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Editoriali Appello non più per tutti: il nuovo filtro al codice di procedura civile

Editoriali Pubblicato il 15 giugno 2012

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> Editoriali Pubblicato il 15 giugno 2012

In arrivo il nuovo filtro di inammissibilità in appello.

Forse già questo venerdì, il Consiglio dei Ministri approverà il nuovo Decreto Legge Sviluppo in materia di giustizia, rendendo immediatamente operativa quella che sarà una vera e propria mannaia su tutti i giudizi di appello.

In particolare, vengono inseriti, all’interno del codice di procedura civile, due articoli [1] che stabiliscono forti limiti alla possibilità di intraprendere un secondo grado di giudizio. Sta per essere introdotto quello che si suole definire “filtro di inammissibilità”: il giudice d’appello, alla prima udienza, prima ancora di passare all’analisi del merito, farà una veloce e sommaria valutazione della causa. Se riterrà l’appello poco fondato (la norma dice: senza “una ragionevole probabilità di essere accolto”), allora lo rigetterà in tronco e chiuderà il processo. Diversamente, la causa andrà avanti [2] secondo le regole normali.

Questo filtro verrà applicato per ogni tipo di causa, salvo due risicate eccezioni [3] e consentirà  al giudice di rigettare l’appello senza emettere una sentenza vera e propria, ma solo con un provvedimento (ordinanza) “succintamente motivato”.

Il “doppio grado di giudizio” sarà dunque una lontana e astratta garanzia, una norma programmatica (come quelle della Costituzione che stabiliscono il diritto al lavoro).

È facile pensare al magistrato indolente e spesso esasperato dalla mole di contenzioso sulla scrivania, sopraffatto da un ruolo di cause superiore alle proprie possibilità, che si liberi agevolmente di qualche fascicolo dichiarandolo infondato. “Agevolmente” perché non sarà tenuto a fornire neanche dettagliate motivazioni. Con buona pace, per l’utente della “giustizia”, di avere una terza possibilità di revisione della sentenza. Una ghigliottina francese sommaria e senza possibilità di riesumazioni.

Non solo. C’è anche il problema dei “giudici di pace”: giudici non togati (cioè che svolgono l’attività in forma “non professionale”), contro le cui decisioni – spesso caratterizzate da imbarazzanti interpretazioni del diritto – c’è la sola speranza di un giudice di professione, quello cioè dell’appello. Che però, da domani potrebbe venire a mancare.

E dall’altro lato, contro le decisioni del Tribunale, emesse da un giudice unico, solo l’appello offre la garanzia di una collegialità più ponderata.

Ma tant’è. Se la giustizia è fallita, non ha molto senso anche adesso parlare di un secondo grado. Già oggi, le cause di appello – per quanto caratterizzate da assenza di istruttoria (salvo infatti ipotesi particolari, le prove vengono svolte solo in primo grado) – durano non meno delle cause di primo grado. Il che ci rende ancora una volta inadempienti agli obblighi imposti dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. I processi devono terminare entro sei anni per rispettare il principio di ragionevole durata del processo: tre anni per il primo grado, due per il secondo e uno per la Cassazione. Da noi, invece, sei anni sono appena sufficienti per completare il primo grado.

Qualcuno disse che uno Stato si regge su due pilastri: la giustizia e l’istruzione. Non sta a me dire quale dei due sia già crollato da tempo. Se non entrambi…

 

 

note

[1] Artt. 348-bis e 348-ter c.p.c.

[2] L’art. 348-ter specifica poi che contro il provvedimento di primo grado può essere proposto ricorso per cassazione nei limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello. In tal caso, il termine per il ricorso per cassazione avverso il provvedimento di primo grado decorre dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilità. Si applica l’articolo 327, in quanto compatibile.

[3] Restano esclusi dal filtro le cause in cui vi sia l’intervento del pubblico ministero (Art. 70 c.p.c.) e i casi di “procedimento sommario di cognizione” (Art. 702-bis), assai poco usato.


