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Giudizio d’appello: come funziona e a cosa serve

2 Maggio 2019 | Autore:
Giudizio d’appello: come funziona e a cosa serve

Nel processo civile, l’appello è il secondo grado di giudizio con cui la parte perdente contesta la decisione a lei sfavorevole: come funziona, quali sono i provvedimenti appellabili e quali no.

Cosa succede se perdi una causa in ambito civile? Spesso sentiamo dire: ci rivediamo in appello! Ma cos’è l’appello e qual è il suo scopo? L’appello, nell’ambito del processo civile, può essere definito come un’opposizione a una prima sentenza sfavorevole, effettuata da una delle parti in causa, quella risultata perdente: in altri termini, lo scopo dell’appello è giudicare di nuovo il merito della causa, ossia chi ha ragione e chi ha torto. L’appello, dunque, rappresenta uno dei mezzi di impugnazione previsti dal codice di procedura civile, che permette all’interessato – tramite il suo difensore – di portare una decisione in cui si è usciti perdenti davanti a un altro il giudice. Il nuovo giudizio si svolge innanzi alla Corte di Appello competente rispetto al Tribunale che ha emesso la decisione impugnata. Il giudice investito del riesame della controversia, dunque, controllerà di nuovo le prove che sono già state presentate nel primo giudizio. Va da sè che non possano essere introdotto elementi nuovi, come si vedrà nel prosieguo, in quanto – se così fosse – non sarebbe possibile riesaminarle non essendo previsto l’appello dell’appello. Vedremo, però, che in alcuni casi eccezionali è prevista la possibilità di introdurre prove nel secondo giudizio. Lo scopo dell’appello è quindi correggere il giudizio del giudizio di primo grado. Tant’è vero che la sentenza viene completamente sostituita, sia quando viene confermata che quando viene corretta. In questo articolo cercheremo di spiegare come funziona e a cosa serve il giudizio di appello.

Per capire meglio, inquadriamo bene il concetto con un caso pratico: Tizio è creditore di 1.000 euro prestati a Caio. A seguito di inutili tentativi di rientrare della somma, Tizio decide di rivolgersi al giudice chiedendo non solo i 1.000 euro iniziali ma anche 200 euro ulteriori a titolo di interessi. Quindi, abbiamo un soggetto che ritiene di essere stato leso in un suo diritto e che per ottenere tutela si rivolge a un giudice. Chiaramente anche Caio esporrà al magistrato le sue ragioni, dicendo – ad esempio – che quei soldi non erano affatto un prestito ma una cifra che Tizio gli doveva per un lavoro che aveva fatto per lui e che, quindi, nulla è dovuto.

Ammettiamo ora che, dopo un certo tempo e un certo numero di udienze, il processo di primo grado (se immaginiamo il processo civile italiano come una piramide composta da tre gradini, il primo grado di giudizio è il primo dei tre gradini in questione: gli altri due sono appello e Cassazione) si concluda con un provvedimento – la sentenza – con cui il giudice dà ragione a Caio, stabilendo che nessuna somma di denaro egli deve al primo.

Cosa può fare Tizio a questo punto? L’unica strada percorribile è quella di appellare la sentenza di primo grado, rivolgendosi ad un altro giudice, il giudice d’appello, appunto, che avrà il compito di riesaminare interamente la vicenda in tutti i suoi aspetti (si parla tecnicamente di effetto devolutivo dell’appello). Attenzione, però: l’appello “si insinua” nel processo di primo grado e lo prosegue, non dà vita a un nuovo processo.

Appello: quando è escluso?

In linea di massima, quindi, possono essere messe in discussione con tale strumento le sentenze di condanna pronunciate in primo grado. Il codice di procedura civile [1] – difatti – prevede che si possano appellare tutte le sentenze di condanna emesse in primo grado salvo che l’appello non sia escluso dalla legge oppure dall’accordo tra le parti.

Quali sono le sentenze inappellabili?

