Diritto e Fisco | Editoriale

Diritto all’oblio dopo World-Check: sulla rete nulla si distrugge, ma tutto si sposta

21 Aprile 2012 | Autore:
Diritto all’oblio dopo World-Check: sulla rete nulla si distrugge, ma tutto si sposta

Il caso di World-Check ha riacceso l’orrore per quanto accade ai dati degli utenti del web e non. Ricordo, per chi non ha letto lo scorso editoriale cos’è World-Check. Si tratta di un’enorme banca dati che assorbe informazioni sui cittadini di tutto il mondo, pescandole da giornali, media, atti pubblici come sentenze, documenti di questure, siti governativi, ecc. Tutti i nomi e le informazioni delle persone coinvolte in una serie molto ampia e generica di reati [1] vengono acquisiti e conservati in un database per poi essere venduti a quanti, nelle proprie relazioni commerciali, vogliano evitare rischi collegati a soggetti sconosciuti.

Il che, oltre ovviamente al disgusto di vedere i propri dati trattati senza un preventivo consenso per altrui fini lucrativi, genera una serie di problematiche di difficile soluzione. Come quella della difficoltà di verificare se le informazioni schedate vengano aggiornate alle successive vicende giudiziarie (come una assoluzione o una revisione di sentenza); o l’interrogativo su come e con quali criteri vengano vendute le informazioni.

Ma, soprattutto, il quesito principale è per quanto tempo i dati rimangono negli archivi. Riemerge così l’annoso problema del diritto all’oblio, su cui vorrei tornare in questo momento per un paio di importanti considerazioni.

La prima è di carattere giuridico.

In Italia spesso si crede che una legge possa risolvere tutti i mali del nostro Paese, dimenticando invece che viviamo in una società globalizzata, dove i confini sono solo di natura politica. Così, avrebbe poco senso prevedere una regolamentazione nazionale del diritto all’oblio quando poi i server (dove i dati sono racchiusi) si trovano collocati in un altro Stato. Sarebbe anche inutile una legislazione comunitaria – di cui, peraltro, si sta parlando da tempo – quando ci sono paradisi informatici come l’India e la Cina.

Il problema del diritto all’oblio si risolve, dunque, soltanto con un accordo internazionale che impedisca, così, la “fuga dei dati” verso zone franche. Diversamente sarebbe impossibile regolamentare e controllare database che, per questioni territoriali, rimarrebbero invece soggetti a normative straniere.

Il che, di fatto, è quello che già accade. Molti archivi (i più grossi) sono tutti sottratti alle direttive comunitarie sulla privacy perché collocati in angoli bui del globo: posti in cui è difficile ogni tipo di controllo o, se anche possibile, sarebbe così costoso per il cittadino da scoraggiarlo a intraprendere qualsiasi tipo di azione.

Il secondo problema è di carattere tecnico-pratico.

Quando si lavora con banche dati di ciclopiche dimensioni diventa impossibile, per il gestore, rileggere e verificare giornalmente ogni singolo bit, stabilendo cosa aggiornare e cosa invece eliminare. Prendiamo, per esempio, le poche centinaia di file conservati nei nostri computer domestici. Chi di noi avrebbe la possibilità, ogni mattina, di rileggerli singolarmente? Molti di questi sono dimenticati in qualche sottocartella e non li apriamo più da anni. Qualcosa del genere, ma in proporzioni estremamente più vaste, riguarda i database come World Check. Sarebbe più costosa un’operazione di costante monitoraggio che piuttosto lasciare tutto com’è e aspettare l’eventuale lamentela dell’interessato.

Per questo, è necessario intervenire subito. Ogni giorno di ritardo può significare lo spostamento di milioni e milioni di bit verso l’estero.

Mi chiedo, infatti, che succederebbe se scoprissimo, un giorno, che le stesse cose avvengono in Crif. Se venissimo a sapere che, scaduti i termini concessi dalla nostra legge per la conservazione dei dati, questi vengono spostati in Cina…

Non in ultimo viene il problema della sicurezza. Chi ci garantisce che tali banche dati siano davvero al riparo da attacchi informatici? Un patrimonio come quello conservato da World Check potrebbe essere appetibile per qualsiasi malintenzionato.

Anche organizzazioni meno esperte di  Anonymous non avrebbero difficoltà ad aggredire i database per facili ricatti.

Il diritto all’oblio non vuol dire solo la notizia dell’avviso di garanzia al politico corrotto. Questa è solo la punta dell’iceberg. Il diritto all’oblio è un problema di portata molto più generale e globale; è la constatazione che il Grande Fratello davvero esiste.


note

[1] Riciclaggio, criminalità finanziaria, criminalità organizzata, truffa, corruzione, bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, narcotraffico, terrorismo, traffico d’armi, embargo.


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1 Commento

  1. Per togliermi da World-check ho dovuto inviare una copia dei miei carichi pendenti per dimostrare che quanto scritto sui giornali era ormai superato e non veritiero. Ma li ho anche minacciati di rivolgermi al garante UE sulla protezione dei dati. Non credo che nessuno abbia titolo per tenere dati sulla mia persona senza che io non ne sia informato; neanche se attinti da “fonti pubbliche”. A tale scopo credo sia doveroso prendere in esame una class-action, oggi più agevole, visto che World-check è stata acquisita dalla Francese Thomson e quindi ricade in pieno nella regolamentazione UE.

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