Diritto e Fisco | Editoriale

La pirateria informatica è immorale?

10 Maggio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Maggio 2012



Sul fenomeno della pirateria telematica pesano diversi pregiudizi; ciò vale sia nei confronti di quanti sono ad essa favorevoli, sia di quanti invece la osteggiano. Difatti, il discorso della lotta alla pirateria viene normalmente affrontato sotto due ottiche diverse.

Quando, tra il 1861 e il 1865, gli Stati Confederati d’America e gli Stati Uniti d’America si diedero battaglia nella cosiddetta guerra di secessione, la causa fu portata sui temi della questione razziale. In realtà, l’intento di Lincoln era quello di preservare l’Unione, non tanto quello di abolire la schiavitù.

Similmente, nel 1789, non era stato tanto l’assolutismo monarchico a determinare la rivoluzione francese. Il popolo, in realtà, scese nelle piazze perché fomentato dal ceto medio, a sua volta esasperato dalle tasse che Luigi XV e Luigi XVI avevano posto a carico della borghesia, mentre nobiltà e clero ne avevano risentito in minima parte. Dunque, una rivoluzione non culturale nelle iniziali intenzioni, bensì economica.

Stesse motivazioni ebbe il Risorgimento italiano. L’idea di un popolo unico fu indotta dagli intellettuali di un piccolo Stato, posto al confine tra la Francia e l’Austria, che aveva visto nella nostra penisola l’unico spazio libero dove espandersi. La minuscola Savoia, così, pensò bene di indottrinare il nostro popolo con ideali di unità e indipendenza per sostenere la propria causa.

Dietro ogni rivoluzione ideologica si nasconde sempre una battaglia economica. È la vecchia storia del braccio asservito dalla mente.

Così, anche la nuova guerra che si spinge oggi sui confini virtuali del web risente delle stesse strumentalizzazioni. Non che non vi sia chi non creda che le questioni ideologiche siano di tutto rispetto e degne di essere difese. Ma una cosa sono le cause scaturenti, un’altra gli slogan.

Sgombrando il campo da inutili retoriche, bisogna ammettere che sul fenomeno della pirateria telematica pesano diversi pregiudizi. E questo vale sia nei confronti di quanti sono ad essa favorevoli, sia di quanti invece la osteggino.

Il discorso della lotta alla pirateria viene normalmente affrontato sotto due ottiche diverse. La prima, basata su un’impostazione prettamente ideologica, ha attecchito maggiormente – come era naturale aspettarsi – sul popolo della rete: è l’aspetto della tutela della libertà di espressione, della privacy, la protezione dei dati personali e la paura che eventuali filtri o controlli da parte di autorità amministrative possano comprimere irrimediabilmente i diritti dei cosìddetti netizen e le loro prerogative sulla rete (leggi “libertà indiscriminate”).

Una posizione del genere viene ovviamente condivisa dalla maggiorparte degli abitanti del web, preoccupati che l’informazione sui blog, sui social network, la libertà di prelevare e utilizzare opere musicali o video venga in qualche modo compressa. Non si tratta solo del timore di non poter più  scaricare materiale piratato in modo gratuito, attraverso piattaforme di filesharing; ma è anche in gioco la libertà di manipolazione, di remix e ricomposizione del materiale altrui. È l’esempio dell’utente che crea un proprio cortometraggio, utilizzando come colonna sonora il brano di un artista noto. O ancora il dee jay virtuale che realizza un’opera, usando come base una canzone già pubblicata. Oggi tutte queste attività sono considerate dalla legge illecite e, se messe sulla rete, rischiano di essere oscurate o di subire una denuncia per violazione dei diritti d’autore.

La seconda impostazione del problema è invece puramente economica e sfrutta la sete ideologica del popolo per nascondere le proprie finalità speculative. In questo secondo livello, vengono in gioco due forti e contrapposti interessi. Da un lato vi è quello che amo definire come l’ancient régime, costituito dai detentori dei contenuti (le cosiddette major della musica e del cinema, le case di produzione e distribuzione o ancora i titolari di brevetti sui software come la Microsoft, ma anche le società di raccolta dei diritti d’autore, editori, ecc.). Dall’altro lato, invece, ci sono tutti gli interessati alla libera circolazione di tali contenuti e che proprio dalla condivisione di essi traggono benefici economici: non si tratta solo degli utenti del web, ma anche e soprattutto della New Economy, rappresentata dai grandi ISP, i motori di ricerca come Google, Yahoo o i social network come Facebook, Twitter, ecc.

