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I sacrifici delle libertà fondamentali

Pubblicato il 2 maggio 2012

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> Pubblicato il 2 maggio 2012

Pubblichiamo un contributo inviatoci dalla Dott.ssa Agata Di Seri, diplomata in “crimminologia foremse ed applicata”, laureata in giurisprudenza, e-mail agatadiseri@virgilio.it.

“La mia libertà finisce dove inizia la tua”.

Questa celebre frase di Martin Luther King contiene in sé una grande verità, ma anche uno dei “nodi” ancor oggi irrisolti da quasi tutte le democrazie moderne. Racchiude la necessità, mista alla speranza, di realizzare un bilanciamento tra esigenze contrapposte, punti di vista differenti, diritti tra loro in conflitto.

I diritti fondamentali per loro stessa natura nascono irrinunciabili, “in-sacrificabili”. Ma la storia ha da sempre rappresentato la necessità di dover, anche in controtendenza, derogare a tale dato. Nel momento esatto in cui si sono affermate determinate libertà si sono previsti i correlati limiti.

Una tale circostanza è facilmente intuibile se si pensa all’11 settembre 2011.

Il crollo dell’URSS aveva in qualche modo seminato la certezza che i principi del Costituzionalismo Moderno si fossero (finalmente) affermati in tutto il globo, che i cosiddetti “avversari della democrazia” avessero in qualche modo deposto le armi. Ma i fatti di Ground Zero hanno portato alla ribalta un antico e forse dimenticato nemico: il terrorismo!

Terrorismo: metodo di lotta basato sul ricorso alla violenza, reale o minacciata; una successione di azioni clamorose, violente e premeditate, volte a generare un diffuso sentimento d’insicurezza e panico.

Si pensi ai fatti di Roma del 14 e 15 ottobre: individui incappucciati che hanno seminato danni a istituti bancari, attività commerciali e sedi istituzionali. Sono i componenti del Black Block. I suoi partecipanti si vestono di nero, si definiscono anarchici e condannano qualsiasi simbolo del capitalismo moderno. Quella che doveva essere la giornata degli indignati italiani, nell’ambito della manifestazione mondiale “Day of Rage“, è degenerata in una sanguinosa battaglia urbana, sedata con idranti e lacrimogeni sulla folla.

Quali misure adottare per garantire la sicurezza dei cittadini, senza limitare o derogare alle libertà fondamentali?

Le proposte sono state parecchie. Tra queste, quella di riproporre la “Legge Reale bis”.

La “legge Reale”, del 22 maggio 1975 n.152, fu promulgata nel VI legislatura sotto il Governo Moro. Redattore fu il Ministro di Grazia e Giustizia, Oronzo Reale, del quale la legge porta il nome.

Gli anni di piombo costituirono infatti l’occasione per mettere a punto un sistema rigido e incisivo di leggi penali, onde combattere il terrorismo che in quegli anni minacciava la democrazia italiana.

Il carattere severo di tale disposizione si evidenzia maggiormente nei seguenti articoli:

– l’art. 3 estendeva il ricorso alla custodia preventiva, sostituendo l’art. 238 c.p.p., anche in assenza di flagranza di reato, consentendo un fermo preventivo di 96 ore, entro le quali andava emesso un decreto di convalida da parte dell’autorità giudiziaria, ciò in deroga all’art. 13, comma 3 Cost.;

– l’art. 5 vietava l’uso del casco o di altri elementi finalizzati a rendere in tutto o in parte irriconoscibili i partecipanti a manifestazioni pubbliche;

– l’art. 14 consentiva alle forze dell’ordine di usare le armi non solo in presenza di violenza o di resistenza, al fine d’impedire la consumazione di delitti gravi come quello di strage, omicidio volontario, rapina a mano armata ecc.

Dopo i violenti scontri nella capitale, le autorità incaricate d’identificare i manifestanti sono ricorse all’ausilio di foto e video, alcuni dei quali realizzati da cittadini tramite i loro cellulari.

L’ex Ministro Maroni ha proposto alle Camere una “legislazione da stadio”: divieto di portare caschi protettivi e maschere antigas nelle manifestazione pubbliche, introduzione dei reati di possesso e lancio di materiale pericoloso, prodotti esplodenti e fumogeni, bastoni, mazze e altri oggetti contundenti.

La proposta di legge attinge anche dalla disciplina della Daspo (misura di prevenzione atipica): divieto di accesso ai cortei per “coloro che sono stati denunciati o condannati per reati tipici delle manifestazioni pubbliche o legati a episodi di violenza o all’uso delle armi”; estensione anche alle pubbliche manifestazioni fino al 30 giugno 2013 dell’arresto in flagranza differita di 48 ore.

