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Prodotti falsi: non sempre è reato. Assolti gli extracomunitari ambulanti

13 giugno 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 giugno 2012



Non ricorre reato di contraffazione se l’imitazione del prodotto originale è grossolana e rende evidente al consumatore che si tratta di un falso. 

Non è più reato la vendita di prodotti falsi, su teli adagiati per strada e a prezzi irrisori, allestita da ambulanti extracomunitari. Il ragionamento a cui è approdata di recente la Corte di Appello di Palermo [1] è condivisibile e val la pena di essere spiegato.

In generale, chi importa o commercia prodotti falsi ne risponde penalmente [2]. È il caso, per esempio, di chi vende su Internet orologi che riproducano fedelmente il disegno e il logo di altri più noti.

Dal lato invece del consumatore, la giurisprudenza ha chiarito [3] che acquistare prodotti contraffatti non costituisce reato penale, ma solo un normale illecito amministrativo.

Non sempre, però, nel caso di vendita o acquisto di prodotti falsi, si commette illecito.

Il reato (per il venditore) o l’illecito amministrativo (per l’acquirente) non ricorrono nel caso in cui il falso sia “grossolano”: cioè sia talmente evidente – anche per un osservatore medio, attraverso una valutazione superficiale dell’oggetto – da non trarre in inganno e non indurre in errore il consumatore sulla effettiva provenienza del bene [1].

Difatti, il reato di contraffazione tutela, non tanto l’azienda titolare del marchio falsificato, quanto piuttosto il mercato: si tratta di una garanzia nei confronti dei consumatori, affinché questi – associando uno specifico marchio a una determinata azienda – siano posti nella condizione di risalire subito all’origine del prodotto, alle sue qualità, al suo valore.

Quando però non v’è alcun rischio di cadere in errore, allora non v’è neanche l’illecito. Il falso grossolano è infatti “innocuo”: non trae in inganno il consumatore e, di conseguenza, non crea alcun danno.

Per esempio, non vi è illecito se, nella confezione del prodotto, si indica chiaramente che si tratta di un falso [4].

Secondo la Corte di Appello di Palermo [1], non vi è neanche illecito nel caso dell’extracomunitario colto a vendere oggetti falsificati, messi in mostra su un telo adagiato a terra, a prezzo irrisorio. Anche in base alle modalità di esposizione della merce e alle condizioni di vendita (nessuno immaginerebbe mai che un Rolex possa essere offerto a 15 euro e fuori da una gioielleria), oltre che alla manifattura di scarso pregio, la falsificazione deve essere considerata grossolana e quindi tale da non trarre in inganno gli acquirenti. Questi ultimi, infatti, anche se dotati di una normale avvedutezza, possono ben accorgersi del falso ed evitare l’acquisto.

 

note

[1] C. App. Palermo, sent. n. 980/12.

[2] Art. 474 c.p. Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi: “Chiunque, fuori dei casi di concorso nei delitti preveduti dall’articolo precedente, introduce nel territorio dello Stato per farne commercio, detiene per vendere, o pone in vendita, o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a lire quattro milioni.

Si applica la disposizione dell’ultimo capoverso dell’articolo precedente”.

[3] Cass. sez. un. sent. n. 22225/12 del 08.06.12.

[4] Cass. sent. n. 47081/2011.


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3 Commenti

  1. ANABLABE: TEORIA DELL’ANCORAGGIO DEL REATO A UN CONCRETO DANNO ARRECATO.
    L’ultima strategia costituzionalizzante del sistema penale invocata nella sentenza anticopyright è la teoria del danno, di elaborazione giurisprudenziale. Ritiene che il reato non sussista quando in concreto il fatto-reato non abbia portato alcun danno.

    L’elaborazione principale si è verificata in materia di falso innocuo o grossolano come matrice scriminante in particolare nella vendita di prodotti con marchio contraffatto.

    Nel campo dei reati merceologici la Suprema Corte ha più volte affermato che la vendita di prodotti griffati e chiaramente contraffatti costituisce un falso grossolano ed è, quindi, un non-reato. Infatti, quando la grossolanità è rilevabile facilmente da chiunque, ne deriva l’inidoneità dei marchi stessi a trarre in inganno una persona di media esperienza e diligenza. La sentenza della Cassazione n. 2119/2000(Sezione Quinta Penale – Presidente N. Marvulli – Relatore L. Toth) fa rilevare l’insussistenza del reato nel caso di scarsità qualitativa della cosa venduta o di prezzo eccessivamente basso rispetto al prezzo comune di mercato, tali per cui l’acquirente di media esperienza sia consapevole del fatto che il prodotto non può provenire dalla ditta di cui reca il marchio. “Né si può ignorare sul piano dell’attuale costume che l’offerta da parte dei venditori ambulanti di prodotti griffati è ormai accolta dalla clientela con un diffuso e sottinteso scetticismo circa l’autenticità dei marchi, con un’accettazione implicita della provenienza aliena dei prodotti stessi, dato il loro prezzo e l’evidente approssimazione dei segni a quelli effettivi che la clientela di comune esperienza ben conosce nelle reali caratteristiche distintive”.

