quello biologico [6].

Pertanto, mentre il danno biologico costituisce la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica di una persona, suscettibile di accertamento medico legale, per il riconoscimento del danno morale è necessario che le prove prodotte dal danneggiato siano utili a determinare la presenza di una sofferenza, diversa dal danno biologico, causata dalle lesioni subite.

In generale, ricordano i giudici supremi, non esiste nessuna automaticità nel calcolo del danno biologico che permetta di ricomprendere anche la quantificazione del danno morale; in particolare nel caso di lesioni minori è possibile che non vi sia nessun ulteriore sofferenza da risarcire, oltre a quella del danno stesso, e conseguentemente risulterebbe superflua la liquidazione di un danno morale non subito.

Si può comunque parlare di un’autonoma liquidazione del danno morale rispetto al danno biologico, ma è necessario un accertamento separato e ulteriore rispetto ad altri danni. In caso di danno micro-permanente (lesioni di lieve entità) è consentito il risarcimento, oltre che del danno biologico, del danno morale come voce del danno non patrimoniale: questo però comporta che il danneggiato deve allegare i fatti e le circostanze utili per la determinazione della sofferenza subita a causa della lesione e la prova della lesione stessa.

Pertanto, anche in presenza della lesione di diritti costituzionali inviolabili, non è ipotizzabile il risarcimento del danno non patrimoniale in mancanza della sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso, che oltretutto deve avere le caratteristiche della gravità e della non futilità. Con la conseguenza che, anche in presenza della lesione di diritti inviolabili, non è ipotizzabile il risarcimento del danno non patrimoniale in mancanza della sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso, il quale deve essere allegato e provato [7].

Né si può superare il problema chiedendo il risarcimento in via equitativa. Difatti, la liquidazione equitativa del danno ha natura sussidiaria e non sostitutiva dell’onere della prova a carico della parte. Pertanto, la facoltà per il giudice di liquidare in via equitativa il danno esige, innanzitutto, l’accertata esistenza di un danno risarcibile, cui si aggiunge la verifica che l’impossibilità (o l’estrema difficoltà) d’una stima esatta del danno dipenda da fattori oggettivi, e non già dalla negligenza della parte danneggiata nell’allegare e dimostrare gli elementi dai quali desumere l’entità del danno.

Per porre un esempio, laddove la persona danneggiata abbia richiesto al giudice il riconoscimento del danno morale e del danno esistenziale, dovrà rigorosamente provare in giudizio entrambi. Il danno morale, infatti, è inteso quale dolore interiore della persona, mentre il danno esistenziale è il danno patito alla vita di relazione, dunque un danno che si riflette nel cambiamento delle dinamiche relazionali della persona.

Il danno non patrimoniale, pertanto, non consegue automaticamente ad ogni condotta potenzialmente lesiva di un soggetto. Incombe sulla parte danneggiata l’onere di dimostrare e allegare non solo il danno subito nella sua concretezza, ma anche la stretta correlazione tra il pregiudizio subito e il comportamento illegittimo (il cosiddetto nesso di causalità).

Il giudice, esaminata la fattispecie concreta, procederà ad una personalizzazione del danno non patrimoniale, in relazione alle allegazioni e alle prove specificatamente prodotte dalla persona danneggiata.

note

[1] Cass., S.U., 26975/2008; Cass., S.U., 26974/2008; Cass., S.U., 26973/2008; Cass., S.U., 26972/2008

[2] Art.2059 cod. civ.

[3] Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 23-03-2017) 14-11-2017, n. 26805

[4] C. St., 23.3.2009, n. 1716

[5] Cass. civ. Sez. I Ord., 31-05-2018, n. 13992

[6] Cass. sent. n. 29191/2008

[7] Cass. sent. n. 349/16 del 13.01.2016;  Cass. sent. n. 339/16 del 13.01.2016

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 12 novembre 2015 – 13 gennaio 2016, n. 349
Presidente Ambrosio – Relatore Carluccio

Svolgimento del processo

1. D.V.V. , brigadiere dei Carabinieri, convenne in giudizio S.D. e M.P. – rispettivamente conducente e capo pattuglia della Polizia Stradale – chiedendo il risarcimento del danno per errata identificazione/scambio di persona. Espose che gli era stato notificato un verbale di contestazione per violazione del codice della strada e di essere stato denunciato alla Procura della Repubblica per illecito penale sulla base di un errore nella sua identificazione. In particolare, che i convenuti con comportamento colpevole avevano erroneamente attribuito la sua identità alla persona alla guida di una autovettura, fermata per violazione delle norme del codice della strada, relazionando al proprio ufficio, dal quale avevano poi preso avvio i relativi procedimenti che gli avevano arrecato danno.
Il giudice di primo grado accolse la domanda e condannò i convenuti al pagamento di Euro 10.000,00.
La Corte di appello di Catania, accogliendo parzialmente l’appello degli originari convenuti, ritenne sussistente la loro responsabilità ma rigettò la domanda nei loro confronti per mancanza di prova del danno lamentato (Sentenza 26 giugno 2012).
2.Avverso la suddetta sentenza, D.V.V. propone ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Si difende con controricorso S.D. , che propone ricorso incidentale condizionato volto ad escludere la propria responsabilità.
M.P. , ritualmente intimato, non svolge difese.

