HOME Articoli

Lo sai che? Si può vendere un cibo scaduto?

Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2018

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2018

Il supermercato può vendere un alimento scaduto, purché non sia deteriorato e ancora in ottime condizioni.

Sei andato al supermercato e, al banco frigo, ti sei accorto della presenza di alcuni alimenti con data di scadenza già superata. Si tratta di cibi, a tuo avviso, nocivi per la salute. La loro vendita potrebbe costituire una truffa ai danni del consumatore e un danno alla sua salute. Ecco perché pensi di andare subito a denunciare il fatto ai carabinieri o ai Nas (i nuclei anti sofisticazione). Prima però di procedere vuoi essere sicuro di quelle che possono essere le implicazioni della tua azione e se è davvero possibile vendere un alimento nel caso in cui la data riportata sull’etichetta alla voce «da consumare preferibilmente entro il…» sia spirata. In altre parole ti stai chiedendo se si può vendere un cibo scaduto.

Il reato di commercio di sostanze alimentari nocive non si configura attraverso la mera commercializzazione di prodotti alimentari con data di preferibile consumazione spirata, poiché tale reato sussiste laddove i prodotti abbiano, in concreto, la capacità di arrecare danno alla salute.  Purché sia in ottime condizioni e non deteriorato, un alimento scaduto può essere ancora venduto. O meglio, se si vende non si commette alcun reato. Occhio quindi a guardare la data riportata sul retro della confezione perché, se solo a casa ci accorgiamo che è ormai passato il giorno entro cui il produttore consiglia il consumo del prodotto, sarà più difficile ottenere la restituzione dei soldi spesi al supermercato. Possibile? Sì, se a dirlo è la Cassazione. Esistono sentenze piuttosto recenti ad affermare questo principio [1], l’ultima di qualche giorno fa [2]: i giudici supremi hanno sdoganato la vendita di alimenti scaduti purché non deteriorati. Il tutto, peraltro, in un periodo in cui si parla già tanto di lotta agli sprechi alimentari.

La vicenda

La vicenda vede coinvolto un venditore ambulante che aveva consegnato un pacco di patatine fritte in busta chiusa a due carabinieri. Questi ultimi si accorgevano, dopo qualche passo, che la confezione riportava una data di scadenza ormai superata. E subito elevavano un verbale al commerciante, ritenuto cosciente di avere messo in vendita «sostanze non genuine» facendole passare come «genuine». Secondo i giudici, il commerciante, pur consapevole che le «confezioni di patatine» erano scadute, aveva preferito continuare a tenerle in bella mostra per i clienti.

Sì alla vendita dei prodotti alimentari non deteriorati ma scaduti

Secondo la Cassazione il superamento della data di scadenza non è necessario per determinare un cattivo alimento. Ben si può mangiare una patatina fritta, un pacco di pasta o anche una confezione di formaggio se la scadenza è già sopraggiunta. L’importante è che l’alimento non sia stantio, degradato o deteriorato.

In generale, la messa in vendita di prodotti scaduti di validità integra un reato, anzi un reato particolarmente grave, trattandosi di delitto punito dal codice penale [3]. Ma ciò solo qualora sia concretamente dimostrato che la singola merce abbia perso le sue qualità specifiche: difatti il semplice superamento della data di scadenza dei prodotti alimentari non comporta, necessariamente, la perdita di genuinità degli stessi.

La Corte precisa che la dicitura riportata sulla confezione di alimenti recante l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il” ha un’importante valenza probatoria, posto che secondo la giurisprudenza, la messa in commercio di prodotti confezionati, recanti tale dicitura, caratterizzati dal presentare sulla confezione l’indicazione di una data spirata, non configura «alcuna ipotesi di reato, ma solo un illecito amministrativo [4]». Ciò in quanto, la rilevanza penale della commercializzazione di sostanze nocive «è legata non già al dato formale del commercio di alimentari la cui data di scadenza (o meglio, di preferibile consumazione) sia già spirata, ma – come correttamente messo in luce dai Giudici – al dato sostanziale della pericolosità in concreto», essendo, del resto, il reato di commercio di sostanze alimentari nocive reato di pericolo «per la cui sussistenza è necessario che gli alimenti abbiano, in concreto, la capacità di arrecare danno alla salute».

note

[1] Cass. sent. n. 38841/2016 del 13.09.2016.

[2] Cass. sent. n. 16108/18

[2] Art. 516 cod. pen.

[4] Artt. 10, comma 7 e 18, d.lgs. n. 109/1992.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 13 luglio – 20 settembre 2016, n. 38841

Presidente Andreazza – Relatore Scarcella

Ritenuto in fatto

Con sentenza emessa in data 14/10/2015, depositata in data 28/10/2015, la Corte d’appello di Lecce, decidendo in sede di annullamento con rinvio disposto da questa Corte con la sentenza n. 29751/2014, in riforma della sentenza del Tribunale di Taranto dei 24/05/2013, appellata dall’imputato, dichiarava non do­versi procedere nei confronti di C.L. in ordine al reato di cui all’art. 5, lett. b), della legge n. 283 del 1962 (capo a), perché estinto per prescrizione, rideterminando per l’effetto la pena, in relazione al reato di cui all’art. 516 cod. pen. (capo b), la pena in gg. 20 di reclusione, confermando nel resto l’appellata sentenza che lo aveva riconosciuto responsabile per fatti commessi in data 8/02/2009.

Ha proposto ricorso C.L. a mezzo del difensore fiduciario – cas­sazionista, impugnando la sentenza predetta con cui deduce un unico motivo, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen..

