Diritto e Fisco | Editoriale

Diritto d’autore: proposte per una riforma

30 Aprile 2012 | Autore:
Diritto d’autore: proposte per una riforma

Ho spesso preso una posizione a riguardo della necessità di rivedere le norme sul diritto d’autore alla luce delle mutate esigenze, ossia quelle di non rallentare il web e non comprimere le sue libertà.

Tuttavia, a nulla vale criticare un sistema se non si ha una alternativa in tasca.

Ho sempre ritenuto che la legge sul copyright vada cambiata. Cambiata e non abolita. L’arte, senza il diritto d’autore, rimarrebbe solo in forma dilettantistica e gli investimenti, in termini di produzioni e tecnologie, non avrebbero più ragione di essere.

Tuttavia, non v’è dubbio che quando non si può vincere il nemico, ci si debba alleare con esso. Così è necessario coniugare il copyright con le nuove esigenze di condivisione e di utilizzo in forma creativa delle opere altrui. Ostinarsi a pensare che ciò non sia giusto equivale all’atteggiamento di chi, in linea con le dottrine astratte dei manuali, si ostini a ritenere che la forza di gravità non esiste: verrebbe spontaneo suggerire, a questi, di buttarsi dalla finestra per sperimentare quanta differenza c’è tra la teoria e la pratica. La pirateria, e l’impossibilità di controllarla, è un fatto dal quale non si può prescindere nell’opera di revisione delle norme sul diritto d’autore. Da tale ineliminabile circostanza si deve partire. Che piaccia o no.

Senza voler rendere gravosa la lettura di questo articolo, cercherò di individuare sinteticamente quelli che, a mio parere, sono i punti su cui si dovrebbe concentrare il legislatore nell’intento di ammodernare il copyright.

In primo luogo, credo si debba operare una distinzione tra utilizzi del copyright altrui per finalità di lucro e non, escludendo gli utilizzi “non commerciali” dai divieti previsti dalla legge. Questo è già in parte previsto dall’art. 70 della legge sul diritto d’autore che consente il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani e la loro comunicazione al pubblico se effettuati per uso di critica, discussione,  insegnamento o ricerca scientifica. La stessa libertà di pubblicazione è prevista anche attraverso la rete internet per quanto attiene a immagini e musiche di bassa risoluzione, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro.

Sulla scorta dello stesso principio si potrebbe prevedere che almeno il “remix” delle opere altrui (ossia l’utilizzo al fine di creare una nuova opera, indipendente dalla prima e con un sufficiente grado di personalizzazione da parte dell’autore) debba essere deregolamentato.

Non c’è nessuna ragione per far pagare i diritti d’autore sull’uso di frammenti di opere altrui (per esempio, un brano musicale adoperato come colonna sonora) a un regista amatoriale che, con il proprio pc, crea miniclip, li monta e poi li pubblica sul web; né di chiedere balzelli a schiere di ragazzini al verde che non hanno gli strumenti e la capacità di arricchirsi con i loro remix.

Al contrario, continuerebbero a essere soggetti alle royalty gli impieghi per uso professionale.

Insomma, ciò che bisognerebbe meglio regolamentare è il cosiddetto fair use, già previsto – sebbene in modo ancora limitativo – dalla legislazione americana e da noi, invece, mai approdato.

In verità, non solo il remix, ma anche la “copiaper uso non professionale potrebbe essere oggetto di una migliore disciplina attraverso un sistema di licenze collettive.

Un esempio chiarirà meglio questo aspetto. Quando vediamo un film in televisione, per quell’utilizzo che stiamo facendo dell’opera non paghiamo alcun diritto d’autore in modo diretto. Lo facciamo attraverso il canone RAI o, ancora, attraverso i sostegni della pubblicità. Eppure usufruiamo del prodotto originale, regolarmente licenziato dal titolare stesso. Si potrebbe allora prevedere lo stesso meccanismo anche per il web, disponendo l’accantonamento di una quota dell’abbonamento sulla connessione wifi in favore delle società di raccolta dei diritti (per es. la SIAE), che a loro volta provvederebbero poi a remunerare gli autori. In questo modo pagheremmo a monte, e in via preventiva, tutte le copie e gli utilizzi di opere altrui per uso non commerciale (penso al download di un film o di un album per scopi personali), garantendo un modo semplice e a buon mercato, che non disincentivi l’uso dei media digitali, per retribuire i titolari dei diritti.

Peraltro, si abbandonerebbe così quella diffusa convinzione per cui chiunque sia in grado di utilizzare un computer è anche un pirata e un criminale.

