Diritto e Fisco | Editoriale

Quanto tempo ci vuole per divorziare?

8 Maggio 2019
Quanto tempo ci vuole per divorziare?

Questo articolo spiega quali sono i tempi necessari per arrivare allo scioglimento definitivo di un vincolo matrimoniale.

Tu e tua moglie non andate più d’accordo da tempo e avete deciso di porre fine alla vostra unione. Alcuni mesi fa hai conosciuto una donna con la quale intrattieni una relazione. Tra di voi c’è una buona intesa e avete pensato di andare a vivere insieme. Se tutto va bene, in seguito potreste anche sposarvi; dopo anni di contrasti con tua moglie non ti dispiacerebbe dar vita, finalmente, a una situazione familiare serena. Ma quanto tempo ci vuole per divorziare? Qui troverai la risposta.

Da alcuni anni sciogliere definitivamente un vincolo matrimoniale è diventato più semplice e rapido. Tuttavia, per arrivare al divorzio è prima necessario separarsi. È quindi utile conoscere, sia pure in modo semplice e schematico, i diversi modi in cui può avvenire la separazione tra i coniugi: infatti, la scelta di una modalità piuttosto che un’altra incide sul tempo che sarà necessario per divorziare.

Come avviene la separazione tra i coniugi?

La legge prevede quattro diverse procedure per arrivare alla separazione:

  • la separazione consensuale;
  • la separazione giudiziale;
  • la separazione in Comune;
  • la negoziazione assistita.

Una volta ottenuta la separazione, i coniugi possono ricorrere alle stesse procedure anche per il divorzio. Esaminiamole velocemente.

La separazione consensuale [1] si svolge davanti al tribunale, ed è possibile quando marito e moglie sono d’accordo nel separarsi e tra di loro non vi sono contrasti, né di tipo economico, né sull’affidamento di eventuali figli minori di età. In tal caso, i coniugi preparano un ricorso congiunto in cui chiedono che il tribunale pronunci la loro separazione, e concordano tutte le condizioni di quest’ultima: ad esempio, chi dei due deve continuare ad abitare la casa familiare, se uno di loro debba versare all’altro un assegno di mantenimento, con chi debbano vivere i figli e così via. Vi è una sola udienza, che si svolge davanti al presidente del tribunale. Il tribunale, se vi sono figli minori di età, verifica che gli accordi tra i coniugi non siano contrari ai loro interessi, e se non vi sono problemi in tal senso omologa la separazione con decreto.

Se tra marito e moglie vi sono contrasti, l’unica via percorribile è quella della separazione giudiziale [2]. Si tratta di una vera e propria causa che si svolge davanti al tribunale, che deciderà sulle opposte richieste dei coniugi emettendo una sentenza. Il disaccordo, di solito, riguarda le questioni economiche o i rapporti con i figli. Anche in questa procedura è prevista un’udienza, la prima, davanti al presidente del tribunale, che tenta di conciliare le parti; se la conciliazione non avviene la causa prosegue. Può succedere che, durante il procedimento, i coniugi raggiungano un accordo e smettano di litigare sui termini della separazione: in tal caso quest’ultima viene mutata da giudiziale in consensuale.

Dal 2015 è possibile separarsi consensualmente in Comune [3]. Il procedimento si svolge alla presenza del sindaco o di altro ufficiale di stato civile; occorre però che i due coniugi non abbiano figli comuni minori di età, incapaci o portatori di handicap. Non è invece d’ostacolo la presenza di figli nati da precedenti unioni. È inoltre necessario che negli accordi non siano previsti trasferimenti di proprietà di beni mobili o immobili (è consentita solo la previsione dell’assegno di mantenimento). Per conoscere tutti i dettagli della procedura, i documenti da presentare, gli adempimenti, i termini, i tempi e i costi leggi la nostra guida Separazione e divorzio in Comune: come si fa. Se non vi sono le condizioni per ricorrere a questa modalità di separazione, i coniugi possono avvalersi della procedura consensuale in tribunale o della negoziazione assistita che vedremo tra breve.

