Diritto e Fisco | Editoriale

ACTA: il trattato internazionale antipirateria

23 Aprile 2012 | Autore:
ACTA: il trattato internazionale antipirateria

Cos’è l’ACTA e come contrasta le violazioni della proprietà intellettuale?

Tutti lo citano, molti lo temono, pochi hanno ben capito di cosa si tratti: Acta (acronimo di Anti Counterfeiting Trade Agreement) è un accordo internazionale che intende contrastare la contraffazione della proprietà intellettuale (ossia le violazioni del copyright), soprattutto quella che avviene su Internet, attraverso un’azione comune e più incisiva da parte di tutti gli stati firmatari.

In buona sostanza, il documento intende imporre agli ISP (Internet Service Provider) di fornire, non già alla giustizia, ma direttamente ai titolari dei contenuti violati (le grandi industrie) o alle autorità preposte al controllo della proprietà intellettuale (da noi, potrebbe essere l’AgCom) ogni tipo di informazione che permetta di identificare l’autore di una violazione del copyright su internet.

Potrebbe così bastare, nella lista dei risultati di una ricerca fatta su Google, un link a un file pirata per imporre al colosso di Mountain View multe salatissime. Oppure sarebbe sufficiente che un utente di Facebook condivida sul proprio profilo un video prelevato da YouTube perché le sue generalità vengano comunicate dal social network alle autorità.

I negoziati sono partiti nel 2007 e terminati nel novembre del 2010. Delle trenta originarie parti contraenti, 22 sono Stati dell’Unione Europea (restano esclusi Cipro, Estonia, Germania, Paesi Bassi e Slovacchia) e otto invece Paesi terzi (Australia, Canada, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Singapore, Stati Uniti).

Attualmente, gli Stati firmatari stanno completando le procedure interne di ratifica. L’Unione Europea ha firmato l’accordo solo di recente: il 26 gennaio 2012 a Tokyo. Ma affinché esso venga ratificato è  ancora necessario il consenso del Parlamento Europeo, che dovrebbe intervenire entro il prossimo giugno.

Inoltre, poiché l’Acta prevede anche sanzioni di carattere penale (settore che rientra nelle competenze ripartite tra quelle dell’Unione Europea e quelle dei singoli stati membri), esso dovrà essere ratificato anche dall’insieme dei 27 stati membri.

Come anticipato, il trattato mira a creare una disciplina comune a tutti gli Stati firmatari per combattere la produzione e la distribuzione di merci contraffatte e tutelare così le imprese e i titolari dei diritti d’autore, oggi più che mai colpiti dall’avvento delle innovazioni telematiche.

Tuttavia, nel predisporre tali strumenti, l’accordo è stato da più parti tacciato di comprimere i diritti fondamentali degli utenti della rete e, in particolare, imporre notevoli restrizioni sugli Internet Service Provider.

Sommerso dalle critiche, in Europa l’Acta è attualmente in uno stato di quiescenza. La Commissione Europea ha infatti chiesto un parere preventivo alla Corte di Giustizia sulla legittimità e legalità dell’accordo. Pertanto gli Stati membri che hanno già sottoscritto l’Acta non potranno ratificarlo sinché non si saranno espressi i giudici comunitari. La Corte dovrà chiarire se i principi sanciti dall’Acta sono compatibili con la libertà d’espressione e la libertà di Internet, diritti tutelati dalla Comunità Europea (in particolare, dalla direttiva sulle Telecomunicazioni). La decisione dovrebbe giungere nei prossimi mesi.

La Commissione Europea, dal canto suo, sta assicurando, con alcune comunicazioni apparse sul proprio sito istituzionale, che l’Acta è solo portatore di benefici: benefici per l’occupazione, l’innovazione, la creatività, la qualità e i brand. L’Europa – afferma la Commissione – perde ogni anno migliaia di milioni di euro a causa della contraffazione; proteggere la proprietà intellettuale significa tutelare il lavoro dei cittadini. Ci tiene poi a chiarire l’esecutivo comunitario che l’Acta non contiene previsioni che possano comportare il distacco dell’accesso a Internet (come succede invece in Francia con il sistema dell’Hadopi), né comporta alcun monitoraggio del traffico sulla rete o violazioni della privacy.

Intanto, mentre il Parlamento Europeo si interroga sulla legittimità dell’accordo, a Bruxelles è arrivata una petizione con la firma di 2,4 milioni di utenti contrari alla sua approvazione. Tra questi, vi è anche l’Università di Maastricht, che auspica modifiche a un testo non in linea con la legislazione comunitaria, rischioso anche per la circolazione dei brevetti sui farmaci.

Sull’utilità dell’approvazione dell’Acta pesa poi una considerazione di carattere pratico. Potrebbe avere poco senso imporre delle norme restrittive solo su alcuni Stati quando, nello stesso tempo, l’accordo è stato ripudiato dai Paesi come la Cina, il Brasile e l’India, maggiormente responsabili della contraffazione (Paesi peraltro dove proprio il mercato del “falso” è quello che maggiormente traina l’economia).