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6 Commenti

  1. Non so se dalle sue latitudini, quali che siano, svolazzino nell’etere delle aule di giustizia interpretazioni estemporaneamente rese da improvvidi giudici di pace, che costituiscano per loro motivo di imbarazzo. Da operatore qualificato della giustizia quale lei è, dovrebbe a mio avviso quanto meno fare un uso limitato di pregiudizi e stantii stereotipi. Credo che l’imbarazzo per una interpretazione giurisprudenziale possa essere un sentimento che potrebbe provare qualsiasi giudicante, a prescindere dal suo inquadramento formale. Nel caso, come sembrerebbe, sia nelle sue intenzioni fare dell’informazione, credo anche che una buona regola cui attenersi sarebbe quella di evitare un uso comodo ma discutibile del “sentito dire” o di generalizzare e dogmatizzare concetti banalizzanti . Tra l’altro, ben dovrebbe sapere che la maggior parte delle mitizzate interpretazioni giurisprudenziali discutibili della magistratura di pace risalgono ad epoche in cui diversi da quelli attuali erano i criteri di reclutamento. Sicuramente, l’elevatezza delle questioni da Lei trattate come giurista non le consentirà una frequentazione delle aule della giustizia minore. Se ritiene di persistere nelle sue velleità di comunicatore, non sarebbe comunque male che un’affacciatina in quelle aule di tanto in tanto la faccia: si accorgerebbe che la maggior parte delle professionalità presenti tra i giudici di pace differisce da quella dei magistrati di carriera solo da un punto di vista meramente formale.

  2. Riguardo poi alla “sola speranza di un giudice di professione, quello dell’appello”, duole doverLa disilludere al riguardo. Tale speranza è già disattesa da tempo. Infatti, nella maggior parte dei Tribunali,il giudizio di appello è affidato a G.O.T. giudici ONORARI di Tribunale e non a giudici professionali, Questi ultimi, volentieri delegano parte del loro lavoro a questi “precari ” della giustizia, che al contrario dei giudici di pace non sono però inquadrati nell’ordinamento giudiziario. Ma non mi dilungo su questi particolari, ben noti ad un docente di procedura civile, Le auguro invece , in occasione di qualche suo illuminato intervento televisivo o radiofonico, che possa trovare adeguata ispirazione per qualche indovinato aneddoto o barzelletta avente ad oggetto la risibile figura del giudice di pace.

  3. Gentile Raffaele
    Voltaire diceva “Non sono d’accordo con le tue opinioni, ma difenderò sempre il tuo diritto ad esprimerle”.
    Non condivido il suo pensiero, né il sarcasmo usato, ma ugualmente l’ho inserito, e con gratitudine, perché mi consente di chiarire meglio il concetto espresso.

    Internet è il piacere di mettersi a confronto con umiltà, ma soprattutto democraticità, accettando le altrui idee ed esperienze: liberi dalla presunzione di pensare che la propria realtà sia quella obiettiva.

    Russell, in un memorabile passo, spiegava quali sarebbero state le conseguenze se, per magia, ci fosse data la possibilità di conoscere l’altrui pensiero. Dapprima l’uomo si allontanerebbe dalla società perché non riuscirebbe ad accettare quello che gli altri pensano di lui. Poi, sperimenterebbe la solitudine, male ben peggiore, e tornerebbe in società, ma con uno spirito nuovo e più umile.

    Il mio riferimento non era ai “giudici di pace” in quanto tali, ma ad una serie di esperienze (per le quali l’aggettivo “imbarazzante” era solo per togliermi dall’IMBARAZZO appunto, di usare espressioni più forti) vissute come avvocato. Esperienza quotidiana quindi, di chi – al contrario di quello che forse le ho dato a credere – non pratica le aule solo dai libri universitari, ma le vive giornalmente. Anche quelle che lei definisce “minori” e che “minori” in verità non dovrebbero essere posto che un diritto è tale in ogni sua dimensione (sia contro una multa che contro una banca).

    Di tali esperienze, ovviamente, posso offrirle prove documentali. Cosicché, per la prossima volta, avrà un ottimo bersaglio contro cui indirizzare il suo simpatico sarcasmo.

    Le sono grato, comunque, perché ha scelto questo portale per il suo contributo. Alla prossima.

