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Non ti fidare se un avvocato ti dice che…

11 luglio 2016


Non ti fidare se un avvocato ti dice che…

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 luglio 2016



Le bugie “buone” dette prima o durante una causa dall’avvocato: cosa deve sapere il cliente per non rimanere incastrato in contenziosi lunghi e costosi.

Purtroppo, quando ci sono di mezzo gli affari, la mistificazione della realtà è una costante: è quello che gli avvocati chiamano “dolus bonus”, ossia l’esaltazione dei pregi della propria merce, volta a indurre il cliente ad acquistare, senza per questo necessariamente sconfinare nella palese menzogna e nella frode. Insomma, si tratta delle consuete iperboli o dell’astuto modo di far vedere il bicchiere mezzo pieno piuttosto che vuoto. Ad esempio, si può dire di un vestito ormai passato di moda che è vintage, di un giradischi fuori commercio che è un pezzo destinato all’antiquariato, di una borsa poco rifinita che fa parte di una moda “urban-metropolitan”, e così via.

 

Questi atteggiamenti non risparmiano neanche i rapporti tra clienti e professionisti. Quanto spesso il chirurgo – anche per infondere coraggio – promette al paziente, prima di un intervento, che dopo una settimana sarà già “in piedi”? O quante altre l’architetto profetizza che, dopo il suo tocco, la casa sarà la più originale e raffinata della città?

E allora non ci si scandalizzi se anche gli avvocati fanno così. Fa parte dell’essere umano e, a volte – è bene ammetterlo – sono gli stessi clienti a chiedere un po’ di “bugia”, rapiti dalle proprie ragioni e dalla sete di “giustizia”. Nulla però è certo: tanto in sala operatoria, quanto in tribunale. L’unica sicurezza la vanta solo chi evita di entrare in questi luoghi, consapevole per questo di ciò a cui andrà incontro, nel bene e nel male. Mentre, chi confida nella sentenza del giudice potrebbe ben ritrovarsi, a termine del giudizio, con più di una sorpresa. Non solo perché errare è umano (e i giudici non sono elaboratori delle norme), ma anche perché ognuno ha le proprie convinzioni e interpretazioni della realtà (di tanto abbiamo già parlato – criticando – nell’articolo: “Quando il giudice se ne frega di quello che dice la Cassazione”.

Ecco, dunque, alcune delle frasi più tipiche dell’avvocato da prendere con le pinze e da sottoporre a una critica sempre accurata.

La vittoria è (quasi) assicurata!

Nulla è certo. Anche la presenza di una norma di diritto sostanziale che dà ragione al cliente non garantisce a quest’ultimo la vittoria del giudizio. L’esito della causa può dipendere infatti da altri fattori, come:

  • il rispetto di norme di carattere processuale, come il tipo di azione prescelta (si pensi al caso di un ricorso d’ urgenza, in assenza tuttavia del presupposto processuale della necessità impellente), il tipo di tutela richiesta al giudice (un risarcimento da responsabilità contrattuale piuttosto che extracontrattuale), l’assenza di firma del mandato, ecc.;
  • un contrasto in giurisprudenza sull’interpretazione di una norma apparentemente chiara;
  • il rispetto dei termini entro i quali far valere la difesa (la cosiddetta prescrizione), che obbliga il giudice a rigettare la domanda della parte, anche se supportata da fondate ragioni nel merito;
  • il difetto di notifica degli atti processuali: spesso un intero giudizio viene annullato solo perché l’atto introduttivo (citazione o ricorso) non è stato correttamente comunicato alla controparte, il che può dipendere non solo da un errore dell’avvocato, ma anche da una svista dell’ufficiale giudiziario;
  • il mancato deposito di documenti decisivi: non sono pochi i casi in cui l’avvocato perde una causa “di certa vittoria” solo perché presenta le note istruttorie con un giorno di ritardo o dimentica di inserire nel fascicolo il documento chiave dal quale dipende tutto l’esito del giudizio.

In tre o quattro anni avremo la sentenza!