La negoziazione assistita [4] è una procedura, pure di tipo consensuale, che si svolge con l’assistenza di avvocati di fiducia dei coniugi. I legali preparano una convenzione che viene sottoscritta dalle parti e la certificano; quindi la trasmettono all’Ufficio dello stato civile del Comune. Questo procedimento è ammesso anche in presenza di figli della coppia minori di età, incapaci o portatori di handicap, o se l’accordo tra i coniugi prevede trasferimenti di proprietà.

Chiaramente, la possibilità di separarsi in Comune o di ricorrere alla negoziazione assistita è subordinata al fatto che i coniugi abbiano raggiunto un accordo su tutti gli aspetti personali e patrimoniali dell’«addio». In pratica, si parla dei soli casi di separazione consensuale.

Quando si può divorziare senza prima separarsi?

Come abbiamo detto, la separazione è un gradino necessario per poter divorziare. Senza la separazione non è possibile neanche il divorzio. Infatti, si vuole dare agli interessati un po’ di tempo per decidere se vogliono veramente porre fine alla loro unione. Una volta separati, i coniugi potranno poi divorziare regolarmente.

Ci sono, tuttavia, alcuni casi in cui è possibile sciogliere il vincolo matrimoniale senza prima separarsi [5]. Si tratta di ipotesi meno frequenti, in cui si sono verificate situazioni di particolare gravità che escludono qualunque possibilità di riconciliazione tra le parti. Ecco quando ciò può avvenire:

  • se il matrimonio non è stato consumato. Questo si verifica se, dopo le nozze, gli sposi non hanno avuto nessun rapporto sessuale completo;
  • se uno dei due ha subito una condanna per aver commesso gravi reati nei confronti dell’altro coniuge o di altri componenti della famiglia;
  • se uno dei due coniugi, ricorrendo alla chirurgia, ha cambiato sesso ed ha ottenuto una sentenza che, prendendo atto della sua nuova condizione, dispone una rettifica della sua iscrizione allo stato civile;
  • se uno dei due coniugi, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero una sentenza di annullamento o scioglimento del matrimonio, oppure ha contratto nuove nozze all’estero.

In tutti gli altri casi, tra la separazione e il divorzio deve trascorrere un intervallo di tempo, come vedremo tra breve.

Dopo quanto tempo si può chiedere il divorzio?

Tra la separazione e il divorzio deve decorrere un termine che varia  secondo la procedura alla quale i coniugi hanno fatto ricorso per separarsi. Precisamente, devono trascorrere [6]:

  • 12 mesi se la separazione è stata giudiziale, ossia a seguito di causa instaurata in tribunale perché i coniugi non hanno raggiunto l’intesa: il termine dei 12 mesi inizia a decorrere dalla prima udienza in cui le parti si sono presentate davanti al presidente del tribunale;
  • 6 mesi se la separazione è stata avviata in forma giudiziale ma, in corso di causa, sia stata trasformata in “consensuale”. Anche in tal caso, il termine decorre dalla comparizione delle parti innanzi al presidente del tribunale;
  • 6 mesi se la separazione è stata consensuale. Il termine decorre, anche qui, dalla comparizione delle parti innanzi al presidente del tribunale (udienza che, in questo caso, esaurisce tutto il procedimento);
  • 6 mesi in caso di separazione in Comune, davanti all’ufficiale di stato civile. Tale termine inizia a decorrere dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi al predetto ufficiale;
  • 6 mesi in caso di negoziazione assistita; il termine decorre dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita.

I coniugi che si sono riconciliati possono divorziare?

Cosa succede se, dopo la separazione, marito e moglie hanno un ripensamento e si riconciliano? La risposta è semplice: tale decisione pone nel nulla gli effetti della separazione, con il risultato che, per divorziare, occorrerà ricominciare tutto da capo e tornare a separarsi.

Ma procediamo con ordine, spiegando innanzi tutto cosa si intende per riconciliazione. Questa si verifica quando marito e moglie pongono in essere comportamenti incompatibili con la volontà di sciogliere il vincolo matrimoniale, dai quali risulta anzi l’intento di ricostituire la comunione materiale e spirituale tra di loro. Questo è stato chiarito anche dalla Cassazione [7]: perché vi sia riconciliazione occorre che tra i due si instaurino relazioni reciproche tali da far ritenere superate le ragioni che avevano portato alla separazione.