Motivi della decisione

1. La Corte di merito ha ritenuto non provato il lamentato danno alla reputazione.
In particolare, diversamente dal giudice di primo grado, ha escluso che dalla denuncia di reato alla Procura della Repubblica potesse essere derivata la mancata partecipazione dell’attore ad una missione in (…). Sulla base delle cadenze temporali degli avvenimenti (lo scambio di persona del (omissis) , la ricomprensione dell’attore tra i militari in missione in data (omissis), l’esclusione in data (omissis) con revoca da parte dell’Amministrazione senza ulteriore specificazione) ha escluso che la revoca della partecipazione del D. alla missione potesse essere univocamente riconducibile alla denuncia penale. Infatti, ha messo in rilievo il giudice, la denuncia avrebbe dovuto incidere già nella fase di ammissione, intervenuta dopo ben otto mesi dalla vicenda.
Poi, precisato che altri danni non erano stati addotti e lamentati dall’attore e che in mancanza di danni non poteva procedersi alla liquidazione equitativa, ha rigettato la domanda.
2. Con il primo motivo si deduce contraddittorietà ed incongruenza della motivazione in riferimento agli artt. 2 Cost., 2043 e 2050 c.c. Il ricorrente ravvisa la contraddittorietà nell’aver la Corte territoriale riconosciuto che non vi sarebbe stata erronea identificazione se gli agenti avessero agito con diligenza e nell’aver nel contempo negato qualunque conseguenza a tale comportamento colpevole, con conseguente contraddittorietà di ragioni adottate, tale da non consentire l’individuazione della ratio decidendi.
Si lamenta il mancato riconoscimento del risarcimento, nonostante la lesione di diritti inviolabili, tutelati dall’art. 2 Cost., quale il diritto al nome tutelato contro chi identifichi la persona con un nome diverso dal suo, o faccia un indebito uso del nome altrui; il diritto all’immagine e all’identità personale, leso mediante l’attribuzione di azioni non compiute. Diritti, dei quali l’art. 2043 c.c., secondo la prospettazione del ricorrente, assicurerebbe tutela risarcitoria non patrimoniale con la semplice dimostrazione della violazione del diritto leso.
2.1. Il motivo, per alcuni profili inammissibile, è nel suo nucleo centrale infondato.
2.1.1. È inammissibile nella misura in cui, a fronte della decisione impugnata che assume essere stato chiesto il risarcimento per danni alla reputazione, invoca la lesione del diritto al nome, all’immagine, all’identità personale, senza dimostrare – anche mediante idoneo riferimento agli atti processuali del giudizio di merito, ai sensi dell’art. 366, n. 6 c.p.c. – di aver svolto con tale ampiezza la domanda di danni dinanzi al giudice del merito. Conseguente è l’impossibilità per la Corte di legittimità di verificare la censura svolta e, quindi, il carattere di novità della prospettazione per la prima volta in questa sede.
Sotto altro profilo è inammissibile nella misura in cui prospetta come contraddittorietà di motivazione quello che è il risultato di un accertamento della mancanza della prova del danno subito, specificamente riferito dalla Corte territoriale alla mancata missione in (…), e alla assenza di allegazioni in ordine ad altri profili di danno. Né, d’altra parte, il ricorrente mette in discussione tale accertamento deducendo e dimostrando l’avvenuta allegazione davanti al giudice del merito di altri danni lamentati, ovvero censurando la ricostruzione temporale che la Corte di merito ha fatto rispetto alla missione in (…), quanto alla perduranza degli effetti dell’errore di identificazione.
2.1.2. Il motivo è infondato laddove appare presupporre la tesi secondo la quale l’art. 2043 c.c. assicurerebbe la tutela risarcitoria non patrimoniale (art. 2059 c.c., implicitamente evocato), tutte le volte che sia stata dimostrata la violazione di un diritto inviolabile, nella specie costituito dal diritto alla reputazione, indipendentemente dalla sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso. La tesi è priva di fondamento.
Nel pervenire ad un nuovo inquadramento del danno non patrimoniale, le Sezioni Unite (con la decisione n. 26972 del 2008) hanno chiaramente posto in evidenza che l’art. 2059 cod. civ. non disciplina una autonoma fattispecie di illecito, distinta da quella di cui all’art. 2043 c.c., ma si limita a disciplinare i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali, sul presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito richiesti dall’art. 2043 c.c.: e cioè la condotta illecita, l’ingiusta lesione di interessi tutelati dall’ordinamento, il nesso causale tra la prima e la seconda, la sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso. L’unica differenza tra il danno non patrimoniale e quello patrimoniale consistendo nel fatto che quest’ultimo è risarcibile in tutti i casi in cui ricorrano gli elementi di un fatto illecito, mentre il primo lo è nei soli casi previsti dalla legge.