2.1. Deduce, con tale unico motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., in relazione all’art. 516 cod. pen. e correlato vizio di carenza della motivazione.

In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sostiene il ricor­rente, la sentenza sarebbe censurabile perché carente di motivazione sia in rela­zione alla presunta non genuinità della merce contestata, sia in relazione alla condotta di messa in vendita; si sarebbe resa indispensabile una più approfondi­ta motivazione per appurare se e come lo stato di non perfetta conservazione potesse avere inciso sulla genuinità del prodotto stesso; non vi sarebbe in atti alcuna elemento da cui evincere che la merce fosse destinata alla vendita e/o comunque alla distribuzione.

Considerato in diritto

II ricorso dev’essere dichiarato inammissibile per genericità e manifesta infon­datezza.

Ed invero, la Corte d’appello motiva su ambedue i profili di doglianza in ma­niera adeguata ed immune da vizi logici, evidenziando che, come emerso dalle dichiarazioni dei due carabinieri che avevano acquistato due buste di patatine scadute di validità, il prodotto aveva perduto le qualità essenziali (freschezza e fragranza) sicché sussistevano le condizioni per la configurabilità del reato in questione. Sul punto pacifico è l’orientamento di questa Corte, autorevolmente affermato dalle Sezioni Unite, secondo cui la messa in vendita di prodotti scaduti di validità integra il delitto di cui all’art. 516 cod. pen. (vendita di sostanze ali­mentari non genuine come genuine) solo qualora sia concretamente dimostrato che la singola merce abbia perso le sue qualità specifiche, atteso che il supera­mento della data di scadenza dei prodotti alimentari non comporta necessaria­mente la perdita di genuinità degli stessi (Sez. U, n. 28 del 25/10/2000 – dep. 21/12/2000, Morici, Rv. 217296). Nel caso di specie, per come emerso dalle di­chiarazioni dei due militari dell’Arma dei carabinieri – che, liberi dal servizio, ave­vano acquistato le buste di patatine presso un punto vendita gestito dal ricorren­te, mentre si trovavano allo stadio -, non solo era risultato che il prodotto fosse scaduto di validità ma, soprattutto, era stato accertato dagli stessi militari che le patatine avevano perduto le loro “qualità specifiche”, essendo invero indubbio che freschezza e fragranza delle patatine costituiscono qualità specifiche che il consumatore si attende dal prodotto in questione.

Quanto, poi, all’ulteriore profilo di doglianza, la Corte d’appello motiva sul punto indicando chiaramente che il prodotto non genuino era chiaramente desti­nato al commercio, in quanto le due confezioni di patatine erano state acquistate dai due carabinieri, liberi dal servizio, presso il punto vendita presso lo stadio e che altre confezioni dello stesso tipo erano presenti nei punti vendita dislocati all’interno della struttura, punti vendita la cui gestione era riconducibile alla per­sona dei ricorrente.

Con riferimento a tale motivo di doglianza, è dunque evidente la aspecificità del medesimo, non confrontandosi il ricorrente con la puntuale e convincente moti­vazione della Corte d’appello, idonea a confutare la censura difensiva, donde la stessa si appalesa inammissibile. Ed invero, è stato più volte affermato da que­sta Corte che è inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, che ripropongono le stesse ragioni già esaminate e ritenute infondate dal giudice del gravame o che risultano carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione im­pugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849).

II motivo si presenta, inoltre, manifestamente infondato, atteso che la perdita delle qualità specifiche del prodotto è stata attestata, come dianzi visto, dai due acquirenti, dovendosi altresì evidenziare, quanto alla questione della messa in vendita dei prodotto, che la maggiore o minore durata della detenzione, e la maggiore o minore imminenza della vendita, sono irrilevanti ai fini della configu­razione dei reato di cui all’art 516 cod. pen., oggettivamente integrato dalla rela­zione di fatto tra esercente e sostanza non genuina e soggettivamente completa­to dall’intenzione di esitarla come genuina (Sez. 6, n. 5353 del 20/12/1979 – dep. 23/04/1980, Cutino, Rv. 145114).

Nessun dubbio, infine, residua quanto al corrispondente elemento psicologico normativamente richiesto, come reso palese dalla condotta tenuta dall’imputato al momento dei fatto, avendo questi tentato di disfarsi, all’atto dei controllo, di alcune confezioni di patatine, gettandole nel cestino dei rifiuti, come emerge dal­la lettura dell’impugnata sentenza.

Alla dichiarazione di inammissibilità dei ricorso segue la condanna dei ricor­rente al pagamento delle spese processuali, nonché, in mancanza di elementi at­ti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento della somma, ritenuta adeguata, di Euro 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.q.m.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 13 luglio 2016.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 21 marzo – 11 aprile 2018, n. 16108
Presidente Fumu – Relatore Pavich

Ritenuto in fatto

1. In data 17 ottobre 2016, la Corte d’appello di Messina ha assolto V.A. dai reati a lei ascritti ex artt. 444 e 452 cod.pen. (capo A) e 590 cod.pen. (capo B), riformando così la sentenza con la quale la V. era stata condannata alla pena di giustizia e alle connesse statuizioni civili dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto il 21 luglio 2015, in relazione ai suddetti reati.
Alla V. è addebitato, nella sua qualità di titolare dell’omonima farmacia, di avere posto in commercio, in data 21 settembre 2008, sostanze alimentari nocive (una confezione di latte in polvere per lattanti (omissis) , scaduta dal 16 luglio 2008) per colpa consistita nell’omesso controllo della validità dei prodotti messi in vendita; così facendo, sempre secondo l’accusa, la V. cagionava lesioni guaribili in otto giorni in danno del neonato G.G. , cui