A tal fine non basta la semplice convivenza. Quest’ultima, infatti, può essere dettata da ragioni di necessità, perché uno dei due non ha la disponibilità di un altro alloggio. Si pensi al caso di chi non ha denaro sufficiente per andare a vivere in affitto, ed ha presentato domanda per avere una casa popolare; in attesa di ottenerla, viene ospitato dal coniuge da cui si è separato, con cui mantiene rapporti di rispetto reciproco. Può anche essere che i due continuino a vivere sotto lo stesso tetto per abituare i figli alla nuova situazione in modo graduale.

Invece sono segnali della volontà di riprendere una vita insieme, in aggiunta alla convivenza, la ripresa regolare dei rapporti sessuali, il continuare a frequentare in coppia parenti e amici, il trascorrere le vacanze insieme (a meno che ciò non avvenga nell’interesse esclusivo dei figli).

Per riconciliarsi i coniugi non hanno bisogno di ricorrere a nessuna procedura o formalità; tuttavia, se vogliono, possono farlo espressamente con una dichiarazione all’Ufficiale di stato civile, oppure, se la separazione è ancora in corso in tribunale, facendolo mettere a verbale.

Se è avvenuta la riconciliazione, il termine di 6 o 12 mesi necessario per divorziare si interrompe: ciò significa che se marito e moglie decidono di divorziare, dovranno ripartire dalla separazione. Anche se la riappacificazione non è stata “formalizzata”, ed uno dei due chiede il divorzio, l’altro potrà opporsi dimostrando che vi è stata riconciliazione. Diverso è il caso se i due sono d’accordo nel voler divorziare, ricorrendo a una procedura consensuale: in tal caso potranno, di comune intesa, “far finta di nulla” ed avviare lo scioglimento del matrimonio. Naturalmente questa scappatoia sarà impossibile da praticare se vi è stata una riconciliazione formale, che risulta da un documento ufficiale.

Quanto dura il procedimento di divorzio?

Trascorso il necessario tempo dalla separazione, è possibile finalmente divorziare. Ma quanto dura il procedimento che porta allo scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale?

Dipende dalla procedura alla quale si ricorre. La legge prevede, per divorziare, procedure identiche a quelle stabilite per la separazione.

Se le parti sono d’accordo sui contenuti del divorzio, possono utilizzare una procedura consensuale (davanti al tribunale, al Comune oppure la negoziazione assistita). Precisamente:

  • se i due non hanno figli minori, incapaci o portatori di handicap, e se tra di loro non devono avvenire trasferimenti di beni, possono divorziare presso il Comune. Si tratta di una procedura semplice, rapida ed economica. Ognuna delle parti fa la dichiarazione di voler divorziare al sindaco o all’Ufficiale di stato civile, precisando l’entità di un eventuale assegno di mantenimento. Sono previsti due incontri: il primo per fare la dichiarazione e il secondo, a distanza di almeno 30 giorni, per confermarla. Subito dopo l’accordo tra le parti viene trasmesso agli uffici competenti per l’annotazione sull’atto di matrimonio;
  • se le parti sono d’accordo nel divorziare, ma non possono farlo in Comune per la presenza di figli o perché tra di loro deve avvenire un trasferimento di beni, possono ricorrere al divorzio consensuale in tribunale. Qui i tempi si allungano: occorre infatti preparare un ricorso congiunto da presentare in cancelleria, e attendere che il presidente del tribunale fissi la data dell’udienza. Tra il deposito del ricorso e quest’ultima possono trascorrere anche molti mesi: i tempi variano da un tribunale all’altro, secondo il numero dei giudici e il loro carico di lavoro. Dopo l’udienza, occorrerà attendere il deposito del decreto di omologazione, e anche in questo caso trascorre del tempo;
  • una soluzione più veloce è la negoziazione assistita, che avviene, come abbiamo visto, con l’assistenza di avvocati di fiducia dei coniugi. Qui i tempi sono decisamente più brevi, e dipendono dalla velocità con cui i legali predispongono la convenzione che dovrà essere trasmessa al Comune.

