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Tfr: cos’è, quando e come spetta

26 Ott 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Ott 2018



Il Tfr, acronimo di trattamento di fine rapporto, è una porzione di retribuzione che viene periodicamente accantonata dal datore di lavoro e corrisposta al lavoratore dipendente nel momento in cui il rapporto di lavoro cessa per qualsiasi motivo. Si può scegliere di mantenere il Tfr in azienda o di versarlo in un fondo pensione. Da luglio 2018 non è più possibile, invece, ottenere in busta paga, insieme alla retribuzione, una quota del trattamento di fine rapporto maturata mensilmente.

Chiamato comunemente “buona uscita”, il Trattamento di fine rapporto (o meglio TFR) è una indennità che viene erogata all’atto del licenziamento, delle dimissioni o alla risoluzione volontaria del rapporto di lavoro. Si tratta di una somma che il datore di lavoro ha accantonato mese per mese, su un apposito fondo aziendale, calcolata sulla base dello stipendio percepito dal dipendente. Se vuoi saperne di più e comprendere cos’è il Tfr, quando e come spetta non hai che da leggere le seguenti righe. Ti spiegheremo tutto ciò che bisogna conoscere sul trattamento di fine rapporto e sui suoi benefici.

Cos’è il TFR?

Il trattamento di fine rapporto (di seguito Tfr) garantisce al lavoratore un importo (cosiddetto liquidazione o buonuscita), accantonato dal datore di lavoro, commisurato alla sua retribuzione e corrisposto al momento di cessazione del rapporto di lavoro, per licenziamento, o dimissioni, o raggiungimento dell’età pensionabile o qualsiasi altra causa di interruzione definitiva. Si tratta, in sostanza, di una retribuzione differita nel tempo, posticipata nel momento della percezione, ma incrementata ed anche rivalutata, secondo l’indice Istat, per ogni anno di lavoro, cui hanno diritto tutti i lavoratori subordinati. 

Il lavoratore, inoltre, può chiedere al datore di lavoro di accantonare il Tfr in un fondo di previdenza complementare, sfruttandone tutte le caratteristiche e i vantaggi, dalla deducibilità fiscale dei contributi versati alla possibilità di garantirsi una forma di pensione integrativa. Si ricorda che la previdenza complementare è una forma di previdenza che si aggiunge a quella obbligatoria, ma non la sostituisce. E’ fondata su un sistema di finanziamento a capitalizzazione che consiste nella creazione, per ogni iscritto, di un conto individuale cui affluiscono i versamenti contributivi, investiti nel mercato finanziario. All’iscritto, al momento del pensionamento, verrà liquidata, a sua scelta, una rendita periodica o vitalizia, oppure l’intero capitale in unica soluzione.

Se l’avente diritto muore in costanza di rapporto di lavoro, il Tfr maturato sino a quel momento spetterà al coniuge, ai figli, e, se vivevano a carico del lavoratore, ai parenti entro il terzo grado ed agli affini entro il secondo; in assenza di costoro, esso sarà devoluto agli eredi testamentari o, in mancanza, agli eredi legittimi.

Il diritto al Tfr si prescrive dopo cinque anni dal momento in cui è sorto, e dunque dalla cessazione del rapporto di lavoro. Per interrompere il decorso della prescrizione basterà un atto scritto e ritualmente notificato che manifesti l’intenzione di avvalersi del diritto alla sua riscossione.

Tfr: come si calcola?

Il Tfr è determinato sull’ammontare delle retribuzioni percepite per ogni anno di lavoro; il totale è diviso per 13,5. In caso di prestazione di durata inferiore all’anno, l’ importo deve essere riproporzionato ai mesi di lavoro effettivamente svolto, considerando come mese intero ogni frazione superiore a 15 giorni.

L’importo del Tfr è alimentato, per ogni anno di lavoro o frazione di anno, dall’accantonamento, operato dal datore di lavoro, di una quota pari al 6,91% della retribuzione annua e delle sue rivalutazioni. Il Tfr è, infatti, rivalutato al 31 dicembre di ogni anno, con l’applicazione di una percentuale dell’1,5 % in misura fissa, e del 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi, calcolato dall’ISTAT.

Alla formazione del Tfr concorrono pertanto diversi elementi, dallo stipendio base ad altri compensi ed indennità che, in linea generale, costituiscono la remunerazione prevista per le prestazioni di lavoro dipendente. Ad esempio, rientrano nel calcolo del Tfr gli scatti di anzianità, le indennità corrisposte a vario titolo purchè stabili (maggiorazione turni, maneggio di denaro, sede disagiata, ecc.)  ed anche i valori convenzionali di vitto ed alloggio, se dovuti, a meno che essi non costituiscano rimborso spese.

