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Editoriali PEC (posta elettronica certificata): un fallimento obbligatorio per legge

Editoriali Pubblicato il 18 maggio 2014

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> Editoriali Pubblicato il 18 maggio 2014

Una storia tutta italiana quella che ha portato all’obbligatorietà della PEC: un fallimento, peraltro, già annunciato nelle stesse premesse da cui ha preso le mosse questo strumento.

Non c’è bisogno di ricordare che la Posta Elettronica Certificata (meglio nota con il suo acronimo: PEC) è un sistema che consente al mittente dell’email di ottenere – al pari di una raccomandata con avviso di ricevimento – la prova legale (in forma elettronica) dell’invio e della consegna di quanto inoltrato, con la specifica indicazione della data e ora.

Definita dal ministro Brunetta, all’alba della sua approvazione, come “la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese dal dopoguerra”, la posta elettronica certificata è stata però un vero fallimento. Non ci voleva molto per capirlo: era già scritto nel suo stesso DNA prima ancora che nascesse. E questo perché si è deciso, a suo tempo, di sposare una tecnologia limitata e obsoleta. Come tutti gli “affari” milionari italiani, è meno doloroso credere che, dietro le scelte insensate del parlamento, vi sia qualche nuovo business anziché la pura idiozia dei nostri rappresentanti.

Introdotta con una serie di interventi legislativi tra il 2005 e il 2009 [1], la PEC è stata da poco resa obbligatoria ai professionisti e alle imprese: segno di un’inguaribile fede, da parte delle istituzioni, nella sua utilità. Ma, a conti fatti, nessuno ancora la usa o la trova comoda. Avvocati, commercialisti, ingegneri, società: tutti continuano a valersi dei loro tradizionali account di posta elettronica, spesso legati a un dominio “ad hoc”, acquistato in modo da collegare il proprio nome alla ragione sociale (anche per una questione di marketing).  È più identificativo l’account “rossi@lavatriciperfette.spa.com” che non “rossi@pec.assolavatrici.it”.

Non bisogna tralasciare neanche il problema della scarsa preparazione del personale. L’altro giorno ho inviato una Pec all’U.r.p. di un Comune, con la richiesta di un certificato di residenza. Non avendo ricevuto risposta, dopo qualche giorno ho telefonato alla segreteria, dove una persona, con tono piuttosto imbarazzato, mi ha invitato a inoltrare di nuovo la domanda. Ma questa volta con un fax.

Peraltro, seppur formalmente, non tutti gli enti sono dotati di Pec. È stato, per esempio, il caso della Regione Basilicata, contro cui ci si è visti obbligati a intraprendere, per fini risarcitori e con felice risultato, una apposita class action.

Tra le tante critiche di chi è costretto a sborsare diverse decine di euro all’anno per un servizio che non usa, l’ultimo attacco giunge ora dall’Istituto Superiore delle Comunicazioni e Tecnologie dell’Informazione (Iscti), dipartimento del Ministero dello Sviluppo. Sandro Mari, ingegnere dell’Iscti, denuncia: “La Pec non è inter-operabile e, proprio perché non basata su uno standard internazionale, non è integrata in alcuni software di gestione”. Il che, in parole povere, significa che la posta certificata può essere utilizzata solo all’interno dei confini nazionali e non si interfaccia con il resto del mondo: essa, insomma, dialoga solo con un’altra Pec o con gli uffici pubblici nazionali (ammesso che la sappiano utilizzare). L’esatto opposto della filosofia globale che invece sposa Internet. Una critica che già da molto tempo aveva cavalcato l’associazione “Cittadini di Internet”, per bocca del proprio presidente, Massimo Penco.

Alternative ce ne sono, riferisce Mari: la Ietf (International Engineering Task Force, l’unica autorità internazionale demandata agli standard su Internet), già molto tempo prima che nascesse la “Pec italiana”, ha determinato uno standard di comunicazione certificata universale con le medesime caratteristiche della Pec ma ad essa parallelo, tuttavia sicuro, non oneroso e basato su uno standard internazionale. Inoltre, a differenza della Pec, non implica la creazione di un sistema centralizzato per la gestione degli aspetti di sicurezza. Tale standard può essere implementato utilizzando i normali software commerciali di gestione della posta.

Allora, perché il governo avrebbe voluto necessariamente sposare il sistema della Pec? Una storia forse molto simile a quella degli incentivi sul fotovoltaico e che lascia dietro di sé la solita scia di puntini sospensivi del Belpaese.

L’appalto della Pec fu affidato alla società Poste Italiane per la modica (si fa per dire) cifra di 50 milioni di euro: un euro per ogni italiano che, secondo le ottimistiche previsioni del governo, avrebbe dovuto richiedere l’attivazione, alle Poste, di un indirizzo Pec. Cosa che ovviamente non è avvenuta: al 2011 – ossia prima dell’attivazione obbligatoria per i professionisti – erano  poco più di cento mila i cittadini che l’avevano chiesta e attivata (chissà poi quanti di questi effettivamente la utilizzano).

