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Editoriali L’in-equo compenso secondo la Comunità Europea

Editoriali Pubblicato il 16 ottobre 2011

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> Editoriali Pubblicato il 16 ottobre 2011

L’equo compenso può essere richiesto solo in relazione a tipologie di dispositivi e supporti effettivamente “destinati” – e non già semplicemente “idonei” – alla registrazione di copie private.

Questa settimana riprendo un argomento che riguarda un po’ tutti e che è tornato a far parlare di sé per via della recente sentenza della Corte di Giustizia della Comunità Europea del 21.10.2010.

Si tratta del cosiddetto “equo” compenso che riscuote la SIAE e di cui abbiamo già parlato una prima volta per spiegarne il funzionamento, ed una seconda per informare degli aumenti di prezzo.

Vi ricordo in breve di cosa si tratta. Quello che viene definito “equo” compenso è una sorta di imposta indiretta che paghiamo quando acquistiamo memorie esterne (per es. CD, DVD, dischi rigidi esterni, pennette USB, memory card, dispositivi di telefonia mobile dotati di unità di memorizzazione, hard disk incorportati in decoder, masterizzatori, ecc.). La legge ipotizza che chi acquista tali memorie non le utilizzi per salvare i propri prodotti (file di testo, fotografie, proprie opere musicali), bensì per copiare quelle altrui tutelate dal diritto d’autore. Così, senza accertarsi se ciò, di fatto, avvenga realmente o meno, impone un indennizzo, che altro non che è un ulteriore balzello, che dovrebbe servire a compensare gli autori, ma che invece entra nelle casse della SIAE e costituisce uno dei suoi principali proventi.

Il ché è assurdo: perché da un lato la legge sul diritto d’autore consente di effettuare copie di opere protette per uso personale; dall’altro però impone che una parte del prezzo di acquisto di qualsiasi memoria vergine vada alla SIAE.

Non molto tempo fa, un caso giudiziario [1] presentato alla Corte di Appello di Parigi ha mostrato che l’Europa è tutt’altro che coerente in materia di equo compenso: alcuni Stati l’applicano, altri no, altri in misura ridotta.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea è così finalmente intervenuta per specificare la natura e le modalità di riscossione dell’equo compenso.

In particolare, essa ha stabilito [2] che gli Stati membri possono esigere il pagamento di un equo compenso per copia privata solo in relazione a tipologie di dispositivi e supporti effettivamente “destinati” – e non già semplicemente “idonei” – alla registrazione di copie private. Quindi, sottolineano i giudici, non bisogna imporre in modo indiscriminato il pagamento dell’equo compenso.

Invece, in Italia il Decreto Bondi del 30.12.2009 prevede la riscossione dell’equo compenso anche sui dispositivi e supporti in astratto tecnicamente idonei alla registrazione di copie private, ma che a tale fine invece non sono “commercialmente” destinati [3] (v. quelli acquistati da persone giuridiche, da utenze business, e/o da professionisti per finalità estranee all’esecuzione della copia privata) .

In  questo modo, il decreto ha disprezzato tanto il dettato della disciplina europea (la Direttiva 2001/29), quanto di quella italiana [4]

La SIAE però ci tiene a precisare che la normativa italiana si riallinea con quella europea grazie ad un sistema di “esenzioni e rimborsi”.

Rimborsi in Italia? Mi viene sinceramente da ridere.

Rimborsi peraltro che opererebbe la SIAE, cioè proprio il soggetto portatore di un rilevante interesse alla raccolta dell’equo compenso [5] e quindi in una condizione di aperto conflitto di interessi.

Ora analizziamo il sistema del rimborso, così da continuare a farci quattro risate.

Chi è tenuto a versare l’equo compenso è il produttore, importatore e/o distributore. È lui che dovrebbe poi chiedere il rimborso alla SIAE quando abbia pagato un’imposta non dovuta.

Ma poiché ogni aumento di costi, compreso quello dell’equo compenso, finisce per gravare sempre sul consumatore, è in verità quest’ultimo che paga l’equo compenso e che dovrebbe chiedere il rimborso.

Invece il rimborso lo chiede il produttore. Che prima ha incassato dal consumatore e poi ottiene la restituzione da parte della SIAE. Doppio guadagno!

