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Lavoro e internet: vietato spiare i dipendenti

9 maggio 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 maggio 2014



È vietato sorvegliare il dipendente in ufficio monitorando il traffico non autorizzato su internet: la legge prevede tuttavia delle eccezioni al divieto.

Il datore di lavoro non può controllare la navigazione internet dei dipendenti attraverso il monitoraggio del computer dell’ufficio.

La legge [1] vieta, infatti, il controllo effettuato tramite apparecchiature audiovisive o di altro tipo e finalizzato a verificare che i dipendenti svolgano correttamente le mansioni assegnate.

L’eventuale installazione di apparecchiature di controllo (per esempio strumenti informatici centralizzati per controllare gli accessi a internet dei dipendenti) può avvenire solo quando vi sono esigenze aziendali di carattere produttivo, organizzativo o per la sicurezza del lavoro e sempre previo accordo con le rappresentanze sindacali (o, in mancanza di queste, con la commissione interna).

Tali regole sono poste a difesa della privacy dei dipendenti, i quali hanno il  diritto di mantenere riservati i loro dati personali e i contenuti della navigazione internet.

Sebbene sia giusto rispettare il diritto alla riservatezza dei lavoratori, occorre anche considerare le esigenze del datore di lavoro, il quale ha ovviamente interesse a che i dipendenti facciano un uso adeguato di internet e del computer aziendale durante l’orario di lavoro.

Come conciliare allora i diritti dei dipendenti con quelli del datore di lavoro? Se il datore non può controllare il computer dei dipendenti come fa ad accertarsi di eventuali illeciti disciplinari da questi commessi?

La legge, come si è visto più sopra, ammette la possibilità che il datore di lavoro installi delle apparecchiature di controllo del computer usato dal dipendente, ma a due condizioni:

a) devono esserci serie ragioni organizzative, produttive o di sicurezza: per esempio, il datore di lavoro che abbia il fondato sospetto che qualcuno abbia fatto un cattivo utilizzo dell’archivio informatico aziendale che doveva rimanere segreto, può installare sui computer dell’ufficio degli strumenti di monitoraggio delle mail inviate dai dipendenti [2]. 

Le esigenze di sicurezza devono però  essere effettive: per esempio, il datore è legittimato a controllare i computer qualora in passato siano già accaduti episodi di furto di dati aziendali o di diffusione di informazioni segrete da parte di alcuni lavoratori ecc. Un altro esempio: il datore potrebbe essere legittimato a controllare gli accessi internet del dipendente fannullone qualora lo abbia colto già in più occasioni mentre giocava on line invece di lavorare.

b) in ogni caso, l’istallazione delle apparecchiature di controllo deve essere autorizzata dalle rappresentanze sindacali o, in loro assenza, dalla commissione interna e i dipendenti devono essere informati del fatto che l’accesso a internet potrebbe essere monitorato [3]. La trasparenza in questi termini è essenziale per evitare lesioni della privacy e della dignità dei lavoratori.

Se all’esito del controllo, effettuato alle condizioni appena viste, il datore scopre che il dipendente usa il pc dell’ufficio per fini personali o estranei all’attività lavorativa oppure addirittura viola le regole sull’utilizzo dei file riservati dell’azienda, può irrogargli una sanzione disciplinare. Quest’ultima può anche consistere nel licenziamento quando la violazione accertata sia tale da compromettere la fiducia posta alla base del rapporto di lavoro.

In ogni caso i dati personali del dipendente reperiti durante i legittimi controlli del pc e della navigazione internet devono restare riservati  e non possono essere diffusi dal datore di lavoro.

Questi, inoltre, quando addebita al dipendente l’uso scorretto del pc aziendale, deve limitarsi a contestare gli accessi a siti internet estranei all’attività lavorativa e  il tempo di permanenza, ma non può indagare sul contenuto dei siti stessi [4].

La navigazione internet può infatti svelare gli orientamenti politici ,religiosi e sessuali dei dipendenti, come pure lo stato di salute; tutti dati sensibili che non possono esser violati da indagini troppo invasive. L’esigenza di sorveglianza e sicurezza aziendale non deve allora spingersi oltre il necessario e non ledere la privacy altrui.

Dunque, è necessario bilanciare le esigenze aziendali con la privacy dei lavoratori: questi ultimi non possono essere controllati incondizionatamente mentre navigano su internet ma non possono neppure avere la libertà di utilizzare a loro piacimento e per fini personali il computer e la rete dell’ufficio.

note

[1] Art. 4, c. 1 e 2 dello Statuto dei lavoratori (l. 300/1970): “È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti”.

[2] Cass. sent. n. 2722/2012.

[3] Garante della Privacy, provvedimento del 18 ottobre 2012.

[4] Garante della Privacy, provvedimento del 2 febbraio 2006.

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