I pareri degli esperti del settore sono divisi.

Da un lato, i sostenitori dell’accordo ritengono che l’Acta sia una buona occasione per unificare la legislazione internazionale in materia di violazioni del diritto d’autore, soprattutto su Internet, settore attualmente non armonizzato. È indubbio che, anche sul web, così come nella realtà materiale, si debba realizzare un equo bilanciamento tra interessi contrapposti. La rete non è un porto franco dove ciascuno può dire e fare ciò che vuole, nascondendosi dietro l’anonimato; né gli ISP possono lavarsi le mani degli illeciti posti dai propri utenti, limitandosi a gioire dei guadagni derivanti da una asettica gestione della attività. Senza per questo doverli costringere a compiti economicamente e tecnicamente impossibili, essi hanno comunque il dovere di collaborazione per garantire il rispetto del diritto.

Certo è che le violazioni digitali del copyright sono anche le più difficili da perseguire, atteso che avvengono su scala planetaria. Pertanto, inasprire le azioni di controllo e le corrispondenti pene rischia di minare i principi di proporzione tra illecito e sanzione. In Italia, molti reati caratterizzati da un maggiore disvalore sociale rispetto alla pirateria informatica sono ormai puniti in modo assai più lieve rispetto a chi scarica un cd da internet. Facciamo un esempio. Il reato di molestie [1] (che è l’anticamera del tanto condannato stalking) è, nel nostro ordinamento, una semplice contravvenzione ed è punito con l’arresto fino a sei mesi. Al contrario, chi copia un’opera protetta dal diritto d’autore commette un delitto (che è cosa più grave della contravvenzione) ed è sanzionato con la reclusione fino ad un anno. Dunque, secondo il legislatore, chi usa un software come Torrent o Emule è due volte più pericoloso e criminale rispetto a chi, in pubblico o col telefono, molesti e intimorisca qualcuno. Nessuno avrebbe timore o ritrosia nell’essere amico o cenare con uno “smanettone” della rete, mentre susciterebbe certo qualche perplessità la compagnia di un tale che si diverte a intimorire le persone durante la notte, con telefonate minacciose. Eppure, nonostante questa diversa coscienza popolare, la legge usa un metro di punizione totalmente diverso.

Dall’altro lato c’è chi ritiene che l’Acta rischi di trasformare gli ISP in controllori della rete che – sotto la minaccia delle gravi sanzioni penali – si mettano a scandagliare il traffico dei dati sul web, stabilendo cosa filtrare e cosa invece lasciar passare: un po’ come imporre il braccialetto elettronico dei detenuti al polso invece di soggetti incensurati. Inoltre, il rispetto dell’accordo finirebbe per addossare sugli intermediari degli oneri economici talmente elevati da rendere loro di fatto impossibile l’esercizio di ogni attività economica.

Gli stessi ISP potrebbero essere costretti a consegnare alle autorità i nominativi di tutti gli utenti che, passando dai propri server, abbiano prelevato anche una semplice canzone o un software pirata. Il che sarebbe come un negoziante cui prima sia consentito vendere la droga, ma poi obbligato a denunciare i propri stessi clienti. Ciò, alla fine, ingenererebbe così tanti timori e preoccupazioni sulla navigazione in Internet da renderla, a tutti gli effetti, un’attività pericolosa. Quale genitore lascerebbe il proprio figlio libero di viaggiare indisturbato sulla rete se, per una sua inconsapevole leggerezza che violi il copyright (che ne sa un quattordicenne del copyright?), potrebbe subirne un procedimento penale?

Anche la Corte di Giustizia ha di recente affermato che l’imposizione di filtri in capo all’Internet Provider è contraria al diritto comunitario. Ciò, infatti, da un lato mina il principio di libertà di impresa (art. 16 della Carte dei diritti fondamentali dell’U.e.) in quanto accolla su un soggetto economico – tale è il fornitore di accesso ad Internet – un compito tecnico complesso, costoso e permanente; dall’altro viola il diritto alla riservatezza degli utenti, imponendo un controllo, da parte degli ISP, sul traffico della rete.

Non in ultimo, i poteri di sceriffaggio in capo agli intermediari arriverebbero a minare il diritto alla difesa e a un equo processo. Qualsiasi soggetto economico, infatti, sotto minaccia di un’azione risarcitoria, sarebbe, nel dubbio, portato a oscurare eventuali contenuti lesivi degli altrui diritti di privativa, senza concedere al titolare del contenuto stesso il diritto di difendersi in un ragionevole lasso di tempo.

Peraltro – è solo il caso di accennarlo – al momento non esistono software così potenti e sicuri da consentire di filtrare i contenuti in modo da escludere, con un margine di certezza assoluto, ciò che è lecito da ciò che non lo è. Con la conseguenza che nelle maglie della rete potrebbero finire anche contenuti del tutto legittimi: in barba al diritto alla libertà di espressione e di informazione.


note

[1] Art. 660 c.p.

[2] Art. 170 Legge sul diritto d’autore.


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