Sono, dunque, sentenze inappellabili per legge:

  • quelle emesse nell’ambito di controversie di lavoro che non abbiano valore superiore a euro 25,82 [2] (tale valore va calcolato tenendo conto dell’importo base del credito vantato dal lavoratore, della rivalutazione monetaria e degli interessi. Pertanto, il valore irrisorio del limite fa sì che tale circostanza non si verifichi mai) o a quelle in materia di opposizione agli atti esecutivi [3]: l’opposizione di cui si parla è strumento con cui si contesta la legittimità dell’esercizio dell’azione esecutiva, cioè il procedimento attraverso il quale il creditore che sia in possesso di un “titolo esecutivo” (come cambiale, assegno, sentenza definitiva, ecc…) può aggredire il patrimonio del debitore per vedere soddisfatte le sue ragioni;
  • sentenze che il giudice ha pronunciato secondo equità, invece che secondo diritto: decidere secondo equità significa applicare, nella formulazione delle sentenze, regole comunemente accettate dalla società ed ispirate a principi di imparzialità morale e sociale. In altre parole, il giudice deve decidere secondo la propria esperienza giuridica e risolvere la controversia offrendo alle parti una soluzione ispirata a regole che egli trae dal caso concreto. Nel giudizio secondo diritto, invece, il giudice decide in base alle norme proprie del diritto, intervenendo – invece – il giudizio secondo equità quando vi sono lacune nella legge per colmarle secondo una valutazione equitativa.
  • sentenze rese dal giudice d’appello che giudica non in funzione di giudice dell’impugnazione (come specificato sopra) ma in relazione ad una domanda che gli viene direttamente proposta: un caso tipico è il giudizio in cui le parti chiedono una somma a titolo di riparazione per un processo durato troppo a lungo (c.d. violazione del principio della ragionevole durata del processo);
  • sentenze che accertano preliminarmente, nell’ambito di una controversia relativa a un rapporto di lavoro, l’efficacia, la validità e l’interpretazione di contratti e accordi collettivi [4] applicabili al rapporto stesso e necessari per dirimere la lite, in quanto contenenti la normativa applicabile;
  • sentenze che decidono sulla nullità o sulla validità del lodo arbitrale;
  • sentenze che hanno ad oggetto soltanto una questione di competenza;
  • sentenze che vengono qualificato come non appellabili da speciali disposizioni di legge;
  • sentenze sulle quali è in vigore un accordo delle parti, le quali – preliminarmente – rinunciano al giudizio di appello.

Per quanto riguarda tale ultima ipotesi circa l’ esclusione dell’appello sulla base di un accordo tra le parti, ci si riferisce all’ipotesi in cui le parti (i famosi Tizio e Caio di prima) si mettono d’accordo per non impugnare la sentenza tramite appello ma direttamente con ricorso in Cassazione (il terzo grado di giudizio di cui sopra).

L’appello è, invece, ammesso, ma con dei limiti ben precisi, nei confronti delle sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità [5].

Appello: cos’è la riserva d’appello?

Oltre alla sentenze definitive – cosi dette perché concludono il giudizio – sono appellabili:

  • le sentenze parzialmente definitive: sono tali quelle che non concludono il processo ma decidono una domanda ben precisa.
  • le sentenze non definitive in senso proprio, cioè quelle che non chiudono il processo. Sempre riprendendo l’esempio di Tizio e Caio, ipotizziamo che Caio dica al giudice: “Non solo non devo nulla a Tizio ma, se anche dovessi restituire i soldi, non lo devo fare comunque perché il diritto di credito che Tizio dice di avere si è prescritto (il diritto, cioè, non esiste più perché Tizio non l’ha esercitato nei termini di legge)”. Sarà non definitiva in senso proprio la sentenza che si limita ad accertare la prescrizione;
  • le sentenze di condanna generica: se ne parla quando è già accertata la sussistenza di un diritto (Tizio ha diritto alla restituzione dei soldi da parte di Caio), ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta (Caio deve restituire i soldi ma non si conosce ancora l’ammontare della somma che deve); in tal caso si pronuncia sentenza la condanna generica alla prestazione, disponendo che il processo prosegua per la liquidazione.
    In tali casi, la parte perdente può decidere di non proporre appello, senza tuttavia che tali sentenze diventino definitive e immodificabili, attraverso l’attivazione di un meccanismo particolare: la riserva d’appello [6]. Si decide, cioè, di impugnare non subito ma in un momento successivo, insieme alla sentenza che definisce il giudizio e lo conclude. In altri termini, la parte “prenota” la successiva impugnazione che verrà effettuata quando si avrà la sentenza finale.

