Diritto e Fisco | Editoriale

Diritti d’autore sulla carta: il Governo si piega ai titolari del copyright

17 maggio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 maggio 2012



Non è impedendo la visualizzazione on line di una rassegna stampa che si può riportare in vita l’editoria classica.

Secondo quanto riportato da “Il Fatto Quotidiano” e da altri blog, sembra che la Federazione italiana Editori Giornali (Fieg) abbia imposto a Governo, Parlamento, Ministeri e a tutte le pubbliche amministrazioni di togliere, ciascuno dal proprio sito, la rassegna stampa pubblicata quotidianamente attraverso l’online e visibile a tutti i cittadini.

Obbedisco”, ha risposto – primo tra tutti – il Ministero dell’Economia. E così via via gli altri.

Il che la dice lunga sullo stato della libertà di informazione nel nostro Paese. A comandare, dunque, non è la legge o le istituzioni, pieghevoli alle richieste (se ben “motivate”) di un manipolo di lobbysti (in questo caso capitanati da Giulio Anselmi, attualmente alla guida della Fieg e già presidente dell’Ansa e direttore de La Stampa).

La contestazione è partita lo scorso 16 marzo, quando una lettera della Fieg, Uspi, Anes, Mediacoop e Fisc è stata indirizzata a tutti “i responsabili dei siti web delle pubbliche amministrazioni”, al fine di ottenere la sospensione “nella modalità liberamente accessibile al pubblico, della pubblicazione in internet di articoli e/o dispacci di giornali e agenzie rappresentate della scriventi associazioni editoriali”. La motivazione è paralizzante: così facendo, infatti, le pagine della rassegna “diventano un vero e proprio sito di informazione digitale, autonomo e concorrente rispetto alle sue stesse fonti”. Informazione che, evidentemente, non interessa a nessuno, atteso che gli editori italiani ricevono i contributi statali a condizione che vendano almeno il 30/35% (a seconda che si tratti di testate nazionali o locali) delle copie distribuite. In altre parole: il fatto commerciale della vendita interessa ben poco ai giornali, che quindi stampano molto più di quanto riescono a incassare. Il 70% dei quotidiani, così come stampati, vengono automaticamente portati al macero.

Una vecchia storia che Keynes aveva già illustrato nel suo esempio delle buche. L’economista diceva che, in periodo di crisi, lo Stato dovrebbe pagare i lavoratori disoccupati per scavare una gigantesca buca e poi riempirla. In questo modo, i lavoratori avrebbero un salario e potrebbero spendere; inoltre, attorno alla buca si creerebbero negozi ed osterie e l’economia potrebbe così risollevarsi. Una teoria che poi dimostrò tutta la sua infondatezza, perché non teneva conto che ogni lavoro, perché porti ricchezza, deve anche produrre qualcosa.

Paradossale che, nell’epoca dell’informazione multimediale – dove giornali con tradizioni storiche come Il Manifesto siano costretti a chiudere – credano di poter sopravvivere alla concorrenza spietata e ineliminabile del web, solo impedendo a qualche titolo di uscire fuori dal cartaceo.

Non è così che si salva l’informazione, non è questo che cerca la rete. Al contrario, ciò non fa che alimentare l’odio verso i detentori del copyright, ingrossando le fila di quell’esercito che sta minando il sistema del “supporto fisico”.

Non è impedendo la visualizzazione di una rassegna stampa che si può riportare in vita l’editoria classica. Il cittadino ha, in qualsiasi momento, una fonte alternativa più economica, indipendente, pluralistica e aggiornata (in tempo reale) rispetto alla carta tradizionale verso cui scappare. Questa fonte è internet.

L’art. 70 della legge sul diritto d’autore lascerebbe lo spazio, se solo si volesse, a una libera utilizzazione delle rassegne stampa (almeno in forma riassunta) se per uso di critica o di discussione.

Servono nuove regole. Ma, prima di tutto, bisogna davvero volerle.

Quante testate dovranno ancora fallire, insieme al giornale fondato dallo storico Partito Comunista, per comprendere che questa riforma è necessaria?

 


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