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Se fallisco posso lavorare? E posso aprire una nuova impresa?

24 Agosto 2016


Se fallisco posso lavorare? E posso aprire una nuova impresa?

> Business Pubblicato il 24 Agosto 2016



Quando un imprenditore è dichiarato fallito può ricominciare a lavorare? E quali sono le conseguenze del fallimento sulla nuova attività? Ecco tutti i dettagli.

Una delle domande che ci fanno più spesso è: se fallisco posso lavorare? E posso aprire una nuova impresa? La risposta è “sì” e in questo articolo vediamo quali sono le condizioni.

Ma la domanda viene posta spesso perchè costituisce il frutto di un approccio deterministico che vede il fallimento spesso come il termine della propria vita professionale. Un approccio radicalmente differente da quello utilizzato in Paesi in cui il mercato è molto meno regolamentato e la burocrazia più snella, Paesi in cui fallire è il presupposto per ottenere risultati di successo nei tentativi successivi.

Se vogliamo richiamare una delle tante frasi storiche al riguardo, possiamo scomodare Beckett, il drammaturgo dell’assurdo cui è attribuito l’aforisma “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio“.

Vediamo allora cosa accade ad un imprenditore dichiarato fallito, quali possibilità ha per rilanciarsi e come si può ripartire.

Partiamo da una definizione del fallimento.

Cos’è il fallimento: una definizione semplificata

Il fallimento è uno stato di insolvenza, ovvero lo stato in cui si trovi l’imprenditore che non riesce a soddisfare i debiti contratti  (ma non solo l’imprenditore, si legga Ristrutturazione del debito per chi non può fallire; e anche Chi può fallire: presupposti per la dichiarazione di fallimento e infine Fallimento del consumatore: estingui i debiti in pochi passi).

Semplifichiamo restringendo il campo alle imprese commerciali: non tutte le imprese possono fallire, ma solo quelle che soddisfano i requisiti previsti dalla legge fallimentare [1].

Cosa succede all’imprenditore fallito sotto il profilo patrimoniale e personale

Da un punto di vista patrimoniale, il fallimento, dichiarato dal Tribunale, porta allo “spossessamento” dei beni del fallito, ad eccezione dei beni strettamente personali.

I beni vengono dunque amministrati e gestiti dal curatore fallimentare che provvederà a soddisfare i creditori dell’impresa.

Per quanto riguarda le prospettive personali, l’imprenditore fallito subisce anche alcune limitazioni di natura strettamente personale:

  • non può esercitare alcune professioni (es. avvocato, farmacista) o rivestire alcune cariche (es.: tutore, amministratore di s.p.a.);
  • deve comunicare al Curatore eventuali cambi di residenza o domicilio;
  • deve consegnare al Curatore tutta la corrispondenza commerciale;

Si può lavorare durante il fallimento?

L’imprenditore fallito, tuttavia, non deve restare fermo: potrà lavorare in forma subordinata o autonoma, continuativa o saltuaria: il diritto al lavoro è difatti un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione italiana [2].

Da anni ormai, la Corte di Cassazione [3] ha stabilito che il fallito  può anche avviare una nuova impresa commerciale (anche in forma societaria), autonoma e distinta da quella fallita e compiere tutti gli atti necessari alla sua gestione e amministrazione (come aprire conti correnti e stipulare contratti), purché per far ciò non sottragga beni o liquidità già acquisiti alla procedura fallimentare.

Si badi che quest’ultima condizione è tuttavia di fondamentale rilievo: chi nell’esercitare un’ulteriore attività economica dovesse  disporre in maniera illecita – dunque a danno dei creditori – di beni o liquidità già acquisiti nella procedura fallimentare, commetterebbe il reato di bancarotta fraudolenta [4], punito con la reclusione e con il divieto di esercitare attività commerciale per ben dieci anni.

Vediamo allora come sia possibile avviare una nuova impresa una volta dichiarati falliti.

Avviare una nuova impresa se si è stati dichiarati falliti

Quanto detto presuppone che l’avviamento di una nuova impresa, quando si sia stati dichiarati falliti, deve avvenire attraverso fonti di finanziamento alternative che non intacchino i diritti dei creditori:

  • potrà ad esempio impiegare capitali di terzi;
  • potrà ricorrere al credito commerciale;
  • potrà ricorrere al leasing ai fini di acquistare i beni necessari all’esercizio aziendale.

I proventi della nuova attività lavorativa potranno tuttavia essere trattenuti per sé solo per il mantenimento suo e della sua famiglia. Gli utili sono difatti acquisiti dal curatore e destinati a soddisfare i creditori fallimentari [5].

Dopo il fallimento: cosa succede?

Tutte le restrizioni citate, sia quelle patrimoniali sia quelle personali, cessano automaticamente al termine della procedura fallimentare, con la pronuncia del decreto di chiusura del fallimento e senza ulteriori oneri per l’imprenditore.

Nel 2006, infatti, la riforma della legge fallimentare ha cancellato la necessità, per il fallito, di ottenere dal Giudice un provvedimento di riabilitazione del fallito dalle incapacità di natura personale. Si legga al riguardo Nuova legge fallimentare: come cambia dopo il dl 83/2015 e anche Legge fallimentare: la riforma 2016.

note

[1] Legge Fallimentare: possono fallire le imprese che, nei 3 anni precedenti al fallimento, hanno un attivo patrimoniale superiore a 300.000 €, oppure ricavi superiori ad 200.000 €, oppure debiti per oltre 500.000 €. Il debito per il quale si chiede il fallimento non può essere inferire a 30.000 €.

[2] Cost. art. 4.

[3] Cass. sent. n. 9812 del 1/3/2006.

[4] art. 216 L. F.

[5] artt. 42 e 46 L.F.


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