Come si svolge il procedimento di appello?

Il codice di procedura civile [7] stabilisce le sedi competenti a decidere in appello. Le sentenze del Giudice di Pace si impugnano innanzi al Tribunale competente, che svolgerà la funzione di giudice di appello, mentre quelle emesse dal Tribunale dovranno essere opposte innanzi alla Corte di Appello competente.

Il giudizio di appello può essere svolto in forma principale: viene introdotto con atto di citazione all’interno del quale troviamo l’esposizione sommaria dei fatti e i motivi specifici dell’impugnazione. L’appello può essere, altresì, essere avanzato in forma incidentale, la quale segue necessariamente la presentazione di un appello in via principale. Occorre, a questo punto, precisare come l’appello incidentale risponda a dei requisiti tassativi stabiliti dalla legge [8] secondo cui per introdurre un appello in via incidentale è necessario procedere attraverso l’atto di comparsa di risposta, nel momento della costituzione in cancelleria. Tale limite temporale opera a pena di decadenza, ciò significa che oltre tale termine [c.d. costituzione tardiva] non sarà possibile proporre un appello incidentale, che sarà definito inammissibile.

Quando l’appello è inammissibile o improcedibile?

Vediamo, ora, i casi in cui l’appello sarà considerato dal giudice di appello: inammissibile. Secondo la legge è inammissibile l’appello che non ottempera all’ordine di integrazione del contraddittorio, in altre parole quando il giudizio di primo grado si è svolto nei confronti solo di alcuni dei soggetti che invece avrebbero dovuto parteciparvi. In questo caso il giudice ordina la chiamata di tali soggetti, se ciò non avviene, l’appello è dichiarato inammissibile. E’, altresì, inammissibile l’appello di chi non era legittimato ad impugnare e nell’ipotesi in cui vi sia stata estinzione di un precedente giudizio di appello. E’, infine, inammissibile l’appello presentato oltre i termini stabiliti dalla legge.

Per quanto riguarda la c.d. improcedibilità, invece, questa si avrà nel caso in cui l’appellante non si costituisca nei termini oppure nell’ipotesi in cui l’appellante, nonostante si sia regolarmente costituito, non si presenti in sede di prima udienza. In questo caso, il giudice rinvierà ad una ulteriore udienza e se anche nella successiva udienza l’appellante non dovesse comparire, l’appello sarà dichiarato improcedibile.

La pena per l’inammissibilità e l’improcedibilità consiste nella impossibilità per la parte soccombente di riproporre l’atto di appello.

Cos’è il c.d. Ius novorum?

Il ius novorum ossia il diritto a rappresentare elementi nuovi in sede di appello è stato vietata dalla novella legislativa del 1990.

In appello, dunque, non potrai proporre al giudice domande nuove, basate su elementi nuovi non dedotti in primo grado. Ciò risponde ad una semplice ragione che si basa sulla natura del giudizio di appello, considerato un mero riesame di quanto già valutato in primo grado.

Per nuove domande si intendono gli atti che contengono un diverso petitum, cioè un diverso provvedimento richiesto al giudice, o una diversa causa petendi, cioè diverse ragioni della domanda presentata al giudice, o – ancora – quando risultino diverse le parti [attore o convenuto].

Nonostante sia in vigore il divieto di nuove domande, resta ferma la possibilità per l’appellante di richiedere i frutti e gli interessi maturati dal giorno in cui fu emessa la sentenza di primo grado.

