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Registratori e microspie vietati

6 novembre 2018


Registratori e microspie vietati

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 novembre 2018



Spiare le conversazioni e le attività di qualcuno senza essere presenti, che ci si trovi in una stanza chiusa o all’aperto, in luogo privato o pubblico, è reato e lede il diritto alla privacy.

Ormai registrare un video o un suono è cosa frequente. Possiamo farlo in ogni momento utilizzando strumenti anche molto sofisticati e in grado di essere camuffati per non dare nell’occhio. Ma quando i registratori e le microspie sono vietati? In quali luoghi è possibile utilizzarli? Nei confronti di chi? Passare da un’attività lecita ed una illecita alle volte è molto facile e il caso delle registrazioni è forse quello più frequente, perciò vediamo con precisione di cosa si tratta.

Quando è vietato registrare o filmare di nascosto?

Microspie, telecamere nascoste e registratori audio: in commercio esiste un’infinita gamma di prodotti e tecnologie in grado di farci ascoltare e vedere ciò che altri dicono e fanno pensando di essere soli. Non ne è vietato l’acquisto (su internet è facile trovare facilmente questi strumenti e a buon prezzo), né il loro utilizzo. Tuttavia bisogna stare attenti a non superare alcuni limiti.

Innanzitutto, è lecito l’uso segreto (all’insaputa dei presenti), purché l’utilizzatore sia egli stesso presente alle attività captate dalla strumentazione. Quello che la legge non consente, in pratica, è di nascondere la microspia in un certo ambiente (che sia una stanza di casa, un’auto, il luogo di lavoro) e andarsene, così da rivedere e riascoltare in un secondo momento. Ma procediamo con ordine.

Non è reato registrare una conversazione all’insaputa degli altri (ad esempio con il cellulare) a condizione che chi utilizza il registratore sia fisicamente presente alla discussione (per un approfondimento leggi “Registrare di nascosto quel che dice una persona”).

Non è necessario che quest’ultimo parli, apportando un proprio contributo alla conversazione, potendo anche solo ascoltare quel che dicono gli altri; l’importante è che la sua presenza sia percepita da tutti. Chi parla e conversa con altre persone accetta anche il rischio di essere registrato a sua colta da questi ultimi. Per cui, la registrazione di un dialogo, una confessione, un segreto riferito “a porte chiuse”, ma in presenza dello stesso soggetto che, in tasca, nasconde il registratore è una prova utilizzabile anche in un processo.

Di conseguenza, e al contrario, non è affatto lecito lasciare un registratore in una stanza e andarsene. Si tratta, in questo caso, di un’attività vietata dalla legge penale e, in quanto tale, costituisce reato. Così, è vietato nascondere una microspia nell’auto del proprio coniuge o di un proprio dipendente, lasciare il computer acceso in casa con la funzione “registrazione audio” attiva, in modo da captare quel che dice il marito o la moglie in propria assenza. È vietato uscire da una riunione per qualche minuto, ma con il cellulare acceso riposto sul tavolo, in modo da captare a distanza quello che dicono gli altri in quel momento di apparente riservatezza, ecc. Leggi: lasciare un registratore in una stanza e andarsene.

Insomma, registratori e microspie sono vietati solo nella misura in cui vengono utilizzati senza la presenza di chi li utilizza; quest’ultimo può registrare quello che dicono gli altri, anche a loro insaputa, a condizione che sia fisicamente presente in quel luogo (a tal fine, e per quanto riguarda la costruzione di una prova da utilizzare in n giudizio civile o penale, non ha bisogno di essere previamente autorizzato da un giudice o dalla polizia).

E se le immagini e le conversazioni vengono pubblicate?

Il fatto che la registrazione della conversazione o di una scena sia lecita, nei limiti che abbiamo visto, non vuol dire che possa essere diffusa o, peggio, pubblicata su internet. Lo scopo della possibilità di registrare è, infatti, quello di tutelare un proprio diritto (per questo è lecito registrare e filmare per creare una prova da esibire in giudizio) ed è escluso che si possa tutelare un proprio diritto non innanzi ad un giudice, magari usando un canale internet.

Lo scopo del consenso legislativo all’utilizzo di questi mezzi è anche quello di far esercitare un diritto costituzionale. Si pensi al diritto all’informazione. Questo permette anche di superare il limite del divieto di pubblicazione, infatti si consente ai giornalisti di pubblicare i propri lavori, che spesso sono su supporto digitale e consistono in registrazioni di audio e video anche all’insaputa dei presenti. Tuttavia bisogna dare atto di una recente decisione della Corte di Cassazione, che in merito alle interviste e le inchieste effettuate con registrazioni audio e video, carpite con strumentazione occultata (nella specie si trattava di una telecamera nascosta), ha stabilito che il giornalista deve sempre anticipare le modalità dell’intervista (se si svolgerà tramite riprese, registrazioni audio o semplicemente con l’ausilio di carta e penna), non potendo, quindi, utilizzare telecamere nascoste. La giustificazione di ciò è data dal diritto alla privacy, che non può essere violato e quindi non consente le registrazioni occulte neanche da parte degli organi di stampa e radiotelevisivi (a maggior ragione se i volti e le voci non vengono offuscati al momento della diffusione). Unica situazione in cui la Corte ammette la possibilità di usare questi strumenti nascosti è quella in cui il giornalista si trovi nella situazione di dover difendere la propria incolumità e lo faccia registrando la conversazione e le immagini, ma si tratta di una situazione eccezionale. [1]