Per evitare ciò, o si prevede un rimborso diretto nei confronti del consumatore (cosa che mi sembra fantasiosa) o, molto più facilmente, si dispone un controllo sui prezzi di vendita che impedisca alcommerciante di scaricare sul consumatore l’equo compenso che invece gli sarà poi rimborsato. Ci dovrebbero pensare le associazioni dei consumatori o qualche authority. Ma questa è un’altra storia che svela scenari altrettanto improbabili.

Inoltre, tali importi percepiti ingiustamente dalla SIAE spesso non vengono chiesti in restituzione: o per via della complessa procedura di rimborso o, più facilmente, perché i soggetti che hanno proceduto al versamento della tassa, nel frattempo, avendola addebitata sul consumatore, sono già stati indennizzati.

In ogni caso, ritengo che proprio a monte il concetto di “rimborso” sia sbagliato. Perché mai si dovrebbe anticipare una tassa per poi chiederla indietro? Perché regalare alla SIAE gli interessi su somme che non le sono dovute?

Veniamo infine alle esenzioni sino ad oggi disposte dalla SIAE e pubblicate sul suo sito. Esse comprendono solo queste quattro categorie:

1) Consolle di videogiochi con hard disk interno;

2) Apparecchi di registrazione e supporti vergini spediti verso altri paesi dell’Unione Europea o esportati verso paesi terzi;

3) Supporti vergini di fatto inidonei alla “copia privata”;

4) Supporti vergini acquistati da imprese di duplicazione.

Si tratta di ipotesi davvero minime rispetto alla portata della sentenza della Corte di Giustizia.

Per fortuna, un principio del diritto comunitario dispone che le sentenze della Corte di Giustizia siano automaticamente vincolanti per i Giudici nazionali, che così sono tenuti a disapplicare la norma interna contrastante. Non rimane, quindi, che sperare nella nostra magistratura affinché, discostandosi dagli interessi di parte, faccia valere la reale portata della norma sull’equo compenso.

note

[1] Rue du Commerce, popolare sito francese che vende prodotti di elettronica, ha fatto causa ad alcune concorrenti inglesi, tedesce e lussemburghesi, perché commerciavano dispositivi di registrazione ad un prezzo più basso rispetto a quello da essa praticato in Francia grazie alla minor incidenza – o addirittura alla non incidenza – della tassa sull’equo compenso in quei paesi.

Secondo la società di e-commerce francese, infatti, praticando tali più vantaggiose condizioni economiche e, soprattutto, tacendo la circostanza che tale vantaggio sarebbe stato poi abbattuto dall’obbligo gravante sul consumatore francese di pagare la tassa sull’equo compenso dopo aver acquistato il supporto, le società concorrenti avrebbero realizzato un’attività di concorrenza sleale.
I Giudici hanno accolto la domanda di Rue du Commerce e hanno condannato le società straniere ad avvisare, nelle proprie condizioni generali, i consumatori francesi dell’esigenza di pagare l’equo compenso una volta perfezionato l’acquisto.

[2] “L’art. 5(2)(b) della Direttiva 2001/29 deve essere interpretato nel senso che è necessario un rapporto tra l’applicazione dell’equo compenso per copia privata in relazione ad un dispositivo o supporto ed il suo utilizzo per l’esecuzione di una copia privata (…). Conseguentemente, l’indiscriminata applicazione dell’equo compenso, in particolare, in relazione a dispositivi o supporti distribuiti a soggetti diversi dai consumatori e evidentemente riservati ad usi diversi dall’effettuazione di copie private, è incompatibile con la disciplina europea contenuta nella Direttiva 2001/29”.

[3] Quello di “destinazione” è un concetto tecnico-commerciale che richiede una valutazione relativa al mercato ed alle abitudini di uso e consumo degli utenti di ciascuna tipologia di dispositivo o supporto.

[4] L’art. 71 septies della nostra legge sul diritto d’autore, prevede che il compenso sia dovuto esclusivamente in relazione a apparecchi o supporti “destinati” alla registrazione di copie private. La nozione di “destinazione” sintetizza – sebbene con una certa approssimazione – il concetto caro ai Giudici della Corte di Giustizia, secondo il quale l’equo compenso può essere preteso solo laddove il supporto o il dispositivo sia effettivamente destinato – e non solo tecnicamente idoneo – alla effettuazione di copie private.

[5] Come detto, la SIAE ogni anno incassa a titolo di equo compenso milioni di euro in più rispetto a quelli dovuti.


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