Tfr: quando è possibile anticiparlo?

Normalmente, il Tfr viene percepito al momento della cessazione del rapporto di lavoro [1], ma è possibile, per il lavoratore che ha maturato almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, chiedere una sua anticipazione, in misura non superiore al 70% dell’importo maturato alla data di formulazione della richiesta, ossia all’importo del Tfr cui egli avrebbe diritto in caso di cessazione del rapporto di lavoro in quel momento.

Tale richiesta – che potrà essere formulata solo una volta nel corso del rapporto di lavoro, salvo contratti collettivi più favorevoli o accordi individuali tra lavoratore e datore –  dovrà essere giustificata da particolari esigenze, essenzialmente correlate a spese da sostenere per prestazioni sanitarie relative ad interventi straordinari o a terapie riconosciute dalle strutture pubbliche, oppure per l’acquisto della casa di abitazione propria o per i figli; tali spese dovranno essere comprovate (ad esempio, con ricevute fiscali o fatture relative a spese mediche, con il rogito notarile oppure con il contratto preliminare di compravendita per l’acquisto di immobili, ecc.).

Un’ulteriore possibilità di ottenere l’anticipazione del Tfr è data dalla fruizione di congedo parentale per maternità (o paternità), in modo da garantire alla famiglia il necessario sostegno economico [2].

Tuttavia anche se tali esigenze che legittimano la richiesta di anticipazione sono esistenti e comprovate, esse non danno un diritto automatico ad ottenere l’anticipazione del Tfr, poichè la normativa dispone che le richieste siano soddisfatte entro il limite del solo 10% degli aventi titolo, ed inoltre del 4% del numero totale dei dipendenti. Questo “sbarramento” costituisce una sorta di tutela per le casse dei datori di lavoro da un eccessivo numero di concomitanti richieste improvvise che potrebbero mettere in difficoltà i bilanci aziendali. Comunque, i contratti collettivi nazionali di lavoro possono stabilire condizioni migliori e più favorevoli per l’accoglimento delle richieste di anticipazione.

C’è, poi, la possibilità che il datore di lavoro consenta ad un patto individuale con il lavoratore e dunque acconsenta ad erogargli l’anticipazione anche se non rientra nei requisiti previsti, ed anche più di una volta nel corso del rapporto di lavoro, anzichè una volta soltanto come prevede la normativa generale; in questo modo sarà possibile, ad esempio, ottenere un’anticipazione per spese mediche, ed una successiva per l’acquisto dell’abitazione.

In caso di divorzio, all’ex-coniuge spetterà una quota del Tfr maturato; stesso discorso per le anticipazioni in busta paga chieste in costanza di rapporto di lavoro, se ricevute dopo l’instaurazione del giudizio (in caso contrario si dovrà dimostrare di aver ricevuto gli importi in un momento precedente alla causa di divorzio, oppure durante la convivenza matrimoniale o nel corso della separazione) [3].

Tfr: come viene tassato?

Il Tfr è soggetto a tassazione separata, cioè beneficia di quel regime fiscale più favorevole della normale tassazione, che si applica a tutti i redditi formatisi in un periodo piuttosto lungo e che vengono, però, percepiti dal soggetto tutti insieme in un secondo momento, quindi in un unico periodo di imposta, che può non coincidere con la loro produzione.

È il caso del Tfr, trattandosi di reddito formatosi in un periodo pluriennale e che, pertanto, per evitare distorsioni e pesanti imposizioni fiscali non deve cumularsi ai redditi normali percepiti nell’anno in cui viene concretamente riscosso; per questo motivo, non deve neppure essere esposto in dichiarazione dei redditi, salvo che il contribuente intenda esercitare l’opzione per la tassazione ordinaria.

Il calcolo dell’ imposta dovuta sul Tfr è alquanto complesso e tiene conto di diversi fattori, quali il periodo di maturazione delle quote (c’è uno spartiacque tra gli accantonamenti anteriori all’1.1.2001 o posteriori a tale data: per questi ultimi viene tassato solo il capitale e non anche le rivalutazioni annuali), la determinazione di un reddito annuale di riferimento (in base al numero di anni di lavoro), e l’aliquota media da applicare a tale reddito (l’aliquota media è quella che il lavoratore ha subito nei 5 anni precedenti ai fini della tassazione IRPEF).

