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Miscellanea Cocaina Spa: tutti i segreti della droga. Intervista ad Antonio Nicaso

Miscellanea Pubblicato il 18 giugno 2012

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> Miscellanea Pubblicato il 18 giugno 2012

Cocaina: un mercato da 500 miliardi di dollari all’anno. L’intervista ad Antonio Nicaso, scrittore esperto di ‘ndrangheta.

Cresce il numero dei consumatori, diminuiscono i prezzi: chiamatela droga, polvere d’angelo, bamba, cocco, barella, piscia di gatto, neve; la cocaina resta la regina di tutti gli stupefacenti. Da bene di lusso delle classi ricche è oggi alla portata di ogni ceto; a Roma e Milano si vendono dosi da 10-15 euro per i ragazzini. Un giro d’affari di circa 500 miliardi di dollari l’anno, spartito tra mafia, broker, corrieri, pusher.

Ne ho parlato qualche giorno fa con Antonio Nicaso, noto giornalista, scrittore, ricercatore, uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta dei giorni nostri. Antonio è anche direttore della collana “Mafie” (Pellegrini Editore), che, nel 2010, ha pubblicato l’ottimo volume di Vincenzo SpagnoloCocaina S.p.A.”.

Antonio conosce e capisce i linguaggi più segreti della criminalità organizzata. Dialogare con lui significa entrare dentro le logiche oscure del male. Eppure il suo sguardo resta ancora quello di un ragazzino che ama viaggiare e studiare.

Nel corso della nostra conversazione, rubata a una mattina di lavoro, mi confessa come il numero dei consumatori di droga aumenti giorno per giorno. Negli anni ’80, il mercato sembrava saturo: tant’è che i trafficanti di cocaina si erano visti costretti ad abbassare i prezzi. Oggi, invece, il bacino di utenza si sta allargando: ci sono ben 250 milioni di nuovi consumatori provenienti della Cina. Ad essi si aggiungono anche le popolazioni dell’est europeo, il cui reddito medio è in crescita.

Mentre cerco, nelle sue parole, appigli per sperare in una futura vittoria della legalità, ricevo solo brutti presagi. Il mondo del crimine è ormai transnazionale, mi rivela Antonio con un piglio di pessimismo. Ciò che ci illudiamo di combattere fuori di noi è già dentro di noi.

La droga ha una dimensione macroeconomica che non è disciplinabile col diritto penale. La lotta alla criminalità deve fare i conti con Paesi diversi che non collaborano tra loro, sono lenti, incapaci di approntare una efficace rete di contrasto. Mentre le mafie si globalizzano, noi facciamo grande fatica a globalizzare le azioni di contrasto. Tanto per fare un esempio: nei paesi di common law (Gran Bretagna, Stati Uniti) fare parte di una associazione criminale non è reato; non è reato l’affiliazione, ma la partecipazione attiva. Da noi, invece, la semplice associazione mafiosa è punita. Quel che ci vorrebbe – ammonisce Antonio – è un diritto penale internazionale delle associazioni criminali. Se ci illudiamo di combattere la mafia qui da noi, ma non viene combattuta altrettanto duramente anche in Germania, Canada, Usa, non è possibile vincere: la criminalità, infatti, si sposta dove c’è carenza di strumenti legislativi.

Ormai il narcotraffico è una componente strutturale del capitalismo. In questo momento, il nostro sistema economico non si riesce a fare a meno dei soldi della droga. Questo vale ancor di più nei periodi di crisi. Le ingenti liquidità dei narcos stanno tenendo in piedi buona parte dell’economia globale.

Normalmente, i proventi della cocaina vengono depositati in banche offshore. Viene costituita, in un Paese estero, una società affidata a prestanomi; la società chiede un mutuo alla banca offshore, dando soldi in contanti come garanzia. Con i prestiti così ottenuti vengono realizzate infrastrutture e alberghi. La società paga solo una o due rate del mutuo e poi smette, con la tranquillità che il mutuo resta garantito dalle somme pagante in contanti. In questo modo si riesce a immettere nell’economia legale soldi apparentemente puliti. Mentre il mio amico scrittore mi svela una delle tipiche lavatrici del narcotraffico, non riesco a non pensare alle mie ultime vacanze in Messico, in un albergo di lusso pagato a pochissimo prezzo.

Chiedo ad Antonio quali siano i rapporti tra mafia italiana e produttori colombiani.

La ’ndrangheta, in realtà, è diventata essa stessa produttrice, mi risponde. Grazie alla sua struttura modellata secondo un network familiare, essa è come un fiume carsico che, muovendosi sotto traccia, riesce a infiltrarsi anche in zone nascoste.