Le cose cambiano decisamente quando le parti hanno contrasti che devono essere risolti dal tribunale. In questo caso devono ricorrere al divorzio giudiziale, una causa i cui tempi possono essere molto lunghi, certamente anni.

Durante il periodo feriale si può divorziare?

La legge [8] prevede che, dall’1 al 31 agosto, le attività e i termini processuali rimangano sospesi. Questo significa che non si tengono udienze davanti ai giudici, e che nel calcolo dei termini si tiene conto del periodo di sospensione. Facciamo un esempio. Poniamo che un avvocato debba depositare un atto in tribunale entro 60 giorni dal 15 giugno. Per calcolare il termine si contano i giorni che vanno dal 16 giugno al 31 luglio, non si tiene conto del mese di agosto e si ricomincia il conteggio del 1° settembre. Il termine scadrà quindi il 14 settembre.

Anche i procedimenti di divorzio subiscono questa sospensione, di cui si deve tenere conto nel considerare il tempo necessario per divorziare.

Questo, però, vale se si è scelta una procedura che si svolge davanti al tribunale. Se il divorzio avviene presso il Comune, la sospensione nel periodo feriale non si applica, perché si tratta di un procedimento di carattere amministrativo e non giudiziario.

Quanto al caso della negoziazione assistita, il ministero della Giustizia, con una circolare [9], ha chiarito che anch’essa, non avendo natura processuale, non è soggetta alla sospensione.

Il termine di 6 o 12 mesi per divorziare non ha carattere processuale e non risente della sospensione. Dunque, se ad esempio Tizio e Caia si sono separati consensualmente e sono comparsi davanti al presidente del tribunale  il 15 febbraio, potranno proporre domanda di divorzio a decorrere dal 15 agosto. Ricorrendo al divorzio in Comune o alla negoziazione assistita potranno farlo subito; se invece decidono di rivolgersi al tribunale dovranno attendere il 1° settembre.

Ora hai tutte le notizie che ti servono su quanto tempo ci vuole per divorziare. Come sempre avviene, il buon senso è di grande aiuto: se l’obiettivo comune è quello di giungere allo scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale, magari per farsi un’altra vita, conviene “deporre le armi” e cercare un accordo, che consenta di ricorrere a una procedura di tipo consensuale, più semplice e veloce.


note

[1] Art. 158 cod. civ.

[2] Art. 706 e ss. c.p.c.

[3] L. n. 162/2014.

[4] L. n. 162/2014.

[5] Art. 3 n.1 e n.2 lettera a) L. n. 898/1970.

[6] Art. 3 n.2 lettera b) L. n. 898/1970.

[7] Cass. ord. n. 2630/2016.

[8] D.L. n. 132/2014-

[9] Circolare n. 2309 del 13 marzo 2015.

 

Tribunale Milano – Sezione IX civile – Decreto 19 gennaio 2016 (Pres. Servetti; Relatore Buffone; Pm – conforme – Cerrato)

IN FATTO

…, c.f. …, nato a .., in data …, residente in .. (Repubblica popolare Cinese), in .. .., .. .., e .., nata a .., in data .., residente in .. (MI), via … n. .., contraevano matrimonio civile in .. (MI), in data … 2003 (atto iscritto nei registri comunali di ….). Dall’unione non nascevano figli. Il Tribunale di Milano, con sentenza n. ../11 del 21 dicembre 2011, resa pubblica in data 22 dicembre 2011, pronunciava la separazione dei coniugi nella contumacia del … La sentenza passava in giudicato (v. certificato di Cancelleria del 2 maggio 2012). Con istanza del 29 luglio 2015, i coniugi richiedevano all’Ufficiale di Stato Civile del Comune di .., di prendere atto della loro volontà di procedere allo scioglimento del matrimonio, ai sensi dell’art. 12 d.l. 132 del 2014, convertito in l. 162/2014. Il .. agiva in persona del procuratore speciale, designato giusta procura consolare. L’Ufficiale dello Stato civile adito dichiarava di rifiutare di dare corso alla richiesta dei coniugi, poiché il marito non era personalmente presente alla lettura dell’atto consensuale, ai sensi dell’art. 12, comma III, l. 10 novembre 2014 n. 162. Con ricorso depositato in data 4 settembre 2015, .. (in persona del procuratore speciale) e .. impugnavano il provvedimento dell’ufficiale dello Stato Civile. Il Tribunale rilevava il difetto di rappresentanza di .., per essere inidonea la procura in atti del 2 aprile 2015. Entro il termine assegnato, .., in persona del proprio rappresentante designato, depositava nuova procura del 17 novembre 2015, rilasciata per il tramite del Consolato Generale d’Italia di .., intesa a munire l’Avv. .. del potere di impugnare il rifiuto dell’Ufficiale di Stato Civile per cui è causa.

