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Sanzione al dipendente che mette il like sul post anti-azienda su Facebook

11 Maggio 2016
Sanzione al dipendente che mette il like sul post anti-azienda su Facebook

Facebook: il lavoratore non può inserirsi in un thread di commenti diffamatori nei confronti del datore di lavoro, né può mettere il “mi piace” sul post.

Il dipendente non può nuocere all’immagine dell’azienda, neanche mettendo un semplice like su un commento sprezzante postato da terzi su Facebook: a dirlo è il Tar Lombardia con una recente ordinanza [1]. Al lavoratore non è consentito screditare l’immagine del datore di lavoro, neanche se si tratta di una pubblica amministrazione; pertanto il semplice inserimento in un thread denigratorio su Facebook può essere causa di una sanzione disciplinare.

Nel caso di specie, i giudici amministrativi hanno confermato la sospensione dal lavoro e dalla paga nei confronti del dipendente di un’amministrazione penitenziaria, colpevole di aver messo il “mi piace” sul commento di un altro utente del social network; quest’ultimo aveva stigmatizzato l’operato della P.A. per l’ennesimo suicidio avvenuto, dietro le sbarre, da parte di un detenuto. Il fatto era vero, così come è vero che l’Italia ha subìto numerose condanne dalla Corte dei Diritti dell’Uomo per il trattamento inumano nelle carceri; tuttavia, il contesto denigratorio – anche alla luce dei commenti riprovevoli postati dagli altri utenti intervenuti nella discussione – e il fatto che il like provenisse proprio da un dipendente che, invece, dovrebbe scendere in difesa del proprio datore, ha determinato quell’imbarazzo tale da giustificare il provvedimento sospensivo nei suoi confronti.

Il provvedimento rimarca ancora una volta quell’obbligo di fedeltà che si deve necessariamente instaurare tra lavoratore e azienda o pubblica amministrazione datrice di lavoro. In questo, il diritto di critica è estremamente limitato, se non addirittura azzerato. E ciò vale a maggior ragione su Facebook, dove la velocità delle opinioni fa il giro del mondo in poche ore. Non è la prima volta, del resto, che la giurisprudenza sanziona il comportamento poco ortodosso del dipendente che, nel manifestare il proprio disaccordo con le scelte aziendali, lo fa scegliendo la strada della “pubblicità” sui social network (tra tutti, l’ordinanza del Tribunale di Milano dell’agosto scorso). E, ovviamente, anche i giudici devono tenere conto del linguaggio dei nuovi media: se anche cliccare su “like” può significare una consapevole ed esplicita adesione al commento diffamatorio, tale condotta non può restare impunita.


note

[1] Tar Lombardia ord. n. 246/2016.

Autore immagine: Pixabay.com


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