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Chi perde tempo sul lavoro con internet commette peculato

7 maggio 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 maggio 2014



Perdere tempo sul lavoro, navigare su internet, leggere post su Facebook può costituire un reato, specie se si è dipendenti di una pubblica amministrazione: l’ipotesi è quella del peculato.

Se state leggendo questo articolo in orario lavorativo e siete anche dipendenti pubblici, state commettendo un reato: il delitto di peculato.

Il peculato [1], in buona sostanza, consiste nella condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria. Esso è punito con la reclusione da tre a dieci anni. La finalità di questa norma è la tutela del patrimonio della pubblica amministrazione [2].

Ancora una volta, però, il diritto si scontra con la prassi.

E’, infatti, consuetudine diffusa inviare email ad amici, chattare su Facebook oppure (reato nel reato) scaricare film o musica mentre si è comodamente seduti sulla poltrona del proprio ufficio.

Ebbene, per casi simili la Corte di Cassazione [3] ha stabilito che il dipendente pubblico che navighi su internet per scopi personali incorre nel reato di peculato, proprio al pari di chi utilizza il telefono d’ufficio per finalità diverse da quelle pubbliche.

L’uso per fini personali del computer o del telefono della P.A. costituisce più precisamente reato di peculato d’uso [4], illecito meno grave del peculato ordinario in quanto l’utilizzo del bene della pubblica amministrazione (nel caso di specie il computer e la rete internet o il telefono) è solo momentaneo e il dipendente restituisce il bene immediatamente dopo l’uso.

Il reato di peculato ordinario si configura, invece, quando il dipendente non restituisce il bene ma se ne appropria.

In ogni caso, affinché si configuri il reato, è necessario che l’utilizzo dei computer e della rete internet abbia creato un danno economico non indifferente alla pubblica amministrazione o abbia comunque intralciato il funzionamento dell’ufficio e il buon andamento della P.A [5].

Diversamente non è punibile il dipendente che abbia fatto un uso modesto del computer o del telefono dell’ufficio e non abbia dunque pregiudicato l’interesse della P.A [6].

Allo stesso modo non è punibile chi utilizza la rete internet o il telefono dell’ufficio per esigenze personali in situazioni di carattere eccezionale e non frequente [7].

Tuttavia, secondo una singolare pronuncia della Cassazione [8], l’utilizzo per fini personali del computer o del telefono dell’ufficio costituisce reato di peculato, indipendentemente dal pregiudizio economico arrecato alla P.A.

La sentenza in questione riguarda un caso che aveva suscitato notevole scalpore. Infatti, il Pubblico Ministero aveva contestato a Tizio, pubblico dipendente del Comune di Trani, l’utilizzo del computer dell’ufficio per scaricare materiale pornografico.

La difesa aveva sostenuto l’assenza del danno erariale, avendo la Pubblica Amministrazione stipulato un contratto a tariffa fissa con l’operatore telefonico per la navigazione in internet. Pertanto, non comportando la connessione un aggravio di spese per l’ente, non vi sarebbe stata neanche una qualsivoglia diminuzione patrimoniale per lo Stato.

Ma (e qui sta la portata innovativa della sentenza della Suprema Corte) il reato di peculato non consegue soltanto ad un danno al patrimonio della pubblica amministrazione, ma anche ad una lesione del rapporto di fiducia e di lealtà con il personale dipendente.

Il dipendente pubblico che naviga su internet per scopi personali e quindi sottrae ore al proprio lavoro, arreca comunque un pregiudizio al buon andamento della pubblica amministrazione.

Le critiche mosse alla pronuncia della Cassazione sono numerose e si sostanziano, in buona parte, nella possibilità di sanzionare la stessa condotta semplicemente con un procedimento disciplinare, senza perciò dover intasare le aule dei tribunali che, da oggi, viceversa, potrebbero vedere, sol per questo, un drastico affollamento.

Ad ogni modo, dato che l’ultima pronuncia citata rientra in filone giurisprudenziale minoritario, si può pacificamente concludere che l’utilizzo del computer  dell’ufficio (come del telefono) per fini personali costituisce reato di peculato d’uso solo qualora esso sia tale da provocare un danno alla P.A., qualificabile come pregiudizio al patrimonio erariale o al buon funzionamento dei pubblici uffici.

La condotta del dipendente che usa gli strumenti dell’ufficio per scopi personali può comunque rilevare dal punto di vista disciplinare qualora influisca sul rapporto di fiducia con la pubblica amministrazione datrice di lavoro.

note

[1] Art. 314 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 8009 del 24 agosto 1993.

[3] Cass. sent. n. 34524/2013.

[4] Art. 314, c. 2, cod. pen.

[5] Cass. S.U., sent. n. 19054/2013.

[6] Cass., sent. n. 256/2011 e n. 41709/2010.

[7] Cass. sent. 24709/2007.

[8] Cass. sent. n. 20236 del 2008.


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