Diritto e Fisco | Editoriale

La crisi del diritto d’autore: un’occasione per parlare di futuro

19 maggio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 maggio 2012



Giovedì scorso, insieme ai colleghi Fulvio Sarzana, Guido Scorza, Leopoldo Lombardi (AFI) e ai dottori Filippo Gagliano (SIAE) e Gennaro Francione (giudice Trib. pen. Roma), nonché alla dott.ssa Tiziana Scarpelli (Polizia Postale Cosenza), abbiamo discusso di crisi del diritto d’autore e pirateria musicale. Il tutto nella splendida cornice dell’Università della Calabria.

Dal dibattito, sono uscite diverse visioni e modi di guardare all’attuale situazione del mercato: una guerra combattuta tra new economy (gli ISP, per tutti) e old economy (le major del cinema e della musica). E nella guerra, a farne le spese, come sempre, è il popolo, gli utenti di internet, cui vengono minacciate le libertà digitali, che sono anche libertà costituzionalmente garantite.

Una cosa però è certa. Le industrie dei contenuti non potranno mai contrastare la pirateria informatica finché non cambieranno il loro atteggiamento. La contraffazione, infatti, non va considerata come un nemico da combattere, ma un normale concorrente da aggredire con strategie commerciali, le stesse che si usano con gli altri competitor. In questo caso, il competitor garantisce un prodotto che, rispetto all’originale, è nella sostanza identico (un cd in formato audio compresso), ma a un prezzo infinitamente più basso (l’esiguo costo di una connessione mensile alla adsl). È solo con una offerta altrettanto conveniente che si potrà distogliere il consumatore da una scelta oggi a lui più vantaggiosa.

Le strategie di enforcement nell’inasprimento delle pene – utilizzate dalle major – hanno mostrato profondi deficit di valutazione. Per spiegarlo, ricorrerò a un esempio.

Durante la seconda guerra mondiale, gli inglesi installarono diverse piattaforme sul mare che dovevano servire da presidi, ma che furono abbandonate con la fine del conflitto Una di queste, il Roughs Tower, una zattera galleggiante di pochi metri quadrati, nel 1967 venne occupata da Paddy Roy Bates, suddito di Sua Maestà. Egli proclamò la sua “sovranità” sulla piattaforma, facendo leva su una decisione di una corte inglese che aveva ritenuto quel tratto di mare estraneo alle acque territoriali e, quindi, sottratto alla giurisdizione britannica.

Nel 1978, il governo organizzò la presa di Roughs Tower. Ma Bates non solo scampò all’assalto, ma, arruolati dei mercenari, con un elicottero d’assalto riprese la fortezza. Tenne quindi in ostaggio gli invasori, reclamandoli come prigionieri di guerra. Tra essi vi era un tedesco. La Germania avanzò una petizione al governo britannico per il suo rilascio, ma la Gran Bretagna se ne lavò le mani, ribadendo l’assenza di ogni sua giurisdizione.

Il governo tedesco allora inviò un diplomatico a Roughs Tower per negoziare il ritorno in patria del proprio connazionale. Roy Bates cedette, ma interpretò quella visita diplomatica come il riconoscimento della sua sovranità da parte della Germania.

Intorno al 2000, Roughs Tower si propose di ospitare siti web di dubbia legalità, sino a offrire asilo a Napster, che aveva subito numerose azioni legali.

Che c’entra una questione di diritto internazionale con un convegno sul copyright?

Quando si diffusero le connessioni superveloci e l’industria dei contenuti capì che non poteva più attaccare i singoli utenti (perché i costi per fare milioni di cause al giorno erano troppo elevati, perché i cittadini erano spesso irreperibili e perché, pur giungendo a una condanna, le somme erano tanto elevante da essere inesigibili), si resero conto che dovevano cambiare avversario. Così si rivolsero agli ISP: pochi, identificabili, solvibili.

Ma nell’agire contro gli ISP si presentarono subito due ostacoli:

Il primo era di carattere pratico. Non ha senso perseguire un soggetto, sulla scorta di leggi e accordi internazionali come l’ACTA o la SOPA, se poi tale soggetto può scomparire e legittimamente ricomparire in un altro angolo del mondo, dove tutte le altre nazioni non hanno giurisdizione. Così, finché esisterà una piattaforma come Roghs Tower ad ospitare i pirati, ogni legge, per quanto restrittiva e dura, sarà completamente inutile.

