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Google salva: i suggerimenti non sono diffamazione

9 maggio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 maggio 2012



Questa volta, il tribunale ha assolto Google: è del tutto lecito il servizio “Autocomplete” (o anche detto “Google Suggest”), cioè il sistema che consente il completamento automatico delle ricerche, associando e suggerendo ai navigatori eventuali accostamenti tra parole per agevolare le ricerche.

Il fatto che, all’atto della digitazione del proprio nome sul campo della ricerca, Google avesse accostato automaticamente parole come “indagato” o “arrestato” era suonato, al malcapitato di turno, come diffamatorio. E perciò aveva chiesto al motore di ricerca l’eliminazione dell’associazione e il risarcimento danni.

La stessa cosa era avvenuta tempo fa quando un imprenditore, al cui nome Big-G aveva automaticamente allineato le parole “truffa” e “truffatore”, aveva vinto la causa davanti al Tribunale di Milano.

Affermò il giudice, in quella occasione, che chiunque si valga di qualsiasi strumento tecnico, ne subisce anche le conseguenze imprevedibili e dannose determinatesi a discapito dei terzi. Tali conseguenze sarebbero imputabili all’imprenditore, che ne deve rispondere a titolo di responsabilità extracontrattuale. https://www.laleggepertutti.it/513_google-suggest-e-la-diffamazione-complotto-della-magistratura

Una sentenza inaccettabile, perché pretendeva di imputare ad un Internet Service Provider una responsabilità oggettiva che invece la direttiva comunitaria sul commercio elettronico esclude espressamente.

Questa volta, però, il giudice di turno [1] si è visto bene dal commettere errori di questo tipo. Ed ha assolto Google dall’accusa di diffamazione prospettata dall’accusa.

Il servizio “Autocomplete” – argomenta il magistrato – è infatti il risultato di un algoritmo matematico, che non fa altro che suggerire le combinazioni di parole più frequentemente digitate dagli utenti. In altre parole, Google si limita a prendere atto che un gran numero di netizen ha combinato tra loro alcune parole (per es. “Coca” e “Cola”), così le richiama in automatico per le successive ricerche. L’abbinamento dei termini attraverso il sistema di completamento automatico non è dunque una deliberata scelta del motore di ricerca, ma solo la conseguenza di un comportamento generalizzato e ripetuto degli utenti, che hanno evidentemente digitato, con particolare frequenza, una combinazione di parole chiave.

E poiché Google è un fornitore di servizi, con un ruolo neutrale (secondo quanto stabilito dall’art. 15 della direttiva U.E. 2000/31), non può rispondere delle condotte illecite poste dagli utenti sul web https://www.laleggepertutti.it/2844_la-rete-rimane-neutrale-nella-lotta-contro-la-pirateria

[2].

Peraltro, l’algoritmo si limita a calcolare le “richieste” degli utenti e le richieste – sottolinea il tribunale –vanno considerate come “domande”, non certo come “affermazioni”. Come dire che, a tutto voler concedere, potrebbe essere diffamatoria solo la condotta di chi dichiari “Tizio è un mafioso!” e non già quella di chi chieda “Google, sai dirmi se Tizio è un mafioso?”.

Alla fine dei conti, ciascun utente è libero di scrivere gli estremi di ricerca che più gli aggradano e fare i più disparati accostamenti. È una libertà di espressione che, non ledendo nessuno, è tutelata dalla nostra Costituzione. Se il comportamento del singolo è lecito, non può non considerarsi lecito lo stesso comportamento quando compiuto da migliaia di utenti.

Peraltro, bisogna ricordare che la diffamazione – condotta, nel caso in esame contestata a Google – si realizza quando qualcuno, “comunicando con più persone”, offende l’altrui reputazione. Il servizio di autocompletamento, invece, suggerisce “in privato”, ossia solo all’utente che, di volta in volta, digita le parole chiave.

note

[1] Gianni Reynaud, del Tribunale di Pinerolo.

[2] La legge di recepimento della direttiva 2000/31 è il D.lgs. 79/2003, in base al quale l’ISP non è responsabile sempreché non intervenga a modificare l’informazione trasmessa o ospitata.

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