  4. Ecco il testo del DL SVILUPPO

    Appello
    1. Al codice di procedura civile, libro secondo, sono apportate le seguenti modificazioni:
    a) dopo l’articolo 348 sono inseriti i seguenti:
    «Art. 348-bis (Inammissibilita’ all’appello). – Fuori dei casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilita’ o l’improcedibilita’ dell’appello, l’impugnazione e’ dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilita’ di essere accolta.
    Il primo comma non si applica quando: a) l’appello e’ proposto relativamente a una delle cause di cui all’articolo 70, primo comma; b) l’appello e’ proposto a norma dell’articolo 702-quater.
    Art. 348-ter (Pronuncia sull’inammissibilita’ dell’appello). – All’udienza di cui all’articolo 350 il giudice, prima di procedere alla trattazione, dichiara inammissibile l’appello, a norma dell’articolo 348-bis, primo comma, con ordinanza succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o piu’ atti di causa e il riferimento a precedenti conformi. Il giudice provvede sulle spese a norma dell’articolo 91. L’ordinanza di inammissibilita’ e’ pronunciata solo quando sia per l’impugnazione principale che per quella incidentale di cui all’articolo 333 ricorrono i presupposti di cui al primo comma dell’articolo 348-bis. In mancanza, il giudice procede alla trattazione di tutte le impugnazioni comunque proposte contro la sentenza. Quando e’ pronunciata l’inammissibilita’, contro il provvedimento di primo grado puo’ essere proposto, a norma dell’articolo 360, ricorso per cassazione nei limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello. In tal caso il termine per il ricorso per cassazione avverso il provvedimento di primo grado decorre dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilita’. Si applica l’articolo 327, in quanto compatibile. Quando l’inammissibilita’ e’ fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione di cui al comma precedente puo’ essere proposto esclusivamente per i motivi di cui ai numeri 1), 2), 3) e 4) dell’articolo 360. La disposizione di cui al quarto comma si applica, fuori dei casi di cui all’articolo 348-bis, secondo comma, lettera a), anche al ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello che conferma la decisione di primo grado.»;
    b) all’articolo 360, primo comma, e’ apportata la seguente modificazione: il numero 5) e’ sostituito dal seguente: «5) per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti.»;
    c) all’articolo 383 e’ aggiunto il seguente comma: «Nelle ipotesi di cui all’articolo 348-ter, commi terzo e quarto, la Corte, se accoglie il ricorso per motivi diversi da quelli indicati dall’articolo 382, rinvia la causa al giudice che avrebbe dovuto pronunciare sull’appello e si applicano le disposizioni del libro secondo, titolo terzo, capo terzo, sezione terza.»;
    d) dopo l’articolo 436 e’ inserito il seguente:
    «Art. 436-bis (Inammissibilita’ dell’appello e pronuncia). – All’udienza di discussione si applicano gli articoli 348-bis e 348-ter»;
    e) all’articolo 447-bis, primo comma, e’ apportata la seguente modificazione: le parole «e secondo comma, 430, 433, 434, 435, 436, 437, 438, 439, 440, 441,» sono sostituite dalle seguenti «e secondo comma, 430, 433, 434, 435, 436, 436-bis, 437, 438, 439, 440, 441,».
    2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere a), c), d) ed e) si applicano ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
    3. La disposizione di cui al comma 1, lettera b), si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

  5. Forse sono ottenebrato dal caldo e dal lavoro, ma mi sembra che la lettura della norma disveli una tigre di carta. Se la stanchezza non mi fa sfuggire qualcosa, il giudice di appello che sin dalla prima udienza potrà dichiarare l’inammissibilità dell’impugnazione sarà comunque – per gli appelli alle Corti – il collegio, non essendo più prevista la figura del consigliere istruttore di più risalente memoria ed essendo le Corti un giudice sempre collegiale. Dunque l’ordinanza di inammissibilità presupporrà che il relatore abbia letto l’impugnazione prima ancora della prima udienza e che inviti il collegio a riservare subito ordinanza invece di rinviare per la precisazione delle conclusioni.
    La collegialità è dunque insuperabile, almeno formalmente: i due componenti diversi dal relatore dovrebbero rilasciare un mandato in bianco a questi, ove egli suggerisca l’emanazione immediata dell’ordinanza di inammissibilità, e riservare tale ordinanza invece di disporre il rinvio ad altra udienza per la precisazione delle conclusioni.
    Insomma, se non vuole emanare un provvedimento abnorme perché totalmente immotivato – mentre la novella parla di motivazione succinta e non assente – il collegio e/o il relatore dovrebbero arrivare in prima udienza dopo aver letto almeno l’appello. Dovrebbero, in altri termini, fare subito il lavoro che oggi rimandano per anni.
    A me sembra che ci siano i presupposti perché tutto rimanga, nei fatti, com’è. Le Corti, giudici collegiali, continueranno ad usare la prima udienza come mero momento di smistamento verso la precisazione delle conclusioni ed i collegi leggeranno le carte che riterranno di voler leggere, cioè sia gli appelli sia le conclusionali o solo gli appelli: secondo la serietà e la buona volontà di ciascuno, così come oggi; serietà e buona volontà che rappresentano ancora la quasi totalità dei casi.

  6. Salve, Angelo Greco mi chiamo Stefano volpicelli e sono veramente contento di aver aperto questo sito internet e trovato questo forum di discussione. Non pensavo che esistessero avvocati dotati di personalità spigliata come la sua ma per giunta dotati di immensa cultura che ho avuto modo di constatare leggendo il forum di discussione è bello sapere ciò finalmente il diritto sta diventando anche cultura e grazie a lei non saremmo sempre accusati di essere dei praticoni viva la cultura viva il diritto che viva fra le genti “ubi societas ibi ius”.

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