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I meta tag tra diritto d’autore e concorrenza

19 Aprile 2012 | Autore:
I meta tag tra diritto d’autore e concorrenza

La violazione del copyright può avvenire anche tramite meta tag.

Un uso distorto dei meta tag, per quanto si tratti di elementi di programmazione non visibili ai lettori, può dar luogo a violazioni del copyright.

I meta tag sono una serie di parole chiave inserite nel codice della pagina web, e quindi non visibili all’esterno dagli utenti. Essi hanno lo scopo di realizzare una sorta di “recensione” del sito, nascosta ai lettori, ma visibile solo ai motori di ricerca affinché questi ultimi, comprendendo (in base alle descrizioni dei meta tag) il contenuto del sito, lo possano indicizzare sul web.

Nonostante dunque la funzione dei meta tag, descrittiva e invisibile, una scelta inappropriata di essi può comportare problemi di copyright e di violazione dell’uso dei segni distintivi altrui.

Facciamo un esempio. Mettiamo che il sito web AAA inserisca, come meta tag, il nome di un soggetto notorio BBB, senza il consenso di quest’ultimo. In conseguenza di ciò, tutte le volte che un utente scriverà il nome di BBB sul motore di ricerca troverà anche la pagina di AAA. AAA ha così ottenuto il vantaggio (illegittimo) di creare nel pubblico il convincimento che tra esso e BBB vi sia qualche collegamento o associazione, sfruttandone il prestigio.

Per eliminare tali situazioni, si può chiedere al giudice l’inibizione delle condotte illecita e, se ne sussistono gli estremi, anche il risarcimento del danno.

È capitato per esempio ad una società di Roma, che aveva inserito, all’interno del proprio sito, un meta tag con il nome di una più nota azienda concorrente. La sua condotta è stata ritenuta, dal Tribunale [1], lesiva dei diritti della rivale.

Ciascun imprenditore, nella lotta con i concorrenti per l’acquisizione di più favorevoli posizioni di mercato, deve infatti avvalersi di mezzi suoi propri e non trarre invece vantaggio, in maniera parassita, dall’immagine di altri.

Anche il Tribunale di Milano ha firmato una ordinanza di pari segno [2], affermando che “il comportamento di un’impresa commerciale che utilizzi meta tag contenenti espressioni riconducibili ad una società concorrente è censurabile” per concorrenza sleale.

Dunque, l’utilizzazione di meta tag riproducenti il marchio o la denominazione sociale di una concorrente determina un’interferenza nell’attività di quest’ultima, quanto meno nell’ambito della sua attività promozionale e di contatto con i potenziali clienti posta in essere attraverso il sito web.

Il primo caso giurisprudenziale che si è posto in materia ha riguardato Playboy Enterprises Inc. e una ex playmate. Quest’ultima aveva inserito, all’interno del codice del proprio sito, dei meta tag con le parole “Playboy” e “playmate”. La rivista col coniglietto le fece causa, ma, in quel caso, la Corte Federale respinse le richieste, ritenendo che la ragazza avesse il diritto di usare tali parole, in quanto descrivevano la sua carriera.

 

 

note

[1] Trib. Roma, ordinanza del 18.01.2001.

[2] Trib. Milano, ordinanza 8.02.2002.


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