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Si può pagare lo stipendio in contanti?

21 Novembre 2018


Si può pagare lo stipendio in contanti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Novembre 2018



Ho dei debiti e temo che il creditore possa pignorare il conto corrente: se ne faccio richiesta all’azienda dove lavoro, può il datore pagarmi lo stipendio in contanti, anziché accreditarlo sul conto?     

La legge vieta i trasferimenti di denaro contante solo per somme superiori a tremila euro; per quanto riguarda il pagamento delle retribuzioni, però, dal 1° luglio 2018 lo stipendio può essere pagato soltanto con modalità tracciabili. Pertanto, anche se lo stipendio non supera la soglia dei 3mila euro, il lavoratore non può chiedere al proprio datore che gli paghi la mensilità con denaro cash anziché con accredito sul conto corrente. Il datore di lavoro, difatti, se paga lo stipendio in contanti può essere assoggettato a severe sanzioni, sino a 5mila euro.

Tuttavia, possono essere pagate in contanti, in base a una recente circolare dell’Ispettorato nazionale del lavoro [1], tutte le competenze non facenti parte della retribuzione, ad esempio i rimborsi spese. Il datore di lavoro potrebbe comunque non acconsentire a pagare in contanti le somme non facenti parte della retribuzione.

È bene infatti sapere che la legge addebiti al datore di lavoro la dimostrazione dell’avvenuto pagamento dello stipendio e delle competenze non facenti parte della retribuzione, in presenza di una contestazione da parte del lavoratore. In pratica, se il dipendente sostiene di non aver mai ricevuto la retribuzione o ulteriori competenze dovute, aventi natura non retributiva, relative a una o più mensilità, l’azienda deve fornire la prova contraria. Ebbene, a riguardo, il semplice fatto che il lavoratore, dopo aver ricevuto il denaro contante, firmi il cedolino paga non è una prova dell’adempimento. Questo perché non è raro che, nella pratica, il datore di lavoro imponga al dipendente di accettare un importo inferiore a quello dichiarato sulle buste paga, anche per quanto riguarda le competenze non facenti parte dello stipendio, come i rimborsi.

A riguardo, la Cassazione ha espressamente detto che la consegna della busta paga, anche se è accompagnata dalla sottoscrizione del dipendente “per ricevuta“, non è sufficiente di per sé a dimostrare l’avvenuto pagamento della retribuzione, ma concorre, insieme ad altri elementi, a fornire una presunzione dell’avvenuta estinzione dell’obbligazione retributiva [2]. La giurisprudenza di legittimità ritiene che non esista una presunzione assoluta di corrispondenza delle competenze ricevute dal lavoratore rispetto a quelle risultanti dai prospetti di paga, per cui è sempre possibile l’accertamento della insussistenza del carattere di quietanza, anche delle sottoscrizioni eventualmente apposte dal lavoratore sulle buste paga.

Quanto affermato dalla Cassazione deve comunque essere rapportato alla nuova normativa che, come abbiamo appena osservato, vieta il pagamento dello stipendio in contanti, ma non vieta di pagare in contanti le competenze non facenti parte della retribuzione del lavoratore.

Insomma, posto che il datore di lavoro non può pagare la retribuzione in contanti, potrebbe preferire anche il pagamento degli emolumenti non retributivi sul conto, sia per evitare i rischi di trasferimento di denaro (specie nelle aziende di grandi dimensioni), sia per avere la prova certa dell’avvenuto pagamento di quanto dovuto (la tracciabilità del denaro, da conto a conto, consente di superare, infatti, qualsiasi contestazione).

È vero: la legge stabilisce che la retribuzione sia versata con moneta (avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento), ma nell’uso comune la corresponsione della retribuzione mediante accredito bancario o assegno è ormai divenuta in linea con le nuove modalità di pagamenti tracciabili.

A favore del lavoratore che desidera essere pagato in contanti, in passato, si è espressa una volta la Cassazione [3], la quale ha detto che il pagamento tramite accredito sul conto corrente può avvenire solo se vi sia il consenso del lavoratore (il che significa che la modalità ordinaria è quella in contanti). Chiaramente, questa pronuncia è stata superata dalla nuova normativa che prevede il pagamento della retribuzione esclusivamente con mezzi tracciabili.

Ma con quali modalità si può pagare, adesso, la retribuzione?

Come si può pagare lo stipendio?

Dal 1° luglio 2018 le retribuzioni dei lavoratori subordinati e dei collaboratori possono essere corrisposte con le seguenti modalità:

  • bonifico su conto identificato da codice Iban indicato dal lavoratore;
  • strumenti di pagamento elettronico;
  • contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
  • emissione di assegno (bancario o circolare) consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato.

È fondamentale conservare la ricevuta delle operazioni, per provare di aver adempiuto correttamente ai nuovi obblighi.

In ogni caso, qualora l’azienda opti per il pagamento con accredito bancario, è necessario che le somme vengano accreditate al lavoratore con valuta non posteriore all’ultimo giorno utile per il versamento della retribuzione spettante.

Come evitare il pignoramento delle somme?

Una via di mezzo, che consente al datore di mantenere la prova dell’avvenuto pagamento e di rispettare i nuovi obblighi, e al dipendente di non far transitare le somme sul proprio conto corrente, è il pagamento con assegno. In tal caso, il dipendente, presentando il titolo allo sportello della banca, potrà chiedere che gli venga cambiato con denaro in contanti.

In tal caso, il momento da considerare è quello in cui il lavoratore presenta l’assegno e la banca gli corrisponde l’equivalente somma in contanti. Pertanto è necessario che l’assegno sia dato al lavoratore in un momento tale che gli permetta di potersi recare alla banca per l’incasso entro il termine previsto per il pagamento della retribuzione [4].

note

[1] INL Circ. n.4/2018.

[2] Cass. sent. n. 14411/2011 e n. 24186/2008.

[3] Cass. sent. n. 3427/1998.

[4] Pret. Lodi sent. del 31.01.1983.


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