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Il canone televisivo e l’imposta sul macinato

26 giugno 2012


Il canone televisivo e l’imposta sul macinato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 giugno 2012



L’abbonato che non abbia intenzione o non possa beneficiare della radioaudizioni e continui comunque a conservare l’apparecchio presso il suo domicilio (anche in cantina), deve presentare all’ufficio competente una domanda di risoluzione dell’abbonamento. 

Per pareggiare il bilancio dopo il disavanzo causato dalla guerra all’Austria, nel 1868 fu istituita un’imposta di 2 lire ogni quintale di grano macinato, di 1,20 lire per ogni quintale di avena, di 0,80 lire per il granturco, di 0,50 lire per gli altri cereali.

L’impopolarità dell’imposta raggiunse un picco storico, tanto da segnare il caso limite della possibilità di utilizzo della leva fiscale per il risanamento del bilancio in un regime che intende basarsi sul consenso popolare.

Le ragioni dell’avversione verso tale tributo appaiono fin troppo evidenti, incidendo su bisogni vitali, drammaticamente legati ai già poveri consumi del ceto rurale.

Altrettanta ostilità suscita il così detto canone radiotelevisivo, prelievo (modesto, per la verità, ma uguale per ricchi e poveri)  mai accettato dalla generalità dei consociati.

Anche se alcuni tribunali hanno sollevato questioni di incostituzionalità intese a rendere inoperante il prelievo, tali tentativi non sono stati seguiti dalla Cassazione e dalla Corte costituzionale, le quali hanno sempre trovato una giustificazione al tributo.

Nel 2010 la Commissione Tributaria Provinciale di Torino ha definito il canone televisivo come una prestazione tributaria che prescinde dal concreto utilizzo del servizio. Di conseguenza, l’abbonato che non abbia intenzione o non possa beneficiare della radioaudizioni e continui comunque a conservare l’apparecchio presso il suo domicilio (anche in cantina), deve presentare all’ufficio competente, prima della fine del mese di novembre, una domanda di risoluzione dell’abbonamento.

Inoltre, qualora il consumatore muti domicilio, residenza o abitazione, trasportando nel nuovo domicilio, residenza o abitazione l’apparecchio, deve denunziare, con raccomandata a.r., all’ufficio presso cui è iscritto come abbonato, tale cambiamento, entro venti giorni dal cambiamento stesso.

Se il contribuente-intestatario dell’abbonamento non fa ciò, e quindi non presenti domanda di risoluzione dell’abbonamento, né disdice l’abbonamento nei termini e secondo le modalità previste dalla legge, resta tenuto a corrispondere il canone annuale. Non rileverà quindi, per esempio, che a seguito di separazione coniugale, abbia dovuto trasferirsi presso parenti e amici, lasciando la mobilia e l’apparecchio televisivo nella casa assegnata al coniuge.

Per quanto possa apparire discutibile e formalistica, la sentenza in questione è sostanzialmente coerente alla legge. L’obbligo di pagamento del canone alla tv pubblica discende dalla mera detenzione – persino in zona non coperta dal segnale per mancanza di idoneo ripetitore – di un apparecchio che si caratterizzi per attitudine o adattabilità alla ricezione di qualsiasi emittente radiofonica o televisiva, italiana o straniera, pubblica o privata; di conseguenza, la competente amministrazione finanziaria è legittimata a pretenderne l’adempimento.

Lo stesso concetto è stato ribadito dalle Sezioni Unite della Cassazione [1] che hanno precisato che il canone RAI “non trova la sua ragione nell’esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente, da un lato, e l’Ente – la Rai, appunto – dall’altro, ma è una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio”.

Come poi abbiamo già detto di recente in un altro articolo, la Cassazione ha escluso che il canone possa costituire una forma di concorrenza sleale ai danni della tv privata.

di GIUSEPPE CALOMINO

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