Il calcolo, in verità, è già di per sé sbagliato. Gli italiani sono in tutto 60 milioni e, in questi 60 milioni, sono compresi anche i minori di 18 anni (che quindi non saprebbero che farsene di una posta certificata) e gli anziani che neanche sanno cos’è un’email. Quindi, a conti fatti, i potenziali utilizzatori di Pec sono ben meno di 50 milioni: mentre tale invece è la cifra “regalata” a Poste Italiane. È ovvio che il calcolo del corrispettivo a favore di Poste Italiane è stato fatto con un’approssimazione per eccesso ben sopra le ragionevoli aspettative. Peraltro, ci sono anche altri gestori, oltre a Poste Italiane, capaci di erogare il servizio Pec (gli ordini professionali, le camere di commercio, svariate società private).

Già il contenuto del bando per l’appalto della Pec lasciava pensare a un provvedimento “ad personam”, da cui era facile intuire chi sarebbe stato l’aggiudicatario. Tra i requisiti richiesti vi era infatti la disponibilità, da parte dell’eventuale vincitore, di offrire “una rete di sportelli fisici in grado di assicurare un punto di accesso in almeno l’80% dei comuni italiani con popolazione residente superiore a 10 mila abitanti, con orario di apertura al pubblico, dal lunedì al sabato, 9.00-13.00”.

A riguardo, non mi vengono in mente altri soggetti in grado di offrire tale rete, oltre alle banche e, appunto, alle Poste Italiane.

Fare marcia indietro [2]? Si, è sempre possibile. Da noi, ogni governo si caratterizza perché, nei suoi primi due anni, non fa che spazzare la polvere dei precedenti regimi. Ma la verità è che ormai i buoi sono scappati, il denaro pubblico è “speso”, chi doveva abbonarsi al servizio lo ha già fatto e tutto è impostato su questo regime. Almeno finché l’Italia non si ricorderà che fa parte dell’U.E. e che, pertanto, dovrà adattarsi al nascente standard comunitario per la certificazione della posta elettronica, uno standard valido e uguale per tutti gli stati membri, anche al di fuori degli stretti confini nazionali.

Ma intanto chi doveva mangiare, si sarà alzato da tavola con la pancia piena…

note

[1] Art. 15, comma 2, L. 15.03.1997 n. 59; Dpr 11 febbraio 2005 n. 68; D.M. 2 novembre 2005;  Codice della Amministrazione Digitale (D.lgs. 82/2005); L. 2/2009 (art. 16, comma 6, 7, 8, 9, 10); Decr. Pres. Cons. Min. 6 maggio 2009;  D.l. 1 luglio 2009 n. 78.

[2] Il Governo, dietro la pressione di una denuncia presentata alla Commissione Europea di Cittadini di Internet Adiconsum ed ANORC, aveva tentato una marcia indietro, quanto meno dando un’alternativa alla stessa Pec (cfr. legge n. 2 /2009, art. 16, comma 6). Oltre infatti alla Pec, come originariamente intesa dal legislatore italiano con D.L. 7 marzo 2005, n. 82 e successive modificazioni, veniva fornita l’alternativa di “analogo indirizzo di posta elettronica basato su tecnologie che certifichino data e ora dell’invio e della ricezione delle comunicazioni e l’integrità del contenuto delle stesse, garantendo l’interoperabilità con analoghi sistemi internazionali” (cfr. legge n. 69 del 18 giugno 2009, art. 35).


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16 Commenti

  1. Volevo rendere noto che io che sono tra qui pochi che hanno attivato la pec all’ ufficio postali, la stessa non è utilizzabile se non con gli enti accreditati. per inviarlo ad un professionista avvocato o ingegnere che sia occorre un altro indirizzo diverso da quello delle poste.

  2. x tommaso: la ragione è che la posta certificata gratutia per il cittadino non è interoperabile con quella per le aziende. La PEC per il cittadino si chiama CEC-PAC, è una sorta di sotto prodotto della PEC) e serve solo per comunicare con le pubbliche amministrazioni, qui è spiegato abbastanza bene: http://www.poste-certificate.it/#cec_pac_pec

    Non mi chiedere per quale ragione abbiano ideato questa assurdità, forse ad ulteriore conferma di quanto detto giustamente dall’autore di questo articolo. Noi la PEC l’abbiamo appena fatta, ma non ci serve a nulla e se non fosse stata obbligatoria per legge ce ne saremmo tenuti molto alla larga, stanchi di buttare i soldi (anche se pochi) ed il tempo in sciocchezze inutili come questa. La PEC è solo l’ennesimo carrozzone all’Italiana, che andrà avanti per un po’ di anni e poi finalmente qualche nuovo governo dirà che non è più obbligatoria, introducendo al suo posto qualche altra strampaleria.

