Diritto e Fisco | Editoriale

Oblio su Internet e libertà di stampa: bisogna tutelare anche i cittadini

31 maggio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 maggio 2012



Diritto all’oblio: un problema di cui si parla troppo poco e che, invece, sta per soppiantare le vecchie pratiche legali. Dove finisce la libertà di stampa e di espressione e comincia la tutela dei cittadini?

La libertà di stampa e di informazione sono sacre e inviolabili: ma a pensarlo e, quindi, a scriverlo sono sempre i giornalisti. Evidentemente, il nostro Paese non ha ancora digerito le censure del ventennio fascista, perché ogni volta che si parla di paletti al diritto-dovere di stampa c’è sempre qualcuno che grida indignato. Non bisogna dimenticare però che, con Internet, dall’altro lato della bilancia non c’è la tutela di un regime politico, ma milioni di cittadini.

È il problema del diritto all’oblio, di cui si parla troppo poco e che invece, in un vicinissimo futuro, occuperà gli scaffali di noi avvocati al posto degli attuali recuperi credito o delle vertenze condominiali. Tra breve, il cliente si rivolgerà al legale per ottenere la “pulizia” delle pagine internet.

Mi riferisco a tutti i casi in cui il nome di un soggetto, collegato a un fatto di cronaca, venga riportato su decine (a volte centinaia) di siti e lì rimanga per sempre, pronto per essere ripescato da Google o da chiunque digiti il suo nome su una stringa di ricerca. Un’eterna gogna elettronica. Né vale che intervenga, da parte del giornalista, una rettifica o la menzione di una successiva sentenza di assoluzione: Google infatti pesca le notizie non già in ordine cronologico, bensì in base ai “click” che la pagina riceve. E certo fa più “rumore” la notizia di un avviso di garanzia che una sentenza di assoluzione. Conseguenza pratica: il sito che parla del rinvio a giudizio di Tizio sarà nella prima pagina di Google, mentre la notizia della sua assoluzione si troverà nella ventesima. L’indicizzazione dei motori di ricerca è così: premia spietatamente le notizie più popolari.

La stessa cosa vale anche nei confronti di chi non abbia mai riportato un’assoluzione e sia stato condannato in via definitiva. Anche per questi, la legge italiana prevede un “diritto all’oblio” , cioè ad essere “dimenticato”. La pubblicazione di una notizia, per essere lecita, oltre a veritiera e di pubblico interesse, deve anche essere attuale. Ripescare un fatto di cronaca di svariati anni fa è illecito e danneggia il reo. La pena, infatti, ha una funzione rieducativa e deve promuovere la reintegrazione sociale del condannato: ciò, però, non sarebbe mai possibile se la società, in ogni momento, potesse conoscere l’altrui fedina penale. Internet fa sì che qualsiasi condannato, sia pure per oltraggio al vigile urbano, sia poi costretto, per tutta la vita, a camminare con un cartello al collo con scritto: “Io sono stato un criminale”. È di poco tempo fa la prima pronuncia della Cassazione che ha sottolineato l’obbligo di un diritto all’oblio su internet.

Dall’altro lato, è anche vero che abbiamo lottato coi denti affinché la giurisprudenza non equiparasse la stampa digitale a quella cartacea, estendendo alla prima tutti i controlli e i doveri della seconda, con conseguente autocensura di ogni blogger sulla rete.

Di recente, la Cassazione (nel famoso caso che ha visto vittorioso il giornalista e amico Carlo Ruta) ha precisato che i blog non sono tenuti a sottostare alla legge sull’editoria e, quindi, non devono essere registrati in Tribunale, né sono obbligati ad avere un direttore responsabile. Diversamente, si sarebbe imposto un onere (in termini anche economici) troppo elevato per la numerosa stampa “dilettantistica” presente sulla rete, compromettendo la pluralità e l’indipendenza di informazione.

Ciò detto, però, l’assoluto “anonimato”, che così si viene a creare a favore di chiunque scriva notizie sul web, rischia di pregiudicare in modo ulteriore le già sottili tutele del cittadino. Parlo di nuovo per esperienza professionale: a volte è assai difficile inviare una lettera legale al titolare di un sito o di un blog che abbia pubblicato una notizia non vera, o non rettificata o che leda il diritto all’oblio. Chiunque può aprire un blog (per esempio con Blogspot, piattaforma concessa gratuitamente da Google). Ma, all’atto dell’inserimento degli estremi anagrafici, nessuno controlla che essi siano veritieri; peraltro, non sempre il nome del titolare appare poi sul layout della pagina web. A chi scrivere, in questi casi, quando si affaccino ipotesi di violazione di diritti costituzionali nei confronti di cittadini diffamati? La questione, ancora, non viene avvertita dalla collettività nella sua portata, ma – questo succede ai cittadini italiani – perché ci si possa accorgere di un problema è necessario provarlo sulla propria pelle.

Da ultimo si ci è messa anche la Corte Europea dei diritti dell’uomo che, con la sentenza Kaperzy-Ski contro Polonia, depositata il 3 aprile 2012 [1], ha stabilito che imporre un obbligo di rettifica a carico del giornalista e, conseguentemente, prevedere sanzioni penali nel caso di rifiuto costituisce una violazione del diritto alla libertà di espressione (garantito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Nel caso deciso dalla Corte, un giornalista era stato condannato e sospeso dalla professione perché aveva pubblicato un articolo sugli impianti di trattamento dei liquami nel comune di Ilawa (Polonia), evidenziando i rischi per la salute pubblica e l’incompetenza dell’amministrazione comunale, e in particolar modo del sindaco, nell’affrontare il problema.

Non è tutto. Il collega Guido Scorza ha recentemente lanciato un allarme circa il disegno di legge presentato dai senatori Pinzger e Thaler Ausserhofer. Esso prevede che il gestore del sito internet che non rimuova entro sette giorni dalla richiesta del soggetto leso un commento di contenuto illecito è responsabile in solido con l’autore della comunicazione stessa. Inoltre, se la comunicazione è in forma anonima, è responsabile il gestore del sito internet salvo che egli non comunichi al soggetto leso, entro sette giorni dalla richiesta, le generalità dell’autore della stessa.

Giustamente, il commentatore faceva rilevare come norme di questo tipo aprano le porte a una giustizia privata della rete altamente liberticida: il gestore del sito, al fine di evitare un contenzioso e delle gravi sanzioni, potrebbe essere indotto a cancellare in autonomia, e senza l’intervento di un giudice, il contenuto presumibilmente lesivo dalla pagina.

Lo scenario che si apre, dunque, non è di facile soluzione e richiede, al momento, una valutazione caso per caso.

 

 

note

[1] Ricorso n. 43206/07.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI