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L’email è prova dell’incarico al professionista o alla partita IVA

7 Marzo 2016
L’email è prova dell’incarico al professionista o alla partita IVA

Mandato professionale: la prova può essere data anche con una mail; non è necessario il conferimento formale dell’incarico attraverso un atto per iscritto.

Il mandato a un professionista può essere conferito anche con l’invio di una email: non c’è bisogno, infatti, di un contratto necessariamente scritto. La posta elettronica, anche non certificata, dunque è più che sufficiente a instaurare un valido rapporto contrattuale tra le parti. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

La vicenda si riferisce al mandato conferito a un avvocato, ma il principio elaborato dai giudici supremi è di ampio respiro ed applicabile, pertanto, non solo ai legali, ma a qualsiasi altro tipo incarico a professionisti o partite IVA. Difatti, come giustamente argomenta la Corte, il codice civile elenca espressamente e in maniera dettagliata quali sono gli atti per i quali è richiesta la forma scritta (li elenchiamo in nota [2]) e, tra essi, non figura il contratto di mandato professionale.

Ovviamente, proprio nel caso degli avvocati, l’email può certo conferire solo il mandato professionale per l’espletamento di attività di consulenza e comunque di attività stragiudiziale, ma non per quella processuale; quest’ultima – come noto – richiede invece obbligatoriamente la procura scritta (di norma apposta a margine o al termine dell’atto processuale), la cui firma deve essere autenticata dal legale stesso.

La conseguenza del principio appena elaborato dalla Cassazione è che, nel caso vi sia, tra le parti, una contestazione circa l’esistenza del mandato, la dimostrazione contraria può essere fornita, dal professionista, proprio esibendo davanti al giudice la stessa email: email che, quindi, diventa una valida prova. Viene così superato il principio secondo cui la posta elettronica semplice non è un elemento sufficiente a documentare un contratto.

È chiaro, però, che di fronte a ulteriori prove contrarie, l’email assume un valore inferiore: essa, infatti, è considerata dal codice civile, come una semplice riproduzione meccanica e, pertanto, fa prova salvo contestazione della controparte. Contestazione che non può essere una semplice dichiarazione, ma deve poggiare su elementi concreti e convincenti. Dunque, tanto per fare un esempio, in presenza di un documento scritto che contraddica l’email, quest’ultima perderà qualsiasi valore. Ecco perché, alla fine dei conti, sebbene la sentenza in commento riconosca comunque alla posta elettronica un valore sul piano processuale, per evitare contestazioni e rischi processuali è sempre meglio un documento scritto controfirmato.

In sintesi, la Cassazione non stravolge i principi del codice: senza, quindi, attribuire all’email il valore di prova documentale, afferma comunque che il conferimento di un mandato non deve essere provato necessariamente con la forma scritta, potendo essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti, come appunto una dichiarazione verbale [3] o la posta elettronica semplice.


note

[1] Cass. sent. n. 2319/2016.

[2] Art. 1350 cod. civ. È necessaria la forma scritta (sia essa la scrittura privata o l’atto pubblico) per i seguenti atti, sotto pena di nullità: 1) i contratti che trasferiscono la proprietà di beni immobili; 2) i contratti che costituiscono, modificano o trasferiscono il diritto di usufrutto su beni immobili, il diritto di superficie, il diritto del concedente e dell’enfiteuta; 3) i contratti che costituiscono la comunione di diritti indicati dai numeri precedenti; 4) i contratti che costituiscono o modificano le servitù prediali, il diritto di uso su beni immobili e il diritto di abitazione; 5) gli atti di rinunzia ai diritti indicati dai numeri precedenti; 6) i contratti di affrancazione del fondo enfiteutico; 7) i contratti di anticresi; 8) i contratti di locazione di beni immobili per una durata superiore a nove anni; 9) i contratti di società o di associazione con i quali si conferisce il godimento di beni immobili o di altri diritti reali immobiliari per un tempo eccedente i nove anni o per un tempo indeterminato; 10) gli atti che costituiscono rendite perpetue o vitalizie, salve le disposizioni relative alle rendite dello Stato; 11) gli atti di divisione di beni immobili e di altri diritti reali immobiliari; 12) le transazioni che hanno per oggetto controversie relative ai rapporti giuridici menzionati nei numeri precedenti; 13) gli altri atti specialmente indicati dalla legge.

[3] Chiaramente, in tal caso, la relativa prova dovrà risultare, quantomeno in via presuntiva, da idonei indizi plurimi, precisi e concordanti.

Autore immagine: 123rf com


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