Anzi, paradossalmente: tanti più governi adottano una convenzione, tanto più diventa vantaggioso, per chi non l’ha sottoscritta, perseguire in questa politica di astensione. Lo Stato non firmatario, infatti diverrà ancora più appetibile a quanti coltivano interessi contrari alla Convenzione stessa (come può essere, per esempio, il dislocamento dei server pirata), disposti a pagare qualsiasi cifra pur di trovare accoglienza.

Il secondo ostacolo, invece è di carattere giuridico e si chiama art. 15 della direttiva n. 2000/31 o, in altre parole “net neutrality”. Come ormai sappiamo a memoria, il principio di neutralità dell’intermediario stabilisce che chiunque fornisca servizi su Internet (si tratti di una connessione alla rete, un servizio di hosting o ancora un sistema di motore di ricerca) non può rispondere delle condotte illecite poste dai propri utenti (per esempio il download di un film pirata, di un cd, la vendita su un sito d’asta di materiale illecito), né può essere obbligato a sorvegliare la rete e a porre filtri o limitazioni di connessione. Un principio ribadito più volte dalla Corte di Giustizia UE.

Un atteggiamento pragmatico imporrebbe di distinguere ciò che si può combattere da ciò che non si può. Solo così, trasformando l’illecito in lecito, riformando la legge e garantendo un giusto contemperamento tra diritti degli autori e interessi degli ISP, magari attraverso sistemi di licenze collettive, si potrebbe restituire la presunzione di innocenza ai ragazzi che navigano in internet, senza necessariamente doverli per ciò solo considerare dei pirati.

Tra gli interessanti interventi dei relatori, una nota di colore e allegria l’ha data l’infuocato discorso del dott. Francione (come lui stesso si è definito, “un magistrato pentito”). Francione, prendendo in giro le moderne industrie, ha criticato il modo in cui queste a loro volta prendono in giro il cittadino, prima vendendogli apparecchi come registratori e poi imponendogli di non registrare, prima vendendogli connessioni super veloci a internet e poi obbligandolo a non scaricare dalla rete.

Dal canto suo, l’avv. Sarzana, affermando che il vero pirata, in realtà, è colui che “agisce per scopo di lucro“, ha invocato una riforma della SIAE, il cui monopolio falsa la concorrenza. “Solo così si potrebbero offrire agli utenti migliori condizioni di mercato e godere dei benefici derivanti dalla condivisone della cultura sul web”.

L’avv. Scorza si è scagliato contro le lobbies che governano il mercato, affermando che “il diritto d’autore sta diventando strumento di controllo e monopolio dell’editoria e dell’informazione. Il sistema attuale non può più funzionare”.

Tra i riformisti, anche Marco Ciurcina, rappresentate del partito pirata italiano, intervenuto in videoconferenza al convegno, il quale ha affermato che “la tecnica del filesharing dovrebbe essere legalizzata, riservando comunque un equo compenso agli autori dell’opera”.

Attacchi diretti, frontali, dinanzi ai quali il dott. Gagliano, direttore della SIAE per l’area Campania, Molise e Calabria, non si è scomposto, sostenendo che “il diritto d’autore è un diritto dell’uomo; bisogna tutelare la libertà di creare un’opera e goderne i frutti. Il nostro sforzo è rivolto a contrastare le pratiche illecite”.

Tuttavia non si tratta solo “di contrastare l’illiceità praticata dai pirati informatici; il diritto d’autore, conciliato con la libertà degli utenti, deve anche tutelare la creatività, mettendo da parte gli interessi economici oligarchici“. È quanto affermato dall’avv. Leopoldo Lombardi, presidente dell’Associazione Fonografici Italiani (A.F.I.), il quale ha auspicato una revisione dell’attuale normativa al fine di ridimensionare le industrie dei contenuti.

La “guerra del nuovo millennio”, così come è stata ribattezzata, è solo agli inizi. E nessuno, al momento, sembra voler fare un passo indietro.

 

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