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Editoriali Copyright, nessun dietrofront: l’Internet Service Provider, la Corte di Giustizia e il sangue blu

Editoriali Pubblicato il 3 maggio 2012

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> Editoriali Pubblicato il 3 maggio 2012

Quando nel medioevo i contadini, resi scuri dal sole sui campi, vedevano la pelle bianca dei nobili e le vene blu che su di essa si scorgevano facilmente, pensavano che anche il sangue di quella gente fosse dello stesso colore. Per questo ancor oggi si dice che i reali hanno “sangue blu”.

C’è chi si ferma all’apparenza delle cose e, sulla base dell’apparenza, pretende di trarne regole per tutti.

Così, c’è chi sta leggendo la recentissima sentenza dello scorso 19 aprile della Corte di Giustizia [1] come un dietrofront, da parte della Comunità Europea, sui principi sinora affermati della net neutrality e della non responsabilità dell’ISP: una rinuncia insomma alla difesa di internet e dei suoi capisaldi.

Sappiamo che, invece, così non è; la rete ha sempre trovato, almeno nelle istituzioni comunitarie (sappiamo infatti quanto gli Stati Membri amino discostarsi dalle istruzioni dei giudici di Lussemburgo, primo tra tutti l’Italia), degli irriducibili sostenitori. Infatti, tanto la direttiva europea sul commercio elettronico [2], tanto la Corte di Giustizia (prima con riferimento all’ISP, poi con riferimento al fornitore di hosting) [3], quanto il Parlamento Europeo hanno sempre ribadito il principio di neutralità dell’intermediario: colui che fornisce servizi su Internet (si tratti di una connessione alla rete, un servizio di hosting o ancora un sistema di motore di ricerca) non può essere chiamato a rispondere delle condotte illecite poste dai propri utenti (per esempio il download di un film pirata, di un cd, la vendita su un sito d’asta di materiale illecito).

L’illogica conseguenza di una diversa impostazione sarebbe come ritenere responsabile la compagnia telefonica per gli scherzi alla cornetta fatti dagli abbonati.

La difesa della neutralità dell’intermediario evita inoltre – come ho detto più volte detto – lesioni della privacy degli utenti (che altrimenti dovrebbero essere controllati “a vista” dagli ISP), costosi meccanismi anticoncorrenziali (peraltro aggirabili) e, in definitiva, garantisce la libertà di espressione sul web.

Ed eccoci a oggi, quando la Corte di Giustizia è stata chiamata a decidere se l’ISP sia tenuto a comunicare l’identità (ossia, l’indirizzo IP) dell’utente scoperto a violare l’altrui copyright sulla rete (nel caso specifico: scaricare un audiolibro). I giudici comunitari hanno affermato che un ordine di tale tipo, rivolto all’intermediario, non è contrario alla normativa europea.

E qui l’equivoco di chi vorrebbe vedere, in ciò, un’inversione di tendenza nella rotta segnata dalla giurisprudenza di Lussemburgo.

Innanzitutto la Corte specifica che un’ingiunzione di tale tipo può essere fornita solo da un giudice. Il che non fa che confermare proprio quello che sino ad oggi si è sempre detto in materia: ossia che l’intermediario non può agire solo su intimazione del titolare del contenuto, senza alcuna garanzia dell’intervento di un procedimento giudiziario, terzo e imparziale, fondato sul contraddittorio e sulla parità delle armi nel giudizio. L’ISP deve comunicare l’IP del pirata non a un’Authority garante (leggi AgCom) o a una società intermediaria qualsiasi (leggi Sabam).

Inoltre la sentenza fissa due importanti condizioni affinché il giudice possa emettere l’ingiunzione di comunicazione dei dati in questione:

a) innanzitutto devono sussistere indizi reali di violazione di un diritto di proprietà intellettuale su un’opera;

b) in secondo luogo, i motivi alla base di tale ingiunzione si devono ricollegare a un interesse superiore agli inconvenienti o agli altri pregiudizi che ne possano derivare per il destinatario o a qualsivoglia altro contrapposto interesse.

Questo vuol dire che il giudice nazionale, cui il titolare del copyright leso abbia chiesto di ingiungere all’ISP i dati del netizen pirata, deve prima ponderare (“in funzione delle circostanze della specie e tenendo in debita considerazione le esigenze risultanti dal principio di proporzionalità”), gli opposti interessi in gioco. In definitiva – sottolinea la Corte – non si può ledere i diritti della rete sol per tutelare un interesse privato quale l’altrui copyright. Al contrario, bisogna sempre garantire un giusto equilibrio tra la tutela del diritto di proprietà intellettuale, di cui godono i titolari del diritto d’autore, e la tutela dei dati personali, di cui beneficia un utente di Internet.

Nulla di nuovo, dunque. Anzi, la riaffermazione di quanto sempre detto: Internet e i suoi operatori non si toccano solo per tutelare gli interessi di qualche multinazionale del cinema o della musica. Multinazionali dal sangue blu, ma solo perché non lavorano sui campi e sotto il sole.

Chi vuol comprendere

 

 

note

[1] C. Giust. Sent. 19 aprile 2012.

[2] Direttiva 2000/31 art. 15.

[3] C. Giustizia U.E. sent.  24.11.2012 causa C-70/10; C. Giustizia U.E. sent. 16.02.2012 causa C-360/10.


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