Diritto e Fisco | Editoriale

Sigarette e risarcimento per il cancro: non c’è giustizia che tenga!

21 Giu 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Giu 2012



Fumatori ammalati di cancro a causa delle sigarette: è giusto che non debbano essere risarciti dalle aziende di tabacco?

Tra i tanti crimini contro l’umanità ai quali non mi sono rassegnato c’è la speculazione delle big del tabacco ai danni della salute altrui. Così come ancora non mi sono rassegnato alla sentenza dello scorso gennaio, con cui la Corte di Appello di Roma, respingendo il ricorso di alcuni fumatori ammalatisi di cancro, ha negato loro il risarcimento per i danni provocati dalle sigarette [1].

La Corte, in modo poco coscienzioso, ha applicato al diritto l’antico adagio: “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”. In buona sostanza, secondo i giudici, se il fumatore sceglie “liberamente” di fumare, nella “consapevolezza” dei pericoli che corre, compreso quello dell’assuefazione e della dipendenza, “non può dolersi dei danni che per tale via riceve, giacché, in definitiva, scegli volontariamente di procurarseli”. Insomma, come dire: “peggio per te”!

Orrori, più che errori.

Non tanto perché non si può parlare di una scelta “libera” e “volontaria” da parte del fumatore, quando è notorio che la dipendenza è causata, più che dal tabacco, dai componenti artificiali (catrame, ammoniaca, ecc.) ad esso mischiati dai produttori di sigarette. Una “tattica” produttiva volta ad aumentare la dipendenza e, quindi, incrementare gli incassi.

Come ha ben raccontato Grisham nel bestseller “La Giuria”, le compagnie del fumo hanno compiuto questa scelta in modo consapevole e doloso, pur sapendo i danni che essa avrebbe comportato.

Dov’è allora l’arbitrio del fumatore?

Peraltro, non si può parlare di scelte davvero “libere”, quando si è martellati dalla pubblicità, dagli stereotipi e dai condizionamenti sociali, spesso anche dalle famiglie dove si fuma in presenza dei minori.

Né si può parlare di “consapevolezza”, atteso che si comincia quasi sempre a fumare in un’età in cui di coscienza ce n’è poca.

“Consapevolezza” che non viene risvegliata neanche dall’avviso (“Nuoce gravemente alla salute”) sui pacchetti di sigarette. Sia perché, dapprima, esso viene percepito quando si è troppo giovani e, quindi, tutt’altro che prudenti. Sia perché, dopo, la dipendenza potrebbe essersi già sviluppata.

L’avviso inoltre è del tutto insufficiente a illustrare le effettive conseguenze della nicotina sulla salute. Per ogni medicina esiste un bugiardino interno alla confezione che, in modo a volte cinico, illustra tutte le eventuali – e anche remote – conseguenze del farmaco. Non comprendo invece la ragione per cui tale dettagliata informazione non debba essere inserita in un prodotto che “nuoce gravemente alla salute”.

Non è – dicevo – questo il vero punto della questione.

Quel che fa sconcerto, piuttosto, è come la Corte possa aver dimenticato il concetto di “diritti indisponibili”. Chi non ha studiato legge potrebbe ignorarne il significato. Per questo cercherò di riassumerlo in breve e, soprattutto, con terminologia spicciola.

Ci sono dei diritti considerati così “fondamentali” dal nostro ordinamento che la legge non consente al titolare di disporne (cioè di limitarli, rinunciarvi, venderli, regalarli, ecc.), neanche se ciò avviene in modo volontario e cosciente o dietro corrispettivo.

Per esempio, è indisponibile il diritto alla vita (non posso chiedere a un terzo di uccidermi). Sono indisponibili gli atti di disposizione del proprio corpo quando cagionino una limitazione permanente della integrità fisica (non posso vendere un occhio o un arto; per la cessione del rene è invece intervenuta una legge speciale ad autorizzarla).