La pena per gli atti di appello che contengono nuove domande è l’inammissibilità, di cui abbiamo parlato sopra, che potrà essere dichiarata dal giudice anche d’ufficio (cioè senza richiesta espressa della parte), anche parzialmente, cioè limitatamente alle nuove domande, restando salvi i motivi di appello legittimi.

Quali sono i provvedimenti che può prendere il giudice di appello?

Il giudice di appello, alla fine del giudizio, può addivenire a tre tipologie di provvedimento che consistono in una sentenza definitiva, in una sentenza non definitiva oppure in un’ordinanza.

Si ha una sentenza definitiva quando il giudice dell’appello si pronuncia definitivamente sulla controversia oggetto della propria cognizione, nel merito oppure su una questione procedurale. A sua volta la sentenza potrà essere di conferma, quando appunto approva quanto già stabilito dal giudice di primo grado, oppure di riforma, quando ribalta le conclusioni a cui è addivenuto il Tribunale o il Giudice di pace nel primo giudizio. Con la sentenza di riforma, inoltre, il giudice di secondo grado deciderà se la controversia è da considerarsi conclusa definitivamente oppure dovrà essere rinviata al giudice che ha emesso la pronuncia di primo grado, ma ciò è legato ai casi tassativamente previsti.

Si ha una sentenza non definitiva, quando il giudice dell’appello si limita a valutare questioni preliminari o pregiudiziali di merito, fornendo le indicazioni sul prosieguo mediante ordinanza.

L’ ordinanza, infine, decide sulle questioni relative ai mezzi istruttori, che possono riguardare l’assunzione di una nuova prova o la rinnovazione di prove già istruite. Il giudice per mezzo dell’ordinanza indica con quali modalità proseguirà il giudizio, che in ogni caso dovrà sempre concludersi con una sentenza.


note

[1] Artt. 339 e ss. cod. proc. civ.

[2] Art. 440 cod. proc. civ.

[3] Art. 618 cod. proc. civ.

[4] Art. 420 bis cod. proc. civ.

[5] Art. 113 cod. proc. civ.

[6] Art. 340 cod. proc. civ.


2 Commenti

  1. In sentenza d’appello quanto conta la “furbizia” dell’avvocato? Mi spiego con esempio:
    Migliaia di persone fanno ricorso al Tar per ottenere, in ambito scuola, il passaggio dalla III fascia alla II, passa il ricorso e chi è passato in II fascia “salta” la graduatoria di III fascia e si pone in vantaggio per essere chiamato a lavorare. Il MIUR si oppone in appello e si è in attesa della data ma nel frattempo chi ha vinto il ricorso sta lavorando. Nell’attesa che si fissa la data dell’udienza, contemporaneamente, il MIUR vince numerosi altri ricorsi per cause simili di altri avvocati, che rimandano in III fascia chi aveva fatto il “salto”. Ecco la DOMANDA sull’atteggiamento di qualche avvocato: Visto che ormai la tendenza delle sentenze in appello danno sempre ragione al MIUR, cosa succede SE l’avvocato, non so con quale scusa o pretesto, si ritira, non si presenta all’appello, per non avere una sentenza quasi sicuramente negativa per i suoi clienti? Questa domanda sui gruppi facebook porta a tante risposte. Cosa succederà realmente? E’ vero che con questo “escamotage” l’avvocato ottiene la conservazione del posto di lavoro per i suoi clienti al contrario di chi in appello, perdendo la causa, doveva lasciare il posto ai colleghi di III fascia con graduatoria avanti? Grazie per l’eventuale risposta.

    1. Non so ! la Sentenza della Corte di Cassazione -SS.UU: civili- del 11.04.2018, n.8985 e in data 9.03 – 25.05.2010, n.12764 e le pronunce del Consiglio di Stato -sez. VI- sentenza 29.05.2012, n.3182 e sentenza sul ricorso numero di reg. gen. 2936 del 2012,
      cambieranno l’orientamento delle Corti d?Appello ???
      e per la mancata attribuzione della fascia retributiva super. perchè cassati dal servizio prima della tardiva D.D.x l’avvio della procedura (vedi Sent. del 11.04.2018, n.8985) ???

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