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La tossicodipendenza non configura continuazione di reato

5 Agosto 2016 | Autore:
La tossicodipendenza non configura continuazione di reato

La Corte di Cassazione nega la continuazione di reati, ritenendo la reiterazione dei reati finalizzata all’unico scopo di procurarsi stupefacenti. 

L’impulso alla vicenda è partita da quattro sentenze di condanna ai danni di un tossicodipendente, tutte pronunciate dal Tribunale di Trani per reati commessi violando le prescrizioni imposte con la misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno.

Cos’è la continuazione di reato?

Ai sensi del codice penale [1] ai sensi del quale chi con più azioni od omissioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso, commette anche in tempi diversi  più violazioni dello stessa o di diverse disposizioni di legge, è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni, aumentata sino al triplo. 

Si cumulano pertanto più reati, partendo dalla opinabile presunzione che chi commette più reati con un unico scopo dimostra una minore inclinazione al crimine rispetto a chi realizza più reati con più scopi differenti [2].

Quali sono gli elementi costitutivi del reato continuato?

Stante quanto su detto, gli elementi costitutivi del reato continuato sono tre:

  • Più azioni ed omissioni, che possono essere commesse anche in tempi diversi;
  • Più violazioni di legge, di una stessa norma o di norme diverse: così è stato modificato l’istituto in questione da una riforma del 1974: una differenza netta con la maggiorparte degli ordinamenti stranieri;
  • Un medesimo disegno criminoso sotteso alla realizzazione delle stesse. Proprio questo elemento è ciò che distingue il concorso materiale dal reato continuato. Se manca lo scopo unitario si parla infatti di concorso materiale, viceversa si delinea un reato continuato.
    Secondo una tesi il disegno criminoso può rinvenirsi in presenza di un programma unitario, un piano deliberato fin dall’inizio per realizzare lo scopo pur se realizzato in tempi differenti; per altri (Antolisei) è necessario sia un programma unitario sia uno scopo unico; per altri ancora, e ci pare la tesi preferibile, il medesimo disegno criminoso implica l’unicità dello scopo che si prefigge il reo, il che è in linea con la visione del reato continuato come reato unico, differenza principale con il concorso formale di reati.

Non si parla di continuazione se i reati sono in parte dolosi ed in parte colposi: dal momento che la colpa esclude la volontarietà diretta dell’evento, viene infatti meno la volontà di attuare l’identico disegno criminoso. Al contrario, vi è continuazione anche in presenza di reati diversi, alcuni dei quali passati in giudicato ed altri in corso di giudizio [3].

La sentenza della Corte: non c’è continuazione per il tossicodipendente

Secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza 31243 del 2016, la continuazione dei reati non può essere inflitta al tossicodipendente che commetta più reati al fine di procurarsi gli stupefacenti.

Sottolinea infatti la Corte che la consumazione di più reati collegati ad uno stato di tossicodipendenza non può considerarsi una condizione necessaria o sufficiente per il riconoscimento della continuazione, dal momento che -parafrasando-  quello del tossicodipendente è uno stile di vita che, anche per esplicita statuizione legislativa, integra un dato positivamente valutabile ai fini in discussione.

Con la pronuncia la Corte sembra parzialmente criticare la condotta del giudice dell’esecuzione, che non aveva considerato la rilevanza nel caso di specie dello status di tossicodipendente, così come inteso dal legislatore, che ha infatti modificato l’art.671 comma 1 del c.p.p., con la volontà di attenuare le conseguenze della condotta sanzionata nel caso di tossicodipendenti.

Quindi, pur se, in linea di principio, l’istituto della continuazione non può confondersi con l’estrinsecazione di un genere di vita incline al reato, tale principio non può applicarsi nel caso in cui vi sia una tossicodipendenza: il legislatore ha infatti tenuto conto della particolare condizione del tossicodipendente, ritenendolo uno stile di vita.

Il tossicodipendente che commette più reati in relazione al proprio status non commette quindi un reato continuato.

Ecco cos’ha stabilito la Corte:

I principi che regolano l’istituto della continuazione, con particolare riguardo a quello secondo il quale l’unicità del disegno criminoso, in quanto postulante l’attuazione di un programma preventivamente ideato e voluto, non può confondersi con la semplice estrinsecazione di un genere di vita incline al reato, non possono trovare applicazione anche ai soggetti per i quali è stato riconosciuto e provato lo status di tossicodipendente, dovendosi tener conto della volontà del legislatore espressa con la novella di cui al D.l. 30 dicembre 2005 n. 272 convertito dalla legge 21 febbraio 2006 n. 49 e della considerazione che quella del tossicodipendente che delinque per procurarsi stupefacente è esso stesso uno stile di vita.

note

[1] Art.81 c. 2 cod.pen.

[2] Tra gli altri, in dottrina, Fiandaca-Musco

[3] Corte Costituzionale, sent. n. 115/1987

 


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