Oggi è davvero impossibile definire con certezza quanto possa durare una causa. Si possono stabilire delle medie, sulla base del singolo tribunale (medie, quindi, che variano da foro a foro a seconda del grado di ingolfamento). Tuttavia sono numerose le variabili che possono influire sui tempi di un processo. Si pensi al caso di:

  • maternità del giudice, il che può richiedere qualche rinvio di udienza;
  • sostituzione del giudice: il nuovo magistrato potrebbe aver bisogno di un po’ di tempo per studiare il fascicolo;
  • concomitanza con scioperi o elezioni;
  • rinvii d’ufficio;
  • assenza di uno degli avvocati;
  • assenza dei testimoni;
  • assenza del consulente tecnico d’ufficio per il giuramento, in quanto non avvisato;
  • ritardo nel deposito della consulenza tecnica d’ufficio;
  • richiesta di chiarimenti, da parte del giudice, al consulente circa la perizia depositata in tribunale;
  • difetto di notifica di un atto processuale e rinnovo della stessa;
  • carico di ruolo che impone al giudice di rinviare ulteriormente la causa prima di poterla decidere, ecc.

 

Tutti questi eventi comportano il rinvio di un’udienza a successiva data e, poiché la media tra un rinvio e un altro è di circa 4 o 5 mesi (in alcuni casi si arriva anche a 1 o 2 anni, specie si tratta della fase finale del giudizio, quella per la decisione), si può comprendere bene quale impatto possa avere sulla durata di un processo l’eventuale coincidenza di uno o più dei suddetti eventi (peraltro tutt’altro che rari).

Non ti conviene accettare!

Chi scrive è dell’idea che una transazione (ossia l’accordo con la controparte prima della causa o durante la stessa) è sempre meglio di una sentenza positiva, intervenuta però dopo numerosi anni, quando magari la controparte ha ormai ceduto tutti i propri beni di più rilevante valore. Il che vale ancor di più se si ha a che fare con un’azienda. Di questi tempi le società non durano spesso più di uno o due anni; immaginare di poter intraprendere una causa con un soggetto che possa “rimanere in vita” fino alla sentenza finale pecca di ottimismo. Ovviamente il discorso non può essere fatto in qualsiasi caso: ad esempio, con le banche e le assicurazioni si arriva a conclusioni opposte e la solvibilità degli stessi (la possibilità di pagare un’eventuale condanna) è quasi sempre garantita.

Sono soldi che metti nel salvadanaio!

Spesso si sente l’avvocato incoraggiare i potenziali clienti nell’intraprendere cause di tipo “bagatellare”, ossia per questioni di poco conto economico o, comunque, i cui esiti positivi possono manifestarsi solo dopo numerosi anni. “Sono soldi che metti nel salvadanaio” si sente dire a corredo della richiesta di un anticipo minimo. Ma attenzione: quando il valore della causa è troppo basso, spesso si rischia di spendere più di quanto si incassa. Di questi tempi, peraltro, il giudice può liquidare all’avvocato, a titolo di onorari, compensi più bassi rispetto ai parametri legali, se il giudizio è “seriale”, ossia si presenta come semplice e routinario. In questi casi, il rischio è che il cliente debba sborsare di tasca propria il residuo di compenso dovuto al professionista, perdendo tutto quel vantaggio economico che gli era stato prospettato in anticipo.

Abbiamo vinto la causa!

Dire “abbiamo vinto la causa” è una frase che può generare false aspettative. Non sempre, infatti, l’aver ottenuto ragione “sulla carta” e, quindi, una sentenza favorevole, equivale anche a conseguire materialmente il risultato (diritto) sperato. Infatti, poiché le sentenze non cambiano la realtà materiale, c’è sempre bisogno di un atto spontaneo del debitore che ottemperi all’ordine del giudice (ad esempio, il comando di pagare una somma, demolire un muro, interrompere i rumori molesti, ecc.). Se ciò non avviene, per il creditore inizia un altro calvario: quello dell’esecuzione forzata e del pignoramento, con ulteriori tempi da attendere e soldi da spendere.