IN DIRITTO

[1]. In via preliminare, va rilevato (come già avvenuto con il decreto interlocutorio del 24.9.2015) che il riferimento normativo coltivato dalle parti ricorrenti è erroneo: propongono ricorso ai sensi dell’art. 98 c.c. che, invero, riguarda l’atto di reazione a un determinato rifiuto dell’ufficiale dello Stato Civile quanto a dire quello opposto alla richiesta di pubblicazione del matrimonio. L’art. 12 della legge 162 del 2014 nulla prevede in merito al rifiuto dell’Ufficiale dello Stato Civile opposto alle dichiarazioni rese dai coniugi per perfezionare un accordo di separazione o divorzio. Ciò nondimeno, la facoltà di rifiutare atti del proprio ufficio è prevista, in via generale, dall’art. 7 del d.P.R. 396/2000 («nel caso in cui l’ufficiale dello stato civile rifiuti l’adempimento di un atto da chiunque richiesto, deve indicare per iscritto al richiedente i motivi del rifiuto»). Ricondotto il potere speso nel caso di specie alla norma su indicata, è agevole rinvenirne il regime giuridico impugnatorio, anch’esso generale: per quanto qui interessa, contro il rifiuto «dell’ufficiale dello Stato Civile di ricevere in tutto o in parte una dichiarazione» è dato ricorso al Tribunale ai sensi degli artt. 95 e 96 del già citato d.P.R. 396/2000; il Tribunale provvedere in Camera di Consiglio con decreto motivato, sentiti gli interessati e il Procuratore della Repubblica. Spettando al Tribunale il potere di qualificazione dell’atto di promozione del processo anche discostandosi dal nomen juris utilizzato dal ricorrente, nel caso di specie, la domanda viene, quindi, riqualificata come ricorso ex artt. 95, 96 d.P.R. 396 del 2000, rimedio esperibile avverso il rifiuto opposto dall’ufficiale dello Stato Civile a ricevere le dichiarazioni di cui all’art. 12 d.l. 132 del 2014.

[2]. Premessa la qualificazione dell’azione come ricorso (giurisdizionale) ex artt. 95, 96 d.P.R. 396 del 2000, il Collegio, nel merito, osserva quanto segue. Il d.l. 132 del 2014, convertito in legge con il provvedimento normativo n. 162 del 2014, ha, come noto, introdotto delle misure di degiurisdizionalizzazione e di semplificazione. Per quanto qui interessa, il saggio di legificazione in parola ha previsto, all’art. 12, la possibilità di perfezionare accordi di separazione consensuale o di