Si tratta, in generale, di conteggi demandati a professionisti del settore amministrativo (commercialisti, consulenti del lavoro, ecc.), soprattutto in considerazione del fatto che l’imposta sul Tfr viene già trattenuta alla fonte, a cura del datore di lavoro che agisce quale sostituto d’imposta, e viene poi riliquidata dagli Uffici finanziari, entro il terzo anno successivo alla presentazione del modello 770 da parte del datore di lavoro.

Sono previste particolari riduzioni d’imposta per i Tfr che hanno un reddito di riferimento annuo non superiore a 30.000 euro: la riduzione massima, e il conseguente risparmio d’imposta, è di 70 euro per i redditi inferiori a 7.500 euro (non sono riscossi o rimborsati importi inferiori a € 100 di differenza d’imposta).

Tfr in busta paga: una breve esperienza ora conclusa

Dal 3 aprile 2015 e fino al 30 giugno 2018 è stato possibile per i lavoratori richiedere mensilmente in busta paga la quota maturanda del Tfr, con un istituto transitorio sperimentale chiamato Quir (Quota integrativa della retribuzione) che però non è stato prorogato dal legislatore, sicchè a partire dal 1 luglio 2018 non è più possibile esercitare tale opzione, che peraltro non aveva ottenuto grande successo.

Infatti, la Legge di Stabilità 2015 [4] aveva previsto la possibilità per i lavoratori dipendenti del settore privato di ottenere in busta paga, quindi mensilmente, un anticipo del Tfr, così in pratica consentendo di ricevere la quota di tfr maturata unitamente alla retribuzione in busta paga mensile. Si trattava, evidentemente, di una valutazione di carattere personale, con calcoli da fare individualmente, tenendo conto dell’esigenza di avere un importo immediatamente disponibile (in sostanza, uno stipendio più alto), in sostituzione di un accantonamento altrimenti lasciato in azienda o destinato ad un fondo di previdenza complementare. Per questo la scelta di farsi o meno anticipare la quota di liquidazione spettava unicamente al lavoratore, e il datore non poteva intervenire.

Ai fini della decisione andava tenuto in considerazione che il Tfr in busta paga è tassato secondo l’ordinaria tassazione Irpef, quindi con un prelievo più pesante di quello previsto per il Tfr ordinario, che va a tassazione separata e su cui, dunque, si applica la media delle aliquote degli ultimi anni di lavoro; in sostanza, l’incremento della tassazione del Tfr in  busta paga è tanto maggiore quanto più alto è il reddito del lavoratore percipiente, e quindi la possibilità è sconveniente per i lavoratori con redditi medio-alti.

E’ stato proprio questo uno dei principali motivi di insuccesso di tale possibilità, che infatti non è stata prorogata dal legislatore ed al momento non è più possibile esercitarla, e neppure mantenerla per chi ne avesse usufruito nel periodo precedente, essendo terminata definitivamente al 30 giugno 2018.

Cosa fare se l’azienda non eroga il Tfr?

Se il datore di lavoro va in fallimento, o risulta comunque inadempiente al pagamento del Tfr, interverrà l’INPS per garantire al lavoratore il pagamento della somma dovuta. L’INPS finanzia questa destinazione prevedendo una ritenuta dello 0,5% su tutti i Tfr erogati, e queste somme alimentano un fondo di copertura con il quale l’Ente potrà assicurare che i lavoratori ricevano comunque la liquidazione nei casi di fallimento o di inadempienza del datore di lavoro.

Va ricordato che il datore di lavoro deve periodicamente accantonare, e riportare in bilancio, le quote corrispondenti alle somme necessarie per i Tfr dei lavoratori dipendenti maturati nel periodo, ma nella sostanza questa operazione contabile consiste in un costo figurato, e non corrisponde ad un effettivo accantonamento monetario delle somme. Spesso, anzi, le imprese utilizzano questi ammontari per autofinanziarsi, cioè destinano le somme dei Tfr lasciati in azienda per sostenere le spese necessarie al suo normale funzionamento ed alla sua crescita, rinviando la loro effettiva erogazione al lavoratore al momento in cui questi cesserà il rapporto, oppure chiederà ed otterrà l’anticipazione. In ogni caso, gli accantonamenti debbono risultare espressamente dalle corrispondenti voci di bilancio, in modo che si possa sempre constatarne l’ammontare.

note

[1] Art. 2120 Cod. civ.

[2] Art. 5 del D.Lgs. 26.03.2001, n. 151.

[3] Cass., ord. n. 7239 del 22.03.2018 e ord. n. 24184 del 26.11.2015.

[4] Legge 23 dicembre 2014, n.190, art. 1, commi da 26 a 35.

Autore immagine: 123rf com


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