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Editoriali Così Facebook supererà Google: le perverse ragioni del mercato

Editoriali Pubblicato il 25 giugno 2012

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> Editoriali Pubblicato il 25 giugno 2012

Facebook supererà Google: le ragioni del sorpasso sono scritte nel DNA dei due colossi e nelle logiche perverse del mercato della pubblicità. 

Su internet nulla è definitivo: ogni giorno crollano grattacieli e se ne costruiscono di nuovi alla velocità della luce. Il gigante Yahoo! è  stato spodestato da Google in meno del tempo di un “passaparola”. Un’arma così veloce, quella del web, da superare anche l’antico pettegolezzo di paese. Jean Charles scrisse una volta: “Quando Gesù resuscitò, si fece vedere da tre donne perché la notizia si spargesse prima”. Sicuramente, se avesse avuto Facebook, avrebbe messo un post sulla bacheca.

Google oggi detiene circa la metà del mercato mondiale della pubblicità online, pari a circa 80 miliardi di dollari. Il che peraltro sta solleticando la sospettosa inquisizione dell’Antitrust. Ma si tratta di un impero che, proprio perché così vasto e appetibile, è sempre attaccato sulle linee di frontiera.

Facebook, per esempio, cresce a vista d’occhio, con un potenziale economico da impressionare qualsiasi altro compètitor. Twitter incluso.

Il social network di Zuckerberg sta diventando, silenziosamente, un vero e proprio motore di ricerca: digitando una parola sulla stringa, i risultati non si limitano più ai profili degli utenti, ma includono anche i contenuti dagli stessi postati.

Ma quello che più preoccupa è che la piattaforma blu raccoglie i dati personali e quelli sensibili dei propri iscritti con una velocità e completezza da essere l’invidia dello stesso Google.

Basta un semplice “mipiace” su una pagina – pagina che, all’atto della creazione, è stata catalogata per oggetto, finalità e collocazione geografica – o l’indicazione di un “interesse” sul  profilo che Facebook associa automaticamente, a quell’utente, preferenze, gusti, desideri.

Faccio un esempio personale. Sul mio profilo ho indicato, tra le band seguite, i “Sonata Arctica”, un gruppo finlandese di hard rock poco conosciuto se non dai cultori del genere. Gli “Arctica” saranno, il prossimo luglio, in Italia. Ebbene, ogni volta che apro il “libro delle facce” compare subito la pubblicità del concerto romano.

Così, per ogni iscritto, il social network costruisce e conserva una scheda completa e “personalizzata” che Google stesso – su cui le ricerche avvengono in anonimato – non potrà mai avere: una scheda  costituita da età, sesso, residenza, professione, hobby, preferenze alimentari, musicali, ecc.

Con lo stesso sistema, Facebook è in grado di conoscere anche le inclinazioni religiose e le idee politiche dei suoi 250 milioni di iscritti, finendo così per raccogliere i cosiddetti dati sensibili, sui quali la nostra legge sulla privacy e, prima ancora, quella comunitaria, sono assai restrittive. In questi casi, infatti, la normativa richiede un consenso scritto e informato.

Dietro questo enorme database, stipato in California, c’è già una interminabile fila di aziende e intermediari della pubblicità. Le ricerche di mercato, che sino ad oggi avevano costituito una costosa voce di spesa sui bilanci delle aziende, grazie a Facebook diventano a buon mercato, accessibili a chiunque. È questa la vera forza di Zuckerberg, la ragione di quella sbandierata sicumera dietro il lancio in borsa di qualche settimana fa, che ha fatto la sopravvalutazione del titolo.

Ecco peraltro perché è stata da ultimo modificata la normativa italiana sulla privacy [1]. La nuova disciplina prevede l’obbligo di un consenso preventivo del netizen per l’installazione dei cookie destinati a rimanere dentro il suo pc, come zecche sanguisughe, parassiti del suo viaggio virtuale. Tutte le attività che comportano il monitoraggio online degli utenti – come appunto la registrazione di un profilo “utente”, creato sulla scorta dei click sulle pubblicità, applicazioni, fanpage, ecc. – dovranno essere autorizzate in anticipo dall’utente. In altre parole, è come se da oggi, le “telecamere” di registrazione debbano essere esposte in modo visibile e rese note a chiunque si imbatta sul sito.

Dovranno essere cambiati, poi, i cosiddetti disclaimer sulla privacy per essere sottoposti, in anticipo, all’utente, prima ancora della navigazione sul sito.

Tutto ciò non comprometterà di certo l’ascesa di Facebook e, se Google non si attrezzerà, l’ineluttabile ragione di un nuovo, storico, sorpasso.

 


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