Tra i casi “previsti dalla legge”, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ., rientra quello in cui il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale. Con la differenza che la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, non individuati “ex ante” dalla legge, ma selezionati caso per caso dal giudice.
Proprio dalla non esistenza di una autonoma fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale regolata dall’art. 2059 c.c., distinta da quella prevista dall’art. 2043 cod. civ., e dalla sola regolazione dei limiti e delle condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali ad opera dell’art. 2059 cit., deriva la necessità – anche in caso di lesione di diritti costituzionali inviolabili, presieduti dalla tutela minima risarcitoria – che la lesione sia grave e che il danno non sia futile, come la giurisprudenza ha in più occasioni riaffermato (da ultimo, Cass. n. 26367 del 2014; n. 8703 del 2009). Con la conseguenza che, anche in presenza della lesione di diritti inviolabili, non è ipotizzabile il risarcimento del danno non patrimoniale in mancanza della sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso. Di più, la lesione deve avere le caratteristiche della gravità e della non futilità. E, naturalmente, il danno-conseguenza deve essere allegato e provato, con la precisazione che, per i pregiudizi non patrimoniali attinenti a un bene immateriale, la prova presuntiva è destinata ad assumere particolare rilievo e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, a condizione che il danneggiato alleghi tutti gli elementi idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto (Sez. Un. del 2008 cit.).
3. Con il secondo motivo si lamenta omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.
Si censura la decisione per aver escluso la liquidazione equitativa del danno, potendosi invece ad essa pervenire sulla base di presunzioni, stante l’id quod plerumque accidit, essendo notorio che determinati fatti provocano nei confronti della parte danneggiata una alterazione della sua quotidianità.
3.1. Anche questo motivo di censura è inammissibile e, comunque, infondato.
3.1.1. Ai fini della inammissibilità è sufficiente rilevare che viene dedotto un difetto motivazionale in riferimento all’art. 360 n. 5 c.p.c., senza alcuna prospettazione di una quaestio facti, risultando piuttosto involto dalle censure l’art. 1226 c.c..
3.1.2. Sotto il profilo della violazione dell’art. 1226 c.c., il motivo è infondato.
La Corte territoriale ha correttamente escluso di poter procedere ad una liquidazione equitativa del danno in mancanza della prova dei danni patiti.
È sufficiente richiamare il principio consolidato, secondo il quale, la liquidazione equitativa del danno ha natura sussidiaria e non sostitutiva dell’onere di allegazione e prova della parte, con la conseguenza che la facoltà per il giudice di liquidare in via equitativa il danno esige, innanzitutto, l’accertata esistenza di un danno risarcibile, oltre che il giudice di merito abbia previamente accertato che l’impossibilità (o l’estrema difficoltà) d’una stima esatta del danno dipenda da fattori oggettivi, e non già dalla negligenza della parte danneggiata nell’allegare e dimostrare gli elementi dai quali desumere l’entità del danno (ex multiis, Cass. n. 25912 del 2013, n. 10850 del 2003).
4. In conseguenza del rigetto del ricorso principale, resta assorbito il ricorso incidentale, espressamente condizionato, volto ad ottenere l’esclusione della condotta colpevole in capo al controricorrente.
5. In conclusione, il ricorso principale deve essere rigettato. Resta assorbito il ricorso incidentale condizionato. Le spese, liquidate secondo i parametri vigenti, seguono la soccombenza a favore del controricorrente.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione decidendo i ricorsi riuniti, rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di cassazione in favore del controricorrente, che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.


Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 28 ottobre 2015 – 13 gennaio 2016, n. 339
Presidente Spirito – Relatore D’Amico

Svolgimento del processo

L.F. propose appello avverso la sentenza del Giudice di Pace di Sassari esponendo che quest’ultimo, dopo aver liquidato il danno biologico, non aveva riconosciuto il danno morale conseguente al sinistro stradale attribuibile a responsabilità esclusiva della convenuta I.S.P..
Concluse pertanto chiedendo al Tribunale il risarcimento del danno morale.
Il Tribunale ha rigettato l’appello.
Propone ricorso con un unico motivo L.F..
Gli intimati non svolgono attività difensiva.

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente denuncia «violazione di norme di diritto ex art. 360 n. 3 in relazione all’art. 2059 c.c. e all’art. 2697 e segg. c.c.».
Il ricorrente ritiene che, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale di Sassari, la prova del danno non patrimoniale può essere solo allegata con l’indicazione delle circostanze di fatto da cui deriva il pregiudizio. A suo avviso il giudice ha adottato criteri rigorosi per la liquidazione del danno morale, non condivisi dall’orientamento giurisprudenziale prevalente.
Il motivo è infondato.
Risulta che il giudice ha liquidato il danno biologico compresa in esso anche la sofferenza morale. Dunque, correttamente il giudice ha ritenuto come non compiutamente specificata la domanda di ulteriore danno morale.
Il difetto di allegazione ha precluso al giudice il ricorso allo strumento probatorio presuntivo, posto che non è dato sapere quali siano i fatti noti in base ai quali il giudice possa risalire al fatto ignoto che intende provare.
La motivazione è corretta.
In caso di incidente stradale il danno morale, conseguente alle lesioni, va sempre provato, sia pure per presunzioni, non sussistendo alcuna automaticità parametrata al danno biologico patito. E ciò è tanto più vero nel caso di lesioni minori
(micropermanenti), laddove non sempre vi è un ulteriore danno in termini di sofferenza da ristorare. Dunque, se in linea di principio neanche con riguardo alle lesioni di lieve entità si può escludere il c.d. danno morale dal novero delle lesioni meritevoli di tutela risarcitoria, per valutare e personalizzare il danno non patrimoniale, si deve però tener conto della lesione in concreto subita.
Questa impostazione è conforme alla sentenza di questa Corte n. 29191 del 2008, ove si afferma “l’autonomia ontologica del danno morale”, e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore.
Diversamente opinando, infatti, si arriverebbe ad una incomprensibile differenziazione tra i danni di lieve entità derivanti da causa diversa da sinistro stradale, liquidati mediante ricorso al sistema tabellare equitativo, in virtù del principio di liquidazione totale del danno, e i danni da sinistro stradale che comporterebbero una minore tutela del danneggiato. Ne consegue che, anche in caso di danno da micropermanente deve ritenersi consentita la liquidazione del danno morale come voce di danno non patrimoniale, in aggiunta al danno biologico previsto dall’art. 139 del codice delle assicurazioni private. Questo significa però che è il danneggiato ad essere onerato dall’allegazione di tutte le circostanze utili ad apprezzare la concreta incidenza della lesione patita in termini di sofferenza/turbamento e della prova degli stessi, anche mediante lo strumento delle presunzioni.
In conclusione il ricorso deve essere rigettato e in assenza di attività difensiva di parte intimata non si dispone sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.


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4 Commenti

  1. buongiorno nel 2008 o ottenuto dal comune di mira ve il permesso di costruire sopra la casa di mio padre ma quando sonno arrivato al tetto la confinante mi denuncia per non avere rispettato i la distanza dai confini il rilascio e stato rilasciato in norma della legge 9 mentre il giudice no a tenuto conto e cosi mise la sentenza esecutiva di arretramento con penale di euro 150 al giorno adesso la confinante richiede la penale mettendo a l asta la casa di mio padre nonostante che o fatto io e lo pago io il mutuo della costruzione cosa devo fare per risolvere il mio problema – mi stanno falire e soffrire a me i miei bambini – i ctu che manda il giudice

    1. CONDIVIDO IL COMMENTO DI ANONIMO DEL 05/05/2017,
      MI TROVO NELLE STESSE CONDIZIONI,MA A ME DI ANNI SONO MOLTO DI PIU’;LE ISTITUZIONI SONO A CONOSCENZ DELLA REALTA’,EPPURE,VARIE VOLTE SCRIVONO IL “COMPLETO CONTRARIO” PER SCREDITARMI DANDO LA POSSIBILITA’ ALLE RICCHE DI MALAFFARWE PER CONTINUARE BEATI E’ TRANQUILLI A TRAMARE E’ “RUBARE”

  2. 15 anni di persecuzione senza trovare chi ti aiuta, sono canadese sto scrivendo un libro farò internazionale la mia situazione in italia

    1. Salve vorrei fare conoscere la mia storia iniziata con una malasanità italiana per poi proseguire con la più vergognosa Delle vergogne della giustizia italiana /giustizia a modo di dire / siamo ormai una famiglia distrutta a vita con la morte di due persone ho molto materiale che parla molto più di una giustizia morta e di un diritto inesistente qui in Italia’ mi farebbe e mi consolerebbe se ciò venga reso noto anche in stati e paesi non italiani. Se interessato mi contatti alla mia mail dadi26@alice.it

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