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La ragionevole durata del processo esecutivo

29 maggio 2012


La ragionevole durata del processo esecutivo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 maggio 2012



In una illusoria e irrealizzabile società si potrebbe prevedere che una sentenza (un ordine) fosse immediatamente e spontaneamente eseguita dal destinatario, senza ostruzione alcuna, solo perché data “in nome del popolo”, anche se essa comporta un grave pregiudizio per i suoi interessi economici.

Ma, poiché non è così, tutti gli ordinamenti – chi più, chi meno – prevedono, accanto al giudizio che mira ad accertare chi ha ragione e chi ha torto (giudizio di cognizione) un altro giudizio tendente al concreto soddisfacimento del diritto affermato con la decisione del primo.

Si tratta di uno strumento essenziale e irrinunciabile per la tutela dei diritti del singolo, assicurata dallo Stato tramite l’autorità giudiziaria. Esso si chiama: “processo esecutivo”.

In un sistema di tal fatta, il cittadino portatore di un titolo esecutivo (tale è, per es., una sentenza di condanna nei confronti di un suo debitore) ha diritto ad ottenere dallo Stato le attività necessarie all’esecuzione forzata del provvedimento, comprese quelle relative all’uso della forza pubblica.

Si tratta, dunque, di un processo vero e proprio, nel quale gli interessati (di norma: creditore e debitore, cioè colui che ha interesse a far eseguire una sentenza e colui che ha interesse a  vanificare tale esecuzione) fanno valere le loro ragioni davanti al giudice competente, quanto meno per il preciso rispetto delle regole alle quali si è obbligati per l’esecuzione di un titolo.

Tuttavia, le due parti contendenti hanno quasi sempre un interesse in comune: che, cioè, il processo esecutivo abbia una durata ragionevole.

La garanzia della “ragionevole durata del giusto processo”, enunciata dall’art. 111 della nostra Costituzione, è stata postulata fin dalla Convenzione Europea del 1950 come una componente primaria del diritto al processo, uno dei diritti inviolabili dell’uomo.

Dunque, il diritto alla ragionevole durata compete sia a ciascun creditore che al debitore, ed anche al fallito.

La c.d. “legge Pinto” prevede la possibilità di ottenere da parte dello Stato un risarcimento, che la legge in questione chiama “equa riparazione”, per il ritardo con cui lo Stato stesso fornisce una definitiva risposta della domanda di giustizia del cittadino.

Il termine di ragionevole durata è stato indicato approssimativamente in tre anni per il processo di cognizione di primo grado. È obiettivamente più difficile determinare la ragionevole durata di un processo esecutivo. Tuttavia, nel computo della durata complessiva di esso vanno inclusi anche i tempi impiegati per la risoluzione dei giudizi di opposizione, nonché i tempi dipendenti dall’attività, o mancata attività, di altri organi dello Stato chiamati a concorrere o a contribuire alla definizione del procedimento, come le forze di polizia.

La “crisi” della giustizia, tradotta in un sistema giudiziario perennemente inefficiente (in particolare per quanto riguarda il processo civile) non ha impedito che lo Stato italiano fosse reiteratamente condannato per l’eccessiva durata dei processi.

di GIUSEPPE CALOMINO

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