Questa potrebbe essere la via per decriminalizzare anche il file sharing, autorizzando almeno quello non commerciale attraverso l’imposizione di una tassa che finisca nelle tasche degli artisti le cui opere sono condivise sulle piattaforme peer to peer. Attraverso la cessione di una licenza globale gli utenti potrebbero acquistare, a poco prezzo, il diritto di condividere liberamente i file.

Un altro modo per pensare a un nuovo diritto d’autore, riformato nell’ottica di immettere, nel più breve tempo possibile, l’opera nella disponibilità collettiva, è di immaginarlo disegnato secondo il sistema dei marchi: ossia garantendo al titolare del copyright un primo e breve periodo di tutela automatica (per esempio, dieci anni), ma imponendogli poi di rinnovarlo alla scadenza del termine. Qualora l’autore non lo faccia, chiunque altro potrebbe usare la sua opera gratuitamente o attraverso il pagamento di una equa royalty.

Dunque, le uniche opere che continuerebbero a godere di protezione totale sarebbero solo quelle il cui titolare si fosse attivato concretamente per proteggerle ossia, in definitiva, quelle remunerative. Se infatti per il detentore del copyright non vale la pena, dopo dieci anni, compiere qualche sforzo per rinnovare la registrazione della propria creazione, tanto meno conviene allo Stato minacciare costosi procedimenti giudiziari e tenere in vita istituzioni di polizia o autority di controllo per tutelare una proprietà di cui il titolare stesso ne ha perso ogni interesse.

Con questo sistema si sottrarrebbero alla protezione il 90% delle composizioni per le quali non v’è più alcun concreto interesse economico: nessuno infatti andrebbe a rinnovare una registrazione di qualcosa che non sia di per sé conveniente. Dall’altro lato, avremmo che un enorme campionario di musiche e video ritornerebbe alla disponibilità del popolo che ne potrebbe, come in un riciclo, crearne nuove e più avanzate idee.

Peraltro, il nostro attuale sistema di tutela del copyright si macchia di una incongruenza di fondo: esso tende a fare confusione tra interessi pubblici e privati. In linea generale, si può dire che ogni Stato democratico appronta due tipi di procedimenti, a seconda delle posizioni in gioco: quello civilistico, per dirimere le controversie tra interessi privati (normalmente di natura economica, personale o familiare) e quello penalistico, quando invece ci sono in ballo interessi di natura pubblica, ossia facenti capo all’intera collettività. Così, è interesse dello Stato – e quindi di tutti – che un assassino finisca in carcere, così come, al contrario, è interesse privato – e quindi solo di una singola parte – che il commercialista che non abbia presentato la dichiarazione dei redditi del proprio cliente venga condannato al risarcimento del danno. Nel primo caso, verrà instaurato un procedimento penale, nel secondo invece uno civile.

Nel caso del copyright, però, pur essendo in gioco un interesse di natura privatistica – quello del detentore dei diritti alla remunerazione per l’uso della propria opera – la tutela di esso viene affidata a un procedimento penale, e quindi con il dispiegamento di risorse pubbliche assai costose per la collettività. Questa strana commistione, quasi a presupporre che sia interesse di tutti i cittadini, per esempio, che la Warner venga risarcita dal pirata che ha scaricato un film, è di difficile comprensione. Ecco perché bisognerebbe depenalizzare la materia dei diritti d’autore, restituendola al campo che le è naturale: quello civile o, al massimo, quello delle sanzioni amministrative.

In conclusione, l’esperienza ha dimostrato come tutte le strategie di enforcement sino ad oggi perseguite dalle industrie dei contenuti e, su loro spinta, dal legislatore, siano sostanzialmente fallite. A fronte dell’inasprimento delle pene, il filesharing è sopravvissuto e, anzi, la collettività ha avvertito la battaglia nei confronti del copyright come una vera e propria crociata sociale, quasi di natura morale. Il debole contro il forte, il povero contro l’industria monopolista e capitalistica. È il pensiero di molti pirati (come, ad esempio, i fondatori di The Pirate Bay) o di alcuni magistrati (come il giudice Gennaro Francione).

Inoltre, nessuno dei metodi sino ad oggi perseguiti è riuscito a salvare un settore che appare sempre più in lento declino.

In tutto ciò, qual è la posizione degli artisti? Il 90% di essi, sconosciuti al grande pubblico e non partecipi dei guadagni del grande business, restano indifferenti alle politiche restrittive. Anzi, sembrano auspicare un rinnovo del settore che consenta anche a loro, in un’ottica redistributiva, una maggiore visibilità e soddisfazione economica.

Tutto ciò dovrebbe far riflettere e pensare. Forse è arrivato il momento di cambiare rotta e ridisegnare la legge alla luce di quello che è il nuovo mercato, le nuove tecnologie e, soprattutto, il concetto di legalità avvertito dal popolo.



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