divorzio su domanda congiunta, innanzi all’ufficiale dello stato civile. Come si appura mediante lo sfoglio della relazione illustrativa all’originario progetto di legge, «si tratta di una modalità semplificata a disposizione dei coniugi che intendano consensualmente separarsi o porre fine al vincolo matrimoniale, apprestata dall’ordinamento per alcuni casi delimitati», nel rispetto dei quali, «potranno comparire innanzi all’ufficiale dello stato civile, senza difensore». La relazione in esame non prevede che la comparizione dei coniugi debba essere necessariamente “personale”. Nell’art. 12 del d.l. 132 del 2014, al comma II, è però espressamente previsto che l’Ufficiale dello Stato Civile riceva la dichiarazione di volontà «da ciascuna delle parti personalmente». Il quesito giuridico che sottopone l’istanza qui sub iudice è, quindi, il seguente: se sia o non ammessa, ai fini dell’art. 12 d.l. 132 del 2014, la procura speciale per perfezionare validamente, davanti all’ufficiale di Stato Civile, un accordo di separazione o divorzio. L’ufficiale resistente, nel caso di specie, ha espresso opinione contraria sostenendo che “la rappresentanza non sia ammessa” per questa particolare tipologia di atto. L’Ufficio di Procura ha reso il suo parere in data 7 ottobre 2015 ed ha espresso una opinione opposta: secondo il Pubblico Ministero, deve ritenersi ammissibile la rappresentanza a mezzo di procura speciale, anche nel procedimento ex art. 12 l. cit., come si desume dagli artt. 111 c.c. e art. 4 l. 898 del 1970.

La questione in esame non consta, allo stato, di precedenti. Le voci di Dottrina, d’altro canto, si sono pronunciate ora in una direzione interpretativa ora nell’altra. I dati normativi a disposizione, al fine di offrire una soluzione giuridica alla quaestio juris, sono scarni: giova ricordare come la formazione dell’unione matrimoniale sia, invero, ammissibile anche a mezzo di procura speciale, nel caso in cui uno dei nubendi risieda all’estero (art. 111, comma II, c.c.); per quanto qui interessa, soprattutto, la procedura giurisdizionale di disgregazione del vincolo matrimoniale ammette espressamente la rappresentanza (art. 4, l. 898 del 1970). Il dato letterale non è dirimente: infatti, l’utilizzo dell’avverbio “personalmente” compare anche nella procedura giurisdizionale (v. art. 4 comma IV, l. 898 del 1970) ma non preclude la rappresentanza a mezzo del procuratore speciale. Non essendo soddisfacente il dato letterale, è opportuno guardare, allora, alla ratio della legislazione di nuovo conio. Lo spirito della normativa è certamente quello di garantire procedure alternative al servizio pubblico di Giustizia, istituendo delle misure semplificate tese ad incrementare il tasso di degiurisdizionalizzazione: muovendo da questa finalità, possono essere rassegnate due conclusioni. La prima: le procedure “altre” devono munire gli utenti del servizio delle stesse possibilità di agire che verrebbero loro riconosciute mediante il modulo giurisdizionalizzato; altrimenti, non si assisterebbe a una misura “altra” uguale a quella orinaria bensì a un percorso alternativo diverso e di qualità inferiore. Peraltro, ciò avrebbe l’effetto di disincentivare il ricorso alle procedure semplificate piuttosto che favorirlo. La seconda: le procedure di degiurisdizionalizzazione devono distinguersi per la “semplificazione” e, coerentemente con gli scopi del d.l. 132 del 2014, devono dunque consentire un maggiore ricorso agli strumenti alternativi, piuttosto che irrigidirne l’accesso.

Sulla scorta dei due principi sin qui richiamati, deve ritenersi corretta l’opinione del Pubblico Ministero: dinanzi all’ufficiale di Stato Civile i coniugi – così come potrebbero munirsi di procura speciale davanti al Giudice – possono avvalersi della rappresentanza di un procuratore speciale e, in virtù della stessa, svolgere, in luogo del rappresentato, tutte le attività che questi dovrebbe porre in essere al cospetto dell’autorità amministrativa. Ne consegue che il ricorso è fondato.

PER QUESTI MOTIVI

Visti gli artt. 95, 96 d.P.R. 396 del 2000, 12 d.l. 132 del 2014,

ANNULLA il rifiuto dell’Ufficiale di Stato Civile del Comune di …, reso in data … luglio 2015, prot. n. … e conseguentemente ordina all’Ufficiale medesimo di dare corso al procedimento instaurato dai coniugi ex art. 12 d.l. 132 del 2014.

NULLA per le spese Decreto Esecutivo

SI COMUNICHI A CURA DELLA CANCELLERIA Milano, lì 14 dicembre 2015

IL PRESIDENTE


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