Diritto e Fisco | Editoriale

Inno nazionale: quando essere patriottici può costare caro

16 Ottobre 2009
Inno nazionale: quando essere patriottici può costare caro

Suonare l’inno nazionale può essere un lusso: la tassa su Mameli sottrae al popolo la gloria patriottica, mentre esulta la Sonzogno.

Le istituzioni si lamentano che gli italiani non conoscono l’inno nazionale e non lo sanno cantare. Ma anche le note di Mameli nascondono il solito business delle piccole cifre, estorte, con sotterfugi cavillosi, ai contribuenti. Infatti, non tutti sanno che, per suonare le note dell’orgoglio italiano, è necessario corrispondere un tributo alla SIAE.

L’importo varia a seconda dell’occorrenza. Si va dai 290 euro per una partita della nazionale (a seconda della capienza dello stadio) ai 60 euro per una gara di seconda categoria. Nel caso del Palazzetto dello Sport, si paga circa 146 euro.

Dunque, un vero e proprio prezzario.

Chi ci ha letto in passato, si starà chiedendo come sia possibile tale imposizione: gli autori dell’Inno sono morti da oltre un secolo e, pertanto, sono spirati tutti i diritti d’autore.

La Società degli Autori, invece, per lucrare ad oltranza su un brano la cui esecuzione non verrà mai abbandonata, si è inventata una sorta di ultrattività dei diritti, spacciando il tributo per una sorta di noleggio dello spartito, da versare all’editore Sonzogno.

Lo scandalo è stato sollevato dal Presidente del Consiglio Comunale di Messina, Pippo Previti, che ha inviato una lettera a Giorgio Napolitano. Nella missiva, egli denuncia una fattura inviata dalla SIAE ad una Onlus messinese, “rea” di aver fatto risuonare, nel corso di una pubblica manifestazione, le note dell’Inno nazionale.

L’attaccamento del popolo italiano al proprio inno, già di per sé, non è dei più fieri. E la scoperta dell’ennesima tassa potrebbe incrinare definitivamente questa fragile relazione.



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