    Anche in tale materia ho emesso sentenze assolutorie, stavolta in maniera non originale come per la sentenza anticopyright, ma richiamandomi a una giurisprudenza ancora valida della Cassazione[5]. Ho specificato, comunque, completando che: “In reati di questo tipo solo in ipotesi di contestata e provata truffa o frode in commercio consumata, si può vincere la presunzione favorevole che i prodotti de quibus non riescono ad ingannare i consumatori sulla genuinità dei marchi”.

    Orbene in parallelo con le pronunce merceologiche della Cassazione la sentenza anticopyright si richiama a progetti di legge dove la teoria del danno viene portata avanti in maniera esplicita là dove afferma:

    “L’azione di depenalizzazione strisciante e non legalizzata del fenomeno trova appiglio de iure condendo nei lavori della Commissione ministeriale per la riforma del codice penale (istituita con d.m. 10 ottobre 1998) che nel progetto preliminare di riforma del codice penale avanzò il principio della necessaria offensività del fatto, e soprattutto, quello della sua irrilevanza penale.

    La Commissione prese innanzitutto atto del fatto “che il principio di necessaria offensività costituisce ormai connotato pressoché costante dei più recenti progetti riformatori”. Esso ha trovato ingresso nello schema di legge-delega Pagliaro, che in uno dei primi articoli, collocato non a caso subito dopo la enunciazione del principio di legalità, invita a “prevedere il principio che la norma sia interpretata in modo da limitare la punibilità ai fatti offensivi del bene giuridico” (art. 4 comma 1). Ed è stato enunciato a tutto campo nel Progetto di revisione della seconda parte della Costituzione, licenziato il 4 novembre 1997 dalla Commissione Bicamerale: “non è punibile chi ha commesso un fatto previsto come reato nel caso in cui esso non abbia determinato una concreta offensività”.

    E’ quella che abbiamo chiamato con termine di neoconio dal greco, anablabe.

    La Commissione riteneva che, al di là delle opinioni specifiche di ciascuno sulle modalità di inserimento di tale principio nel codice, le posizioni sopra enunciate esprimessero l’esigenza insopprimibile di ancorare, anche visivamente, la responsabilità penale all’offesa reale dell’interesse protetto, nel quadro di un diritto penale specificamente finalizzato a proteggere i (più rilevanti) beni giuridici.

    Ritornando all’ipotesi dei cd contraffatti venduti per strada, anche sul campo della concreta offensività la New economy ha dimostrato come addirittura la diffusione pressoché gratuita delle opere artistiche acceleri paradossalmente la vendita degli altri prodotti smistati nei canali ufficiali. E, se ciò vale nello spazio virtuale di Internet, deve valere anche nello spazio materiale con vendita massiccia di prodotti-copia per strada che alimentano l’immagine e la vendita dello stesso prodotto smistato in via “legale””. Per tali vie del commercio intelligente non solo non c’è danno nella vendita di quei cd ma c’è addirittura vantaggio per la casa madre produttrice.
    Insomma la Cassazione e la Sentenza Anticopyright vanno alla sostanza delle cose. Là dove non c’è danno, o c’è addirittura vantaggio secondo i canoni della New Economy, è inutile perseguire penalmente.
    http://www.antiarte.it/eugius/legittima_difesa_sociale.htm
    Per un’ampia giurisprudenza assolutoria in materia vedi http://www.antiarte.it/eugius/pro_vu_cumpra.htm

  2. Preg.mo avv. ho acquistato dei capi che pensavo essere Dsquared originali, invece mi sono giunte delle scarpe di pura plastica e imitazion della felpa , provenienti dalla Cina. Siccome ho speso 212 euro, ho chiesto il rimborso, ma, al momento non ho ancora ottenuto risposta.
    Esiste reato in questi casi? C’è una tutela per il cittadino fregato? Esiste una legge in materia? e a chi ci si rivolge in questi casi? prof.ssa Giovannetti

    1. Immagino che Lei abbia anche esercitato il diritto di recesso oltre a denunciare l’inadempimento contrattuale. Spero anche che lo abbia fatto con raccomandata a.r. Per la sussistenza della truffa bisognerebbe verificare le modalità con cui è stata prospettata la vendita (ossia se sussistono gli artifici e raggiri che, dolosamente, l’hanno indotta a credere che avrebbe acquistato altra merce). Se ciò non è avvenuto (nella quale ipotesi Lei potrebbe sporgere una querela alle competenti autorità) non le resterebbe che un’azione civile per l’inadempimento contrattuale, la restituzione della somma versata e l’eventuale risarcimento se da ciò ha subito un danno ulteriore. In questo secondo caso, se nessuna risposta riceverà alla raccomandata, è necessario che si rechi da un avvocato.

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