  3. io ho usato la mia pec con le poste per fare una denuncia alla asl per lavoro e nel giro di dieci giorni mi hanno chiamato dicendomi che erano gia’ pronti per intervenire…ricevo gli attestati di corsi di formazione e in ufficio io la usavo per le dichiarazioni. doganali e viene utilizzata anche per i clienti che non pagano come sollecito di pagamento IN DUE MINUTI PUOI FARE UNA DENUNCIA E AVERE UNA RISPOSTA IN TEMPI BREVI ..e’ favolosa!!

  4. Proprio ora ho smesso di incavolarmi a causa della manzata apertura della mia mail cetificata richiesta su gov.it e l’assoluata mancanza di contatti telefonici: non risponde nessuno! Solita Vergona italiana.

  5. sono d’accordo con Valentina. io, in qualità di avvocato, la uso anche per notificare gli atti giudiziari. ovviamente il presupposto è un indirizzo pec valido e attivo, ricavabile da un registro pubblico. oltre ai professionisti, le imprese hanno quest’obbligo. il problema, come al solito, è la normativa.
    infatti, mentre le nuove iscrizioni alla camera di commercio sono condizionate allla titolarità di una pec, non è prevista una sanzione per le imprese che – già iscritte alla camera di commercio prima dell’obbligatorietà della pec – non provvedano a munirsene. perciò molti indirizzi sono inattivi e inutilizzabili. senza contare che manca l’obbligatorietà per le persone fisiche non professionisti che restano raggiungibili solo con i vecchi sistemi. sono assolutamente favorevole ad all’implementazione della pec e alla sua “globalizzazione” ma non la denigrerei sic et simpliciter. e’ uno strumento semplice, attendibile, veloce e rivoluzionario di comunicare in via “ufficiale”. coloro che hanno mangiato, lavorassero sull’implementazione senza ulteriori portate……….

  6. Come avvocato uso la PEC tutti i giorni, per notificare atti giudiziari, in sostituzione delle tradizionali raccomandate ed anche per comunicazioni sia professionali sia come cittadino alle pubbliche amministrazioni.

    E’ uno strumento utilissimo, che mi ha fatto e mi fa risparmiare non solo soldi, ma soprattutto, moltissimo tempo.

    In realtà, quasi tutte le imprese registrate alla CCIAA e le PA hanno la PEC e, per chi deve interloquire spesso con questo tipo di soggetti, la PEC è uno strumento di straordinaria utilità.

  7. Credo che chi ha scritto l’articolo sia il solito disfattista che evidenzia i punti negativi di un sistema che ha solo che di buono. Risparmio di costi, velocità, comunicazioni certificate, tempo risparmiato in code agli uffici postali… Se il problema sta nel fatto che chi dovrebbe usare la pec neanche la guarda non è colpa del sistema in se ma di più di chi avrebbe tutto l’interesse ad avvalersene ma, non si sa per quale motivo rimane arroccato a sistemi di comunicazione cartacei o telefonici.
    Per quanto riguarda l’uso più complicato rispetto ad un indirizzo di posta normale dissento fermamente. Si usa come una normale e-mail e si può impostare anche per comunicare con sistemi di posta non certificati. Per quanto riguarda la mia esperienza, lavorando per una camera di Commercio, devo dire solo che bene in quanto ormai è diventato il mezzo di comunicazione principale con le aziende e con le altre pubbliche amministrazioni del nostro territorio. E’ questione di abitudine. Se la usi con i tuoi utenti poi questi risponderanno e inizieranno a capire i benefici di questo sistema.

  8. Da avvocato la utilizzo regolaremente, veloce, semplice, si risparmia denaro e tempo… Finalmente il nostro paese è al passo se non all’avanguardia in questo campo, chi critica non ha colto la rivoluzione in atto, fatevene una ragione!

  9. Dissento. Io non credo che la PEC sia un fallimento anzi tutt’altro. Di per sè la mail non può essere considerata uno strumento obsoleto e sopratutto se la stessa da una certificazione /garanzia di consegna al destinatario che ha a tutti gli effetti valore legale.

    1. L’articolo contesta l’utilizzo di un sistema che non è universale e non dialoga con altri sistemi. E’ come se tutto il mondo usasse Windows e in Italia si utilizzasse un sistema operativo – peraltro costato uno sproposito – che si può usare solo in Italia e non altrove. Ecco qual è il senso dell’articolo che, mi sembra, non sia stato colto. Mentre tutto il mondo parla un linguaggio universale, l’Italia – che ha dovuto favorire “chissà chi” – parla una lingua a sé, e quindi, prima o poi, destinata a cadere. Tanto valeva utilizzare i sistemi di certificazione universali.