In appello vinceremo sicuramente!

Come la vittoria si è dimostrata tutt’altro che scontata in primo grado, ciò vale anche nei gradi successivi di giudizio, come in appello o in Cassazione. Anzi, la statistica dimostra che sono più le sentenze che confermano quanto già deciso dai giudici nei gradi precedenti che non quelle di accoglimento dell’impugnazione. Peraltro, con le nuove norme, chi perde in appello paga due volte il contributo unificato: una sanzione che può costare davvero cara per il portafogli del cliente.

La necessità di un giudizio di impugnazione va valutata con estrema accortezza e prudenza onde non peggiorare il problema.

Prendiamo un po’ di tempo!

Fare causa per prendere tempo è ormai una falsa convinzione. Esistono strumenti processuali (sentenze parziali, provvedimenti anticipatori di condanna, decreti ingiuntivi provvisoriamente esecutivi, ecc.) che escludono la possibilità di ottenere, già solo con l’avvio del processo, un “respiro di sollievo”. Peraltro, perdere la causa dopo molto tempo significa andare incontro a problemi ben più seri e, a volte, irreparabili.

Il tuo ex coniuge la pagherà cara!

Una lotta per la separazione o il divorzio è sempre una sconfitta: comunque vada a finire. Questo perché, insieme alla causa, vengono trascinati – ed esasperati – sentimenti di odio, risentimento, strategie volte alla reciproca distruzione. Il che diventa ancora peggio se, in mezzo, ci sono anche i figli.

Non ti fidare dell’avvocato che ti incita all’odio e alla prevaricazione sulla tua controparte, specie se si tratta dell’ex coniuge. La via migliore è sempre quella della mediazione o di un percorso volto al superamento della crisi familiare. Un percorso che sappia valorizzare le rispettive ragioni e, senza necessariamente ricondurre all’unità, riparare quantomeno le fratture che il divorzio ha comportato. Il che è un bene soprattutto per la serenità interiore del cliente.

C’è sempre lo Statuto del cliente

Il cliente ha una serie di diritti che gli sono riconosciuti dalla legge, dalle norme deontologiche e dall’interpretazione dei giudici. Di tali diritti è stato costituito una sorta di testo unico con la nuova “Carta dei diritti del cliente verso l’avvocato” visionabile a questo link.

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9 Commenti

  1. Questo articolo in sintesi dice di non fidarsi dei giudici e della giustizia ( non solo degli avvocati) . suggerisce di non farsi valere nel diritto, ma solo a “mediare” . per cui sembrerebbe che: la legge non è uguale x tutti, non garantisce i diritti del cittadino, le leggi non sono fatte chiare per cui anche i giudici le interpretano e sbagliano ed anche in appello e ancor peggio. Poveri noi comuni mortali cime stiamo messi male,!!! Io non la penso così . credo nella giustizia.

  2. intanto chi esce vittorioso da un giudizio non dovrebbe giammai essere gravato da alcuna spesa legale, di nessun tipo, anche ove la questione su cui vi è stata controversia dovesse essere dibattuta. Altrimenti ne deriverebbe una plateale beffa, oltre al danno