La mafia è riuscita a spedire in Colombia, negli anni ’80, intere famiglie della locride. Queste si sono guadagnate la fiducia dei narcos, in quanto solvibili, credibili, con pochi pentiti, ma soprattutto grazie alla loro enorme credibilità sul piano finanziario.

Un certo Roberto Pannunzi, un broker della ’ndrangheta, riusciva ad acquistare grandi quantità di coca già solo sulla parola, senza anticipi. Le altre mafie, invece, per acquistare droga dovevano ricorrere al sistema dello “scambiarsi gli ostaggi”: lasciavano i loro uomini a “garanzia” del pagamento. Anche la mafia siciliana lo ha fatto, consegnando Salvatore Micieli, considerato il ministro degli esteri di Cosa Nostra.

Antonio, poi, passa a spiegarmi come avviene il tortuoso viaggio della droga dai paesi sudamericani a quelli europei. Oggi la produzione della cocaina si effettua soprattutto in Colombia, Bolivia, Perù. Da qui poi viene importata in Europa. Col tempo, però, per depistare i controlli, sono stati diversificati i luoghi di partenza. La “sostanza” non parte più solo dalla Colombia, ma ormai anche da Brasile, Argentina, ecc.

Anche le rotte si sono moltiplicate. C’è una rotta spagnola, una che coinvolge Rotterdam, Brema, Anversa, Costanza. L’approdo dei container cambia in continuazione.

Addirittura, la cocaina e l’eroina vengono consegnate “a domicilio” dai serbo montenegrini.

Ma la grande novità è quella dello stoccaggio nei paesi del centro Africa. La droga viene inviata dall’America latina a bordo di sommergibili – cosiddetti “porcellini” – costruiti in modo artigianale. Sono utilizzabili una sola volta, per un unico viaggio e costano mezzo milione di euro. Vengono lanciati dalle coste del Sud America in direzione dell’Africa centrale. Poi, la merce viene presa in consegna da imbarcazioni africane a largo di paesi centroafricani, dove c’è molta corruzione e dove esistono grandi stoccaggi di cocaina. La droga, quindi, arriva on demand in Europa.

A Livorno, Napoli, Gioia Tauro, invece, la droga arriva a bordo di container difficilmente individuabili. L’unica speranza per bloccare il traffico è di intercettare qualche conversazione; altrimenti è difficile controllare ogni container che approda.

Oggi il mercato della droga è una grande risorsa per le mafie. La ndrangheta per le droghe ha un fatturato di 30 miliardi su un fatturato di 44 (stima Eurispes del 2010).

Chiedo ad Antonio se esiste un cartello sui prezzi.

Ci sono rapporti privilegiati, mi corregge. Non tutti riescono a strappare lo stesso prezzo con i produttori-importatori. La ’ndrangheta è quella che, attualmente, riesce ad avere i prezzi migliori.

Quanto ai prezzi al consumo, invece, spesso intere famiglie della mafia creano un vero e proprio cartello per acquistare maggiori quantitativi di droga. Il prezzo viene normalmente stabilito in locali che fungono da “borse”, dove i broker incontrano i produttori.

La discussione si sposta poi sul rapporto tra le droghe tradizionali e le nuove droghe artificiali.

Antonio mi spiega che le mafie tradizionali si sono sempre interessate a cocaina, eroina e marijuana, hashish. Negli ultimi tempi però c’è una crescente attenzione per le droghe sintetiche. Il consumo di queste ultime sostanze sta aumentando; quindi, ultimamente, le mafie hanno creato rapporti di collaborazione coi gruppi criminali che producono tali stupefacenti (per esempio, in America quelle che se ne sono maggiormente interessate sono le bande di motociclisti e altri cartelli criminali non riconducibili a un gruppo etnico).

Anche gli indiani nativi gestiscono le riserve cuscinetto che sfuggono ai controlli, creando veri e propri corridoi tra Canada e Stati Uniti.

Una delle grandi minacce odierne è il partenariato criminale: si tratta di cartelli che mettono a frutto competenze ed esperienze, che vedono coinvolte mafie di diversa nazione e estrazione. Sono riuscite a trovare una lingua franca per comunicare.

Tutti i nostri discorsi terminano sulle prime pagine del libro di Vincenzo Spagnolo: “Cocaina Spa” (Pellegrini Ed.), un vero e proprio trattato moderno, acquistabile sia in formato cartaceo che in forma di ebook, ed a cui vi rinvio per gli ulteriori approfondimenti sul tema.

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