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Red Bull perde le ali?

14 Aprile 2012
Red Bull perde le ali?

Lecito riempire con bevande le lattine fornite da altri produttori, anche se queste richiamano un marchio noto. La Corte di Giustizia sul caso Red Bull.

Riempire con bevande le lattine fornite e marchiate da altri produttori non viola le direttive europee sull’uso dei marchi distintivi.

È quanto stabilito da una recente decisione della Corte Europea di Giustizia [1] in un procedimento giudiziario che ha visto coinvolto il colosso degli energy drinks, Red Bull.

Dal 2006, la Red Bull insegue in giudizio la Frisdanken Industrie Winters, una ditta olandese che si occupa di produzione di bevande per conto della Smart Drinks. In particolare, l’azienda con le ali sosteneva che, riempiendo le lattine con un liquido molto simile al suo energetico, la Frisdanken Industrie Winters violasse le norme europee sui marchi [2], posto che le lattine fornitele dalla Smart Drinks, esponevano etichette quali “Pittbull“, “Bullfighter“, “Red Horn”, “Live Wire”: nomi questi con chiari riferimenti al marchio di cui Red Bull detiene l’esclusiva in Europa e nel mondo.

La Corte invece è stata di contrario avviso. Secondo i giudici, infatti, la Frisdanken ha semplicemente composto l’energetico commissionato dalla Smart Drink e successivamente versato nelle lattine sempre da quest’ultima fornite. Essa, così, non ha avuto un ruolo chiave (cioè: commerciale) nell’operazione della Smart Drinks e, quindi, non ha messo in atto nessuna pratica scorretta o violato le regole internazionali sui marchi.

La decisione, particolarmente importante, fa tirare un sospiro di sollievo alle aziende (c.d. terzisti) che si occupano di produrre qualcosa su progetto e indicazioni di un terzo committente.

Red Bull ha provato a obiettare, spiegando che sarebbe allora semplice, per molte aziende, dividersi in rami, a ciascuno dei quali assegnare una sola parte del processo di commercializzazione del prodotto, e così, tramite i propri terzisti, aggirare l’obiettivo della direttiva Comunitaria sul divieto di utilizzo dei marchi commerciali da parte di chi non ne sia proprietario.

Ma la Corte ha spiegato che la responsabilità permarrebbe in ogni caso in capo al soggetto che, alla fine, sfrutterebbe il vantaggio economico, ossia chi poi commercializza il prodotto.

Raccomando, pertanto, la massima cautela a chi invece, non limitandosi alla sola produzione su commissione, si avventuri in distribuzione o commercializzazione di prodotti di cui non detiene i diritti di sfruttamento.

di FRANCESCO BURZA


note

[1] Caso C–119/10, Frisdranken Industrie Winters BV vs Red Bull GmbH, Corte di Giustizia Europea.

[2] Direttiva Europea sui Marchi Commerciali (n. 89/104), artt. 5(1)(b) e (2).


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