Sono indisponibili alcuni diritti della persona come il diritto al nome, all’immagine, alla riservatezza, i diritti patrimoniali che scaturiscono da rapporti di famiglia (come il diritto agli alimenti), i diritti morali della proprietà intellettuale (non posso consentire a un altro di nominarsi autore della mia opera).

Insomma, è come se l’ordinamento si sostituisse al cittadino e dicesse per lui: “tu sei troppo debole per  decidere su questioni così importanti. Ci penso io al posto tuo”.

È persino indisponibile il diritto del lavoratore subordinato a una retribuzione minima (quella prevista dal contratto collettivo). Tant’è che, se anche il datore di lavoro si accorda col dipendente per erogargli una paga inferiore rispetto ai limiti di legge, e questi accetta, tali accordi sono “nulli” e il lavoratore può sempre recriminare il dovuto (salva la prescrizione).

Bene, se è indisponibile un diritto di natura economica come il salario, a maggior ragione lo è la salute, bene tutelato dalla costituzione. Se il titolare del diritto alla salute se ne vuole “spogliare”, non può farlo, così come non può farlo con un organo, col nome, con la busta paga. Ma questo, il Tribunale di Roma sembra ignorarlo, chiudendo un occhio anche di fronte al fatto che, dall’altro lato della bilancia, c’è una speculazione commerciale e non un atteggiamento filantropo (come nel caso di un volontario che offra il rene o il midollo a un malato). Qui c’è la cessione dei propri polmoni e di tutto il resto a chi, dietro, ne coltiva un bieco interesse monetario.

Anche ammettendo che una persona possa essere davvero consapevole e cosciente nel momento in cui prende il “vizio” del fumo, qualsiasi disposizione della propria salute non può essere mai valida. Questo lo hanno capito le aule della giustizia americana, che hanno più volte condannato i produttori del fumo.

Quel che non mi spiego, in definitiva, è perché, secondo i nostri giudici, nel caso del lavoratore subordinato lo Stato interviene e gli dice: “ti proteggo io: poiché hai accettato una cosa contraria al tuo bene, quel tuo consenso non ha valore e puoi ugualmente chiedere il risarcimento”; invece, nel caso delle big del tabacco, gli dice: “peggio per te!”.

Ecco, io non mi rassegno a questo! 

 

 

note

[1] Per un precedente di segno opposto, cfr. C. App. Roma, sent. n. 1015 del 7.03.2005.


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6 Commenti

  1. Mi hai convinta: inizialmente anche io ho pensato “peggio per loro”, ma non conoscevo il significato del diritto indisponibile!! Grazie del servizio che ci rendi 🙂

  2. Solo una cosa, se togliessero tutto quello che fa male nelle sigarette non pensi che ci sarebbe un’alzata di popolo perché le stesse non sarebbero più “buone”?
    Saluti D’Anna Silvio

  3. …ok d accordo, ma sbaglio o persino la droga(scusate la mia ignoranza, che in materia mi porta a vanto) se in dosi minime x uso personale nn porta pena o a conseguenze giuridiche? se così fosse, farei un passo indietro e comincerei dal basso, …dalla radice del male e non dalla cima!!!

  4. …x non parlare dell’alcool … L’alcolismo è una piaga sociale che causa morte, incidenti, malattie.
    Cosa mi dite dell’alcool, questo nn crea dipendenza? … altro che bugiardino .. questo si vende in strada, peggio delle sigarette di contrabbando, in bar, in negozio, al supermercato, in farmacia, e persino in erboristeria, SENZA DICITURA “nuoce,ecc ecc” e senza limitazioni verso i minori, come invece è fatto divieto ai venditori di sigarette di vendere ai minori di 14 anni … potrei dire molto altro ancora ma…ALLORAA…dicevo.. . dalla radice e non dalla cima!!!

  5. con una sigaretta accesa ti dico che hai ragione ugualmente…
    so cosa mi aspetta, ma non per questo è giusto.

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