La tutela dei diritti, lo si ricorda, può essere sempre richiesta innanzi a un giudice o a un’autorità amministrativa (ad esempio, davanti all’ispettore del lavoro o davanti al Prefetto), così saranno comunque vietate le attività di spionaggio che si risolvano nel costituirsi un “arma” di minaccia contro qualcuno, anche se dovesse servire per ottenere ciò che spetta di diritto (cosiddetta autotutela privata).

Quali sono le conseguenze penali per gli spioni?

Secondo la Cassazione penale [2] integra il reato di interferenza nella vita privata il comportamento di chi nasconde in casa un registratore audio, video o una microspia di qualunque genere per registrare quello che dice il marito o la moglie, il convivente stabile o anche quello occasionale. Spiare o intercettare con delle microspie una persona all’interno del domicilio, infatti, è sempre illecito.

Ma i reati contestabili a chi registra una conversazione in propria assenza possono essere anche altri: “cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”, “installazione di apparecchiature atte ad intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”. Chi venisse ritenuto colpevole rischierebbe dai 6 mesi ai 4 anni di carcere.

La giurisprudenza, in proposito, ha dovuto dare chiarimenti sulla differenza tra le registrazioni che avvengano in luogo pubblico e privato. È lecito registrare una conversazione tra presenti purché essa non avvenga tra le mura della privata dimora del soggetto registrato che sia ignaro di tutto. Infatti, se la registrazione avviene nella dimora del soggetto registrato oppure in altro luogo privato di pertinenza dello stesso (per esempio, l’abitazione del compagno o il luogo di lavoro), e se il registrante non è presente, si pone in essere il reato di illecita interferenza nella vita privata altrui.

Il partecipante ad una conversazione è sempre abilitato a registrarla, infatti il delitto scatta solo nel momento in cui a registrare la conversazione sia un terzo. Ciò perché la captazione delle parole e dei gesti dell’interlocutore, da parte del destinatario degli stessi, non può essere mai considerata indebita, costituendo solo una documentazione di quanto già appreso durante la conversazione (insomma, non meno che prendere appunti). In altre parole, la registrazione tra presenti è illegittima se avviene nella dimora, o comunque in un luogo attinente la vita del registrato, solo se ad effettuare la registrazione sia un terzo estraneo alla conversazione.

Al contrario, è sempre lecita la registrazione all’interno dell’abitazione del soggetto registrante, anche in sua assenza, oppure in qualsiasi luogo di pertinenza dello stesso (ad esempio all’interno della propria automobile o sul posto di lavoro) o ancora in una pubblica via o all’interno di un esercizio pubblico. In tali casi, infatti, non si pone in essere nessun reato e, secondo la Cassazione, chi dialoga accetta il rischio che la conversazione sia registrata. [3]

Tuttavia, anche nel caso in cui non ci si trovi in un luogo privato non è detto che la condotta del registrare o filare sia sempre lecita. Quando ci si trovi, ad esempio, in luogo pubblico frequentato da molte persone, si potrebbe porre in essere il reato di violenza privata qualora si registrino immagini attinenti alla vita privata. Un caso di questo genere è stato affrontato dalla cassazione, che ha risolto stabilendo che filmate con una telecamera nascosta le attività intime delle persone, anche se si trovano in un luogo pubblico, è vietato e costituisce il reato di violenza privata (nel caso di specie l’apparecchio era celato all’interno di un cestino per i rifiuti e posizionata davanti alle docce degli spogliatoi femminili della piscina comunale) [4].

Luogo privato e luogo pubblico. Quali differenze?

Abbiamo visto come una differenza fondamentale per stabilire ciò che è lecito e ciò che non lo è si ricava dai concetti di “privato” e di “pubblico”.

Qualsiasi cosa può essere pubblica o privata: le azioni, i luoghi, i beni. Sono solo alcuni esempi generici, ma la lista è molto lunga. Tuttavia ci sono delle situazioni in cui non è facile stabilire la natura pubblica o privata. Il caso più eclatante è quello dei luoghi.

Se certamente la nostra abitazione rappresenta un luogo privato, non è facile dire la stessa cosa per il nostro ufficio o l’abitazione del nostro compagno. Anche in tale contesto è intervenuta la giurisprudenza a fare chiarezza.