È innegabile, però, che eventuali misure simili a quella appena citate sono portatrici di una intrinseca insidia, quella di sacrificare il diritto di manifestazione, al fine di tutelare la sicurezza dei consociati.

Quelle contemporanee sono democrazie pluralistiche, che accolgono cioè nelle loro costituzioni il pluralismo sociale con i suoi molteplici interessi, valori, bisogni in potenziale conflitto. Questa eterogeneità di valori, fini e diritti fondamentali comporta necessariamente che il contenuto dei diritti riconosciuti non sia autonomo o preesistente alla Costituzione, ma risulti dalla considerazione complessiva e coordinata di tutti i diritti e i valori che coesistono in Costituzione.

I diritti fondamentali quindi non si configurano più solamente come situazioni individuali portatrici di pretese nei confronti dei poteri pubblici (c.d. dimensione individuale dei diritti, pilastro della teoria liberale), ma come elementi costituivi dell’ordinamento costituzionale complessivo. Non bisogna considerare ogni diritto come a sé stante e ritenere, staticamente, che per il solo fatto di essere sancito possa per ciò stesso essere preteso.

Nel momento della realizzazione concreta dei diritti si possono verificare conflitti di diverso tipo, la cui composizione, e quindi la determinazione del contenuto, viene realizzata attraverso il “bilanciamento” e la ponderazione dei valori in gioco, da parte sia del legislatore, sia del giudice costituzionale in sede di controllo di costituzionalità della legge.

Sono da rispettare le seguenti regole:

– il bilanciamento deve riguardare diritti e i valori con il medesimo rango costituzionale;

– il sacrificio subìto da un diritto deve essere proporzionato;

– il contenuto essenziale, il c.d. “nocciolo duro” del diritto, non può essere intaccato, altrimenti si violerebbe il diritto stesso.

Sono tematiche affrontate da tutti i tipi di Stato, ma è evidente che, in uno Stato democratico-sociale, risolverle in modo soddisfacente significa riuscire a prevenire, limitare e ridurre quelle situazioni di pericolo e di minaccia grave per l’ordinamento e per le persone mediante strumenti che non facciano venir meno i principi fondamentali dell’ordinamento stesso.

Rispetto a ciò, l’atteggiamento di ciascun ordinamento è diverso.

Negli Stati Uniti, il 23 ottobre 2001 è stata introdotta l’Usa Patriot Act, legge concepita allo scopo di ridurre gli attacchi terroristici dopo gli accadimenti dell’11 settembre 2001.

La legge, fortemente discussa, permetteva a FBI e CIA e altre autorità di pubblica sicurezza di chiedere le intercettazioni e il traffico internet ai provider, senza un mandato della magistratura e senza notifica ai diretti destinatari del provvedimento.

Non vanno sottaciute inoltre le polemiche intorno al campo di prigionia di Guantànamo, sull’isola di Cuba. L’allora Alto Commissario dell’ONU, Robinson, sollevò la questione, condannando nello specifico le condizioni di prigionia dei detenuti.

Anche nel Regno Unito è possibile condizionare e limitare talune libertà garantite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tuttora, nell’Human Rights Act del 1998, si prevede che se anche i giudici rilevino l’incompatibilità di norme nazionali con quelle della CEDU devono solo limitarsi a segnalarlo agli organi costituzionali, perché l’ultima parola spetta sempre al Parlamento.

In Israele, fino al 1999 era considerata legale la tortura come “mezzo” per ottenere confessioni di particolare importanza (per esempio per conoscere i luoghi in cui erano stati posizionati ordigni). Anche in questo caso si pose un problema di bilanciamento tra il diritto alla sicurezza pubblica e quello alla dignità umana. Così, la Corte Costituzionale israeliana, nel 1999, si è espressa vietando il ricorso a mezzi violenti e lesivi dell’integrità fisica, anche se finalizzati a scopi di tutela.

In Italia, uno dei limiti speciali all’esercizio di diritti fondamentali è quello alla sicurezza pubblica, esplicitato al fine di prevenire la commissione di reati. Esso si ripercuote quasi a cascata nell’esercizio di alcune libertà  costituzionalmente riconosciute: libertà di circolazione e soggiorno art. 16, 1 comma Cost.; libertà di riunione, art. 17, comma 3 Cost; libertà d’impresa, art.41, comma 2 Cost; solo a scopo esemplificativo.

La faccenda rimane ad oggi aperta e la diatriba è accesissima tra i sostenitori della teoria per la quale la libertà non possa ridursi senza ledere la sua stessa essenza, e coloro i quali sostengono una modifica finalizzata a conferire un’impronta più severa al nostro codice penale.


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