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Spam: che cos’è e come difendersi

16 Ottobre 2009 | Autore:
Spam: che cos’è e come difendersi

Lo spam invade le nostre caselle di posta elettronica, rallenta il lavoro e diminuisce la possibilità di filtrare le email importanti da quelle commerciali: eppure ancora nessuno ha trovato una soluzione tecnica realmente efficiente contro l’illecito del nuovo millennio

Secondo il report pubblicato dalla Symantec [1], nel mese di maggio lo spam ha registrato una crescita del 5% rispetto ad aprile, portando le email indesiderate al 90,4% del traffico complessivo di posta elettronica. Cifre record per un fenomeno da sempre fuori controllo.

Le email indesiderate contengono, di solito, messaggi pubblicitari e vengono inviate ripetutamente e costantemente a ciascun destinatario. Queste caratteristiche consentono di annoverare lo spam tra le pratiche commerciali aggressive, costituendo una attività che “…limita o è idonea a limitare considerevolmente la libertà di scelta o di comportamento del consumatore medio…” inducendolo “…ad assumere una decisione commerciale che non avrebbe altrimenti preso” [2].

Lo spam è un vero e proprio furto di servizi, un utilizzo abusivo di risorse altrui. Per i pochissimi a cui ancora non sia chiaro il concetto, inviare email a chi non ne abbia fatto richiesta o a chi non abbia previamente acconsentito al trattamento dei propri dati personali – nonostante sia inserito in un pubblico elenco, albo o anche se abbia prestato consenso a soggetti differenti – è un illecito! Gli operatori commerciali, quindi, per rimanere nel recinto della legalità, hanno una unica strada: ottenere il consenso dei destinatari [3].

Così come sottolineato dal Garante della privacy [4], “Il consenso, da documentare per iscritto, deve essere manifestato liberamente, in modo esplicito e in forma differenziata rispetto alle diverse finalità e alle categorie di servizi e prodotti offerti, prima dell’inoltro dei messaggi. Non basta, quindi, un consenso verbale o prestato via telefono. Il consenso, inoltre, deve essere preventivo: tale regola “non può essere elusa inviando una prima e-mail che, nel chiedere un consenso, abbia comunque un contenuto promozionale oppure pubblicitario”, né può essere aggirata “riconoscendo solo un diritto di tipo c.d. opt-out al fine di non ricevere più messaggi dello tesso tenore” [5]. Di conseguenza, un’email che contenga la richiesta di consenso contestualmente alla pubblicità di un prodotto, è comunque fraudolenta.

Il consenso rappresenta un elemento imprescindibile anche quando gli indirizzi di posta vengano prelevati da registri accessibili a tutti (per es.: albi professionali) o da elenchi (Pagine Gialle, Pagine Utili).  Inoltre l’interessato, anche quando abbia concesso l’autorizzazione al trattamento dei propri dati, può sempre richiederne l’aggiornamento o la cancellazione [6] o può opporsi ad una gestione illegittima ed illecita degli stessi. Dinanzi a tali richieste, il responsabile del trattamento dei dati non può assumere una condotta negligente o libertina, essendo tenuto, anche in presenza di una richiesta [7] tramite email, a fornire all’interessato un riscontro in tempi brevi [8]. Qualora lo spammer non fornisca risposta, il danneggiato potrà agire attraverso due strade differenti.

La prima è quella del ricorso (tramite raccomandata) al Garante della privacy [9], chiedendone l’intervento. Se il Garante ne accoglie le doglianze, ne darà comunicazione al ricorrente e potrà dichiarare in capo a questi il diritto al rimborso per le spese sostenute, non anche per i danni subiti. Lo spammer condannato dovrà versare il denaro direttamente alla sua vittima e, se il pagamento non si realizzerà, sarà possibile agire con una lettera di messa in mora, con l’avviso che l’inosservanza del provvedimento del Garante è punito con la reclusione da tre mesi a due anni [10].

Per ottenere, invece, il risarcimento dei danni, è necessario agire attraverso ricorso al giudice ordinario [11].

Nella stessa ottica di tutela del consumatore, la legge sanziona anche coloro che, attraverso un atteggiamento connivente con gli spammer, favoriscano il proliferare del fenomeno. Infatti, l’utente che si abboni ad un servizio di comunicazione elettronica e “dia modo ad altri di utilizzare il servizio per effettuare comunicazioni o attività contro la morale o l’ordine pubblico o arrecare molestia o disturbo alla quiete privata, decade dal contratto di fornitura del servizio” [12].

Un indirizzo di posta elettronica, quindi, per il solo fatto di essere reperibile in rete, non autorizza un utilizzo indiscriminato. Ogni individuo, infatti, nella propria casella telematica è padrone di casa e ha il diritto di scegliere chi far entrare e chi lasciare fuori. Tuttavia, come scrisse qualcuno [13] prima di noi: “l’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene”. E la realtà virtuale non fa eccezione.


note

[1] Azienda che si occupa della tutela delle informazioni.

[2] Art. 24,  D.Lgs. n.146 del 2007.

[3] Garante Privacy, provvedimento 20/4/2006.

[4] Parere del 29/5/2003.

[5] Garante della privacy, parere del 29/5/2003.

[6] D.Lgs. 30 giugno 2003 n.196, Codice in materia di protezione dei dati personali.

[7] La cosiddetta richiesta di informazioni, in base all’art. 13.

[8] Di regola 15 giorni, previsione di cui all’art. 146.

[9] Art. 146.

[10] Ai sensi dell’articolo 22, comma 2, o degli articoli 29, commi 4 e 5, e 31, comma 1, lettera l.

[11] Tribunale o giudice di pace, a seconda che il valore del richiesto risarcimento sia superiore o meno a 5.000,00 euro.

[12] Art. 70, c. 5 del Codice delle Comunicazioni Elettroniche.

[13] Jean Jeacques Rosseau.


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