Deve ritenersi luogo di privata dimora la toilette di uno studio professionale, trattandosi di locale il cui accesso è riservato al titolare ed ai dipendenti dello studio ed è consentito a clienti e fornitori solo in presenza di positiva volontà del personale. Così ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha condannato la condotta posta in essere da uno dei titolari dello studio, che registrava le immagini delle impiegate tramite un telefono cellulare opportunamente occultato. La Corte ha precisato che la disponibilità del luogo anche da parte dell’autore della indebita interferenza non incide sulla sussistenza del reato, che mira a tutelare la riservatezza domiciliare della persona offesa: in poche parole si è stabilito che nonostante quel tipo di luogo fosse considerabile privato nei confronti del titolare, doveva esserlo anche per le impiegate, la cui riservatezza era di certo stata violata [5].

Più in generale il luogo di privata dimora è stato recentemente definito dalla giurisprudenza in un’importante sentenza della Cassazione a sezioni unite. Luogo di privata dimora è quello in cui si svolge la vita del soggetto. Così dovendosi intendere non solo l’abitazione, ma anche il posto di lavoro o l’automobile. Se in un certo posto trascorriamo parte del nostro tempo e lo utilizziamo come se fosse una “casa”, certamente viene integrata la definizione di privata dimora. [6]

Un po’ di casistica giurisprudenziale

Più di recente la Cassazione ha stabilito che si può punire anche con il licenziamento il dipendente che registra sul posto di lavoro una conversazione tra colleghi, alla quale anche lui partecipa, al fine di produrla in un giudizio contro l’azienda per la quale lavora. Nel caso di specie, della registrazione non era stato informato, quindi non era presente, il diretto interessato, cioè il titolare dell’azienda. [7]

Sempre i giudici della Cassazione, hanno sostenuto che non costituisce illecito disciplinare il tentativo del lavoratore di registrare una sua conversazione con il proprio superiore per utilizzarla nel corso di un processo civile. La registrazione audio di un colloquio al quale egli ha partecipato, infatti, rientra nell’ambito delle riproduzioni meccaniche, ammissibili nel processo civile e in quello penale. [8]

Cosa sono i captatori informatici?

Bisogna tenere in considerazione anche la recente normativa in materia di intercettazioni [9]. Tra gli strumenti utilizzabili per la ricerca della prova da parte dei giudici e della polizia giudiziaria è stato inserito anche il cosiddetto “trojan di stato”. Si tratta di un virus che gli inquirenti possono inviare ad un computer non solo per scoprirne tutti i segreti a distanza, ma anche per inviare comandi da remoto e quindi utilizzarne la webcam e i il microfono. Si tratta, a ben vedere, di un aggiornamento della normativa che permette agli investigatori (solo quelli pubblici: pubblici ministeri e polizia giudiziaria) di scandagliare a fondo la vita delle persone sottoposte a indagine per determinati tipi di reato, nonostante questo nuovo strumento sia molto invasivo e soggetto numerose critiche per il vulnus che provoca alla privacy dei cittadini (che anche se indagati ben possono essere dichiarati innocenti ed estranei al reato).

Ma questa possibilità è data solo a questi soggetti pubblici. I divieti che abbiamo fin’ora approfondito, infatti, si estendono anche ai software spia utilizzabili dai privati cittadini. Computer e smartphone sono da considerare “luoghi” privati sia per la definizione di privata dimora data dalla sentenza, già esaminata, della Cassazione, sia ai fini del codice della privacy. Per questa ragione è un reato utilizzare questi cosiddetti captatori informatici.

La privacy

Un nodo centrale della questione è costituito dal diritto alla riservatezza. La privacy di chi viene registrato o filmato, infatti, non è sempre lesa. È necessario considerare cosa sia la privacy e quali siano i diritti di coloro che acquisiscono determinati tipi di dati.

In particolare, integra il reato di trattamento illecito di dati personali [10] il diffondere, per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui, una conversazione documentata mediante registrazione (la Corte di Cassazione [11], si è espressa nel caso relativo al sequestro di una penna in cui erano incorporati un microfono ed una telecamera utilizzata da un investigatore privato per registrare alcune conversazioni all’insaputa dei suoi interlocutori).

note

[1] Cass. sent. n. 9235/2012.

[2] Cass. sent. n 28174/2015.

[3] Cass. sent. n. 27847/2015. Ciò che rileva ai fini della configurabilità del reato ex art. 615 bis c.p. è la violazione della riservatezza domiciliare della persona offesa e non già la disponibilità di quel domicilio anche da parte dell’autore dell’indebita interferenza. La previsione dell’art. 615 bis cod. pen. non richiede infatti che gli atti della vita privata oggetto delle captazioni illecite riguardino sempre e solo colui che abbia diritto di escludere altri dai luoghi di privata dimore ben potendo riguardare anche chi si trovi a frequentare quei luoghi, che privati in ogni caso sono, pur non essendone il dominus, senza che per questo possa venire meno la veste di persona offesa del titolare, comunque leso della abusiva clandestina ‘introduzione’ in un luogo di suo esclusivo dominio.

[4] Cass. sent. n. 16629/16.

[5] Cass. sent. n. 27424/2014.

[6] Art. 167, d.lg. 30 giugno 2003, n. 196.

[7] Cass. sent. n. 18908/2011.


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