È indubbio che qualsiasi forma di regolamentazione della rete (che sia il trattato internazionale “ACTA” o il regolamento dell’AgCom in fieri) sposti l’ago della bilancia a favore dei produttori e dei titolari dei contenuti, a discapito invece degli ISP, caricandoli di oneri di controllo e di filtro, rendendone quindi più difficoltosa l’attività e più lento lo sviluppo.

Ebbene, se la questione della pirateria deve essere risolta solo sulla scorta di valutazioni economiche, bisogna tenere presente che l’Europa non è come gli Stati Uniti. Oltre oceano tutto si gioca sulla proprietà intellettuale: i grandi brand, i know how, ma anche e soprattutto le major del cinema (Sony, Warner, Disney, Fox) e della musica hanno sede negli U.S.A. Tutto si regge su un sistema che fonda le proprie basi sulla grande industria. Al contrario, l’Europa è il mercato della cultura indipendente. Pochissime sono le multinazionali che possono definirsi “major”. Il vecchio continente è la patria delle industrie cosiddette “indipendenti”, quelle che falliscono e nascono con rapida successione e che stentano a raggiungere la fine dell’anno, se non trainate dall’occasionale botteghino o dall’artista del momento.

In ogni caso, tanto che si parli di Stati Uniti quanto di Europa, non v’è dubbio che scardinare un settore come quello del copyright – per quanto, ritengo, ormai destinato inesorabilmente e gradatamente a un riassetto organico, non solo strutturale, ma anche legislativo – comporterebbe periodi di transizione caratterizzati da forti scompensi economici. Una redistribuzione della ricchezza e dell’occupazione che, almeno in prima battuta, mieterebbe vittime.

Questa è tuttavia una conseguenza legata a qualsiasi tipo di progresso. Non per tutelare la categoria dei maniscalchi che forgiavano i ferri di cavallo avremmo dovuto rinunciare all’automobile. Non per proteggere il lavoro sui campi avremmo dovuto impedire il diffondersi dei trattori e dei moderni sistemi automatici di agricoltura. Ogni innovazione comporta una riorganizzazione (più o meno violenta) del mercato. E non certo per salvaguardare le lobby economiche che non sono riuscite ad adeguarsi al progresso la comunità deve rinunciare ad esso.

C’è un altro discorso, però, che regge le contrapposte motivazioni e che compensa le perdite subite per via della contraffazione. A ben vedere, la pirateria crea un mercato parallelo che, sulla bilancia, è di valore quasi pari a quello del “legale”. Ne ha parlato l’avv. Fulvio Sarzana nel suo “Libro bianco su diritti d’autore e diritti fondamentali nella rete internet”. Tanto per fare un esempio: la contraffazione sposta l’interesse del consumatore dal supporto fisico ad altri, e non meno redditizi, settori economici.

Poniamo il caso di un ideale gruppo musicale di buone qualità, ma scarsamente conosciuto (come, del resto, la maggior parte degli artisti). Li chiameremo i “Mister X”. Se dovessimo considerare l’impatto che sul mercato legale hanno i  “Mister X”, dovremmo limitarci a calcolare le poche migliaia di cd da questi venduti, per un totale di circa 50.000 euro incassati da qualche industria discografica minore. Risultato: i “Mister X” rimarrebbero sconosciuti e, dopo breve, si scioglierebbero.

Caliamo invece lo stesso gruppo in un contesto di pirateria, magari sostenuto dalla stessa band che decide, per farsi conoscere, di diffondere il proprio album su una piattaforma Peer to Peer. È ipotizzabile che, ascoltando gratuitamente l’album, il numero dei fan aumenti considerevolmente, diciamo di tre o quattro volte tanto. I “Mister X” potrebbero così organizzare concerti, finanziati da maggiori schiere di fan. All’esibizione dal vivo è presumibile che partecipino giovani provenienti da regioni vicine, spinti anche dal fatto di aver risparmiato i soldi del cd. Giovani che avranno utilizzato le loro automobili, pagato benzina, prenotato camere di hotel, mangiato qualche colazione, bevuto qualche birra, acquistato del merchandising (maglie con il volto dei “Mister X”); giovani che avranno fatto tra loro amicizia, scambiandosi consigli su altri gruppi e, quindi, che si saranno dati appuntamento a qualche altro concerto. E così via. L’aver spostato così tanta gente avrà certamente, sul mercato, un effetto superiore rispetto alla vendita di qualche disco.

