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Messa alla prova: si può chiedere anche a fronte di decreto penale

6 Agosto 2016 | Autore:


> Business Pubblicato il 6 Agosto 2016



La Corte Costituzionale si è pronunciata al riguardo: il mancato avviso nel decreto penale comporterebbe una violazione del diritto di difesa

La Corte Costituzionale ha risposto ad una questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Savona. Il mancato avviso nel decreto penale comporta violazione del diritto di difesa. Ecco i dettagli.

La questione sollevata dal Tribunale di Savona

L’imputato, nel caso di specie, aveva proposto opposizione [1] avverso il decreto penale di condanna [2]  in tema di violazioni edilizie; durante l’udienza di opposizione la difesa richiedeva la possibilità di estinguere il reato tramite lo strumento della messa alla prova. Il Tribunale, ritenendo fosse impossibile rimettere in termini il richiedente, considerato che la domanda andava presentata contestualmente all’atto di opposizione, adiva alla Corte Costituzionale, rinvenendo, nel silenzio del codice, una possibile lesione del diritto di difesa, oltre che una discriminazione rispetto agli altri imputati. Mentre, infatti, chi sceglie il rito ordinario nell’atto di chiusura della fase procedimentale viene avvisato della facoltà di richiedere dei riti alternativi e di beneficiare della messa alla prova, tale possibilità invece non pareva esser concessa a chi fosse giudicato tramite decreto penale di condanna.

Diritto di difesa: cosa ha sostenuto la Corte Costituzionale?

La Corte ha dato ragione al giudice, ritenendo la fondata la questione di incostituzionalità e pronunciandosi nel senso di allineare l’atto di chiusura indagine previsto dall’articolo 460 del codice di procedura penale a quello dei procedimenti ordinari. La Corte ha sottolineato, o meglio ribadito, che anche la richiesta dei riti alternativi rappresenta una modalità di esercizio del diritto di difesa, e che quindi l’avviso all’imputato della possibilità di avvalersi del procedimento di messa alla prova deve esser contenuto anche nel caso di decreto penale di condanna.

Pertanto la Corte ha dichiarato incostituzionale l’art.460 del codice di procedura penale «nella parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenga l’avviso della facoltà dell’imputato di chiedere mediante l’opposizione la sospensione del procedimento con messa alla prova».

Che cos’è la messa alla prova?

Il procedimento di messa alla prova [3] prevede la sospensione del procedimento e l’affidamento dell’imputato all’ufficio di esecuzione penale esterna, l‘U.E.P.E., per svolgere un programma di trattamento basato su attività di varia natura. L’imputato dovrà svolgere un lavoro di pubblica utilità, attraverso la prestazione di lavoro gratuita a favore della collettività; oppure gli sarà richiesta l’attuazione di condotte riparative, tese ad eliminare le conseguenze negative del reato; oppure ancora potrà imporre il risarcimento del danno cagionato e, se possibile, la mediazione con la vittima del reato.

La ratio della norma è di rimediare alle conseguenze negative del reato rieducando allo stesso tempo l’imputato. A tal fine il programma può prevedere anche obblighi relativi alla frequentazione di corsi specialistici tendenti al reinserimento dell’imputato nella società, ed anche l’osservanza di obblighi di dimora o restrizioni della libertà di movimento, a seconda dei casi.

Come si richiede il procedimento di messa alla prova?

Per beneficiare del procedimento di messa alla prova bisogna proporre la relativa richiesta soddisfando i requisiti formali e sostanziali richiesti rispettivamente dall’art. 464 bis c.p.p. dall’art. 168 bis c.p.. La richiesta va avanzata entro termini di decadenza variabili a seconda che la richiesta venga formulata al g.i.p., al g.u.p., al giudice del dibattimento o del giudizio direttissimo. Alla richiesta di sospensione del procedimento deve essere allegato un programma di trattamento elaborato dall’u.e.p.e. oppure, nel caso in cui non sia stata possibile l’elaborazione del programma, una richiesta di trattamento concordato. Qualora l’ufficio non sia in grado di predisporre il programma immediatamente, rilascerà un’attestazione, per il giudice, da cui risulta che la domanda di rilascio del programma è stata presentata.
La richiesta di programma di trattamento deve contenere:

  • l’indicazione degli atti rilevanti del procedimento penale (capo di imputazione, numero procedimento, tribunale competente);
  • la disponibilità a svolgere il lavoro di pubblica utilità;
  • la disponibilità ad azioni riparatorie e risarcitorie e da un percorso di mediazione con la persona offesa
  • l’indicazione sintetica della situazione personale e familiare
  • l’eventuale attività lavorativa svolta
  • l’indicazione della struttura presso la quale svolgere il lavoro di pubblica utilità, se individuata

dovranno essere allegati:

  • gli atti relativi al procedimento penale
  • le osservazioni e le proposte in relazione agli impegni personali

Chi può richiedere il procedimento di messa alla prova?

Possono accedere alla misura gli imputati per i reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati dal comma 2 dell’articolo 550 del c.p.p.. La messa alla prova non può essere concessa più di una volta ed è esclusa nei casi in cui l’imputato sia stato dichiarato dal giudice delinquente abituale o per tendenza, ai sensi degli articoli 102, 103, 104, 105 e 108 c. p..

Cos’è l’UEPE e che compiti ha in tale procedimento?

Gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) sono uffici periferici del Dipartimento della Giustizia e si occupano di “trattamento socio-educativo” delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, svolgendo il compito di favorire il reinserimento sociale delle persone che hanno subito una condanna definitiva. Il principale campo di intervento  degli UEPE è quello relativo all’esecuzione delle sanzioni penali non detentive e delle misure alternative alla detenzione;  a tal fine, elaborano e propongono alla magistratura il programma di trattamento da applicare e ne verificano la corretta esecuzione da parte egli ammessi a tali sanzioni e misure.

note

[1] Articolo 461 c.p.p.

[2] Articolo 459 e ss. del c.p.p.

[3] Introdotto con la legge n.67 del 2014.


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