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Editoriali Il professionista non è perseguibile per reato di duplicazione software

Editoriali Pubblicato il 20 ottobre 2013

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> Editoriali Pubblicato il 20 ottobre 2013

Il libero professionista che detiene a scopo “commerciale o imprenditoriale” copie pirata di software sul proprio pc non commette violazione del copyright.

Ecco una sentenza [1] che farà parlare. E’ stato contestato ad un professionista (un geometra, per la precisione) l’uso di copie pirata di software installate sui computer del proprio studio. In particolare, il PM ha mosso contro di questi l’accusa per violazione dell’art. 171 bis della legge n.633/1941 sul diritto d’Autore.

Il primo comma di tale articolo dispone la punizione per chiunque:

a) duplichi abusivamente, per trarne profitto, programmi per elaboratore;

b) o, sempre al fine di trarne profitto, detenga a scopo commerciale o imprenditoriale programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla SIAE.

La norma prevede inoltre altre fattispecie punibili, che tuttavia qui non ci interessa considerare.

In prima battuta, e come era ovvio attendersi, l’accusa non è riuscita a provare la prima delle due ipotesi: la duplicazione abusiva ad opera del professionista. Infatti, a meno che il geometra fosse stato colto in fragrante nell’atto della falsificazione, sarebbe stato impossibile dimostrare che questi fosse anche l’autore materiale della duplicazione. Una cosa, infatti, è adoperarsi personalmente per creare una copia pirata, un’altra invece è acquisirla già realizzata da altri.

Per ottenere la condanna, dunque, all’accusa non restava che attaccare sul secondo punto: la detenzione del software a scopo commerciale o imprenditoriale.

E qui l’inghippo. Un professionista svolge davvero un’attività commerciale o imprenditoriale?

Il dubbio interpretativo è stato rimesso alla Corte di Cassazione [2] che, dopo una estesa motivazione, ha affermato  che il professionista non svolge attività commerciale in quanto il suo lavoro è basato prevalentemente su un’opera intellettuale e non materiale. Nel suo caso, l’elaboratore viene utilizzato come strumento per velocizzare la scrittura di calcoli che egli sarebbe invece in grado di fare autonomamente.

Pertanto, i giudici hanno escluso che la detenzione a scopo “commerciale o imprenditoriale” possa essere estesa anche all’attività del libero professionista.

Il responsabile legale antipirateria della Microsoft minimizza. “La decisione non apre una falla nel sistema della protezione dei software” – precisa il dirigente – “ma, nello stesso tempo, sottolinea la disparità di trattamento tra imprenditori e professionisti”. Come dire: Massima fiducia nelle Istituzioni, …ma che schifo!

note

[1] Sentenza n. 49385 del 22.12.2009.

[2] La Corte di Cassazione non è un giudice che può decidere il merito delle cause. Essa, al contrario, può solo stabilire come debba essere interpretata la legge; non potrà mai dire, in altre parole, chi ha ragione o chi ha torto, scendendo nel merito della vicenda. La decisione finale, infatti, spetta sempre al giudice di merito, Tribunale o Corte d’Appello, chiamata a pronunciarsi dopo il chiarimento della Cassazione.


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