Da tali considerazioni non si può prescindere quando si parla di riforma del diritto d’autore. “Riforma”, e non “abolizione”. Nessuno, credo, al giorno d’oggi, sosterrebbe che l’attività creativa di un autore non debba ricevere la giusta ricompensa, il che è nell’ottica retributiva di un normale sistema economico. Il punto è come la stessa debba essere retribuita: se per il tramite di industrie obsolete, intermediarie, di cui oggi non vi è più bisogno – potendo la distribuzione avvenire, grazie al web, in modo gratuito e senza costi – o non invece attraverso lo studio di altre forme, in linea con il progresso (come potrebbero essere le licenze collettive). Siamo davvero sicuri che, per sovvenzionare una grande industria che non vuole adeguarsi alla realtà, siamo disposti a rinunciare alle prerogative che ci offre il progresso?


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6 Commenti

  1. La cultura è di tutti perchè frutto di un’evoluzione e necessita di una forma di gestione comunitaria.
    Con i presupposti che cita non se ne può andar fuori…finchè ci saranno questi grossi ,gruppi che decidono della distribuzione ci sarà anche chi decide cosa pubblicare e cosa, di fatto, censurare.
    Che cos’è il progresso?

  2. sono dell’opinione della libera circolazione di opere creative, opportunità di conoscenza per chiunque ne sia interessato, naturalmente con filtri amministrativi che ne tutelino l’integrità finalizzate alla diffusione senza stravolgerne il contenuto in rispetto della volontà e l’intento dell’autore(C).

  3. E’ la old economy, ancorata al supporto materiale, ad essre old, antiquata appunto e contro la morale del nostro tempo. Cita dalla mia sentenza anticopyright. “Anche la New Economy depone, dunque, nel senso dell’arte a diffusione gratuita o a bassissimo prezzo, per rendere effettivo il principio costituzionale dell’arte e la scienza libere(art. 33 della Cost.) e quindi usufruibili da tutti, cosa non assicurata dalle attuali oligarchie produttive d’arte che impongono prezzi alti, contrari a un’economia umanistica, con economia anzi diseducativa per i giovani spesso privi del denaro necessario per acquistare i loro prodotti preferiti e spinti, quindi, a ricorrere in rete e fuori a forme diffuse di “pirateria” riequilibratrice”. http://www.antiarte.it/eugius/sentenza_anticopyright.htm

  4. Siccome quà siete tutti espertoni ed in qualche caso anche brillanti filosofi “La cultura è di tutti perchè frutto di un’evoluzione e necessita di una forma di gestione comunitaria.”
    mi dite un autore come fà a campare?
    Lasciate stare le frasi idealiste e spiegate in soldoni e senza giri di parole.
    Perchè io pensero’ anche in maniera OLD come sottolinea il modernissimo utente sopra di me pero’ a me sembrate (con rispetto parlando) dei grandissimi paraculi.
    La “condivisione” (il furto direi) è una gran bella cosa, se pero’ non capita a te…
    E I pirati non hanno di questi problemi. Punto. Fine delle favolette.
    Saluti.

    1. Attenzione: nessuno sta dicendo che gli autori non debbano guadagnare per quello che fanno, se lo fanno con l’intenzione del lucro (perché ci sono autori a cui del lucro non interessa nulla). Infatti quello che si sostiene è solo di cambiare il sistema di remunerazione, passando per es. ad un sistema di licenze collettive, che oltre ad essere più facile da realizzare (e, in determinati casi anche più equo), consente la possibilità di utilizzo della rete con alcune libertà che oggi, comunque, la gente si prende ugualmente. Insomma, visto che tanto “tutti lo fanno” (il download gratuito), tanto vale legalizzare il sistema, non criminalizzare chiunque abbia una ADSL, e trovare così la remunerazione per tutti, ma in un’altra forma. Penso, per es., a un minimo canone sulla connessione. Alla fine, quando fai zapping in televisione non paghi, per ogni film che vedi, il relativo autore, perché c’è un pagamento che è stato effettuato a monte e che ti consente di vedere quello che vuoi, in piena libertà. Non per questo l’autore del film non guadagna sulla visione che tu stai facendo della pellicola. Ecco, realizzare un sistema del genere anche per la musica renderebbe più contenti gli stessi autori che, in questo modo, troverebbero guadagni da un settore che, al momento, fa loro guadagnare davvero in minima parte rispetto a quanto è sfruttato.

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