  3. Non è corretto l’assunto secondo il quale l’intraprendere una causa anche solo per prendere tempo non servirebbe.
    Occorre valutare caso per caso e, comunque, non è sempre agevole ottenere provvedimenti anticipatori delle sentenze o decreti ingiuntivi provvisoriamente esecutivi.
    Inoltre la causa potrebbe servire ad intavolare una trattativa volta alla conciliazione della lite.
    Non sempre ( per non dire quasi mai ) le procedure di ADR funzionano a volte è meglio intraprendere la causa e intavolare una trattativa.
    La frase ‘ in appello vinceremo quasi sicuramente ‘ ho qualche dubbio che possa essere utilizzata da qualcuno e ciò , in particolare, da quando sono entrate in vigore le norme sull’ inammissibilità dell’appello. Anzi per quanto posso vedere la maggior parte dei legali l’appello lo sconsigliano proprio salvo casi eccezionali.
    Pertanto smettiamola di svililire in questo modo la figura professionale del legale. Il vero problema sono le norme che favoriscono banche e assicurazioni.
    A cosa serve ad esempio l’obbligatorietà del procedimento di ADR con riferimento ad una polizza assicurativa rc auto ecc
    A niente !!!!
    Solo a consentire alle compagnie di procastinare i pagamenti e far spendere dei soldi a chi inizia la procedura.
    Ultimamente mi si è rotto un cellulare che avevo acquistato con tanto di polizza assicurativa. Mi sto rendendo conto che per farmi rimborsare ( l’80% del valore IVA esclusa ) devo spendere in raccomandate più degli importi che spenderei a comprarmi un cellulare nuovo. Senza contare cosa mi sento dire dai liquidatori che istruiscono la pratica ( avvocato la firma sulla sua polizza è illeggibile ——-sic! ).

  4. Ho letto con molto interesse l’articolo e lo trovo esaustivo. Tuttavia volevo segnalare, perché penso possa interessare anche ad altre persone, quanto mi è capitato con un avvocato di Trieste che, ovviamente, non nominerò per ovvi motivi.
    Qualche anno fa intrapresi una causa civile contro una società per azioni che gestiva alcuni parcheggi ubicati proprio nei pressi del locale tribunale. Le ragioni che mi spinsero ad intraprendere la causa fu una mia caduta, con relativo danno al ginocchio, avvenuto su una grata di areazione di quel parcheggio tenuta senza le necessarie norme di sicurezza previste dalla legge. Vinsi la causa poiché avevo fornito al mio legale di allora una congrua documentazione probatoria, corredata da perizie e verbale dei Vigili Urbani fatti da me intervenire sul posto. In pratica l’avvocato aveva tutta la causa già bella e pronta ma, ciò nonostante, commise un errore a mio avviso molto grave: omise di allegare alla perizia medico-legale di parte anche la mia risonanza magnetica, comprovante la gravità del danno subito. Questo errore, che a mio avviso fu posto in essere di concerto con l’allora perito di parte, mi costò alcuni punti di invalidità che, per ovvie ragioni, non mi furono attribuiti dal Giudice, pur riconoscendo le mie ragioni.
    Ecco in estrema sintesi quanto mi è successo per la scarsa preparazione del legale e del perito da me allora nominati.
    A prescindere dalla correttezza del legale che si va a scegliere per una causa, a mio parere è importante anche comprendere prima il suo livello di professionalità, che in alcuni casi, purtroppo, è davvero molto basso.

    1. Per la verità la scelta di non allegare la risonanza dovrebbe essere attribuita più al perito che non al legale.
      E’ probabile che il perito ritenesse che allegandola sarebbero state evidenziate delle patologie pregresse che avrebbero potuto escludere in tutto in parte la correllazione fra la caduta e le lesioni.
      Dunque la preparazione del legale non mi pare che c’entri molto.

    2. Se la risonanza magnetica non fu prodotta in atti dal legale , di concerto con il perito di parte, è probabile che l’avvocato avesse seguito il consiglio del perito posto che un legale , nella maggior parte dei casi, non è anche un medico (………un ingenere ecc) . Forse il perito aveva rilevato dalla risonanza che vi potessero essere elementi tali da escludere la correlazione causale fra l’evento e le lesioni.

      1. In questo caso però il cliente avrebbe dovuto essere avvertito della scelta effettuata in sinergia tra avvocato e perito e ricevere le dovute spiegazioni in merito, prima che fosse messa in atto,così da non avere dubbi al riguardo quando lo avesse scoperto!Se non esiste questo tipo di sinergia e rapporto di rispetto con il cliente esso diventa solo un pupazzo munito di portafoglio.

  5. In pochissime parole, leggendo l’articolo, il cittadino comune non ha il diritto di essere tutelato e va abbandonato alla sorte. Che civiltà piramidale.

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