  10. Nell’articolo si fa un po’ di confusione tra la PEC abbastanza datata e la più recente CEC-PAC di Brunetta, quella si una evidente fallimento. La PEC ha effettivamente il difetto di non essere uno standard internazionale ma va ricordato che quando è stata implementata non c’erano molte alternative. Inoltre la Pec viene rilasciata solo da pochi soggetti proprio perché deve garantire l’identità del suo titolare,meccanismo che altri standard internazionali più liberi non offrono. Come ultima considerazione, da dipendente pubblico, posso dirvi che la PEC all’ente fa risparmiare diversi soldi. Una raccomandata ormai costa quasi € 5,00 senza considerare il tempo per compilare le ricevute, procurarsi i talloncini, andare in posta, etc. Lo stesso discorso vale anche per le aziende che pagando poche decine di euro all’anno, possono rendere molto più rapide ed economiche le comunicazioni con le PA.

  11. domandatevi questo: perchè non si può mettere la “firma digitale” direttamente su una mail PEC, mentre la si può mettere solo in un documento allegato ad una mail PEC? Ovvio: per complicare la vita di chi spedisce mail pec con la scusa della semplificazione.
    E non raccontate che la mail PEC tiene luogo della “busta” di una raccomandata cartacea, ma non tiene luogo della lettera che sta dentro…perchè al contrario, su carta, se uno vuole, si può fare la cosiddetta “raccomandata alla francese” cioè scrivere un messaggio sulla faccia interna d’un piego che fa contemporaneamente anche da busta….
    Vorrei vedere quando qualcuno manda a una pubblica amministrazione una mail PEC scritta “direttamente” e senza fare la manfrina di allegare a parte un documento firmato digitalmente se gli fanno o no storie sulla genuinità della mail e sulla riferibilità ad un autore…. per ora è uscita una apposita circolare risalente ai tempi del ministro Brunetta che chiariva che la mail scritta “direttamente” e senza allegazione di documento firmato digitalmente si poteva fare “solo per le domande di pubblico concorso”… per altre tipologie di comunicazioni nessuno ha chiarito…

  12. Tutto questo mangia mangia fatto dal PdL (partito dei ladri) era già stato previsto da Fabrizio De Andrè che cantava:
    un nano è una carogna di sicuro…perchè ha il cuore troppo ma troppo vicino al buco del c… .

  13. Nel frattempo la PEC attivata con le Poste alla modica cifra di 50 milioni di Euro, è stata abbandonata dalla Pubblica Amministrazione. Io sono uno di quelli che si vede periodicamente inviare, per posta elettronica, avvisi di dismissione della mia PEC “privata”, invitandomi ad aprirne una a pagamento presso altri Operatori. Le solite storie Italiane, alle quali nessuno mai deve risposdere in solido, per quello che aveva “inventato”, ma comunque i nostri soldi sono stati spesi, come sempre inutilmente.

  14. Vorrei fare osservare che gli italiani non sono 60 milioni come riporta l’articolo.
    I cittadini italiani sono in tutto circa 80 milioni (parlo di titolari di cittadinanza italiana e non di potenziali cittadini italiani su domanda in quanto discendenti di italiani che non hanno mantenuto la cittadinanza). Di questi, risiedono in Italia circa 50 milioni.
    60 milioni è la popolazione residente in Italia, comprendente sia quella porzione di popolo italiano (cioè cittadini italiani) che vive in patria sia gli stranieri residenti, che sono circa 10 milioni.
    Il governo ha dunque pagato a Poste italiane S.p.A., all’epoca con azionista unico, esattamente 1 euro per ogni cittadino italiano residente in Italia.

  15. il problema non è la PEC in quanto strumento innovativo; il problema sono le persone che si rifiutano di aggiornarsi, a mio avviso è utilissima, sia per contattare la pubblica amministrazione che i vari professionisti.
    Tempo fa ho fatto ricorso ad una multa e, la polizia noncurante dell’obbligo di avere una pec attiva, ha mandato avanti la procedura d’incasso. Finiti davanti al Giudice, ho avuto ragione io dato che avevo la prova dell’avvenuta consegna! Insomma se la tecnologia ci viene in aiuto per semplificarci la vita, perché non approfittarne?? In questo modo si evitano inutili code agli uffici postali, e poi parliamoci chiari il costo annuo di un account di posta elettronica certificata anche con un provider privato, non supera i 10€. Quanto costa inviare una raccomandata in formato cartaceo?? Se a questo ci si aggiungono i costi di carta e busta, tutto sommato, ne vale davvero la pena…gente facciamo un salto nel futuro, che nel resto del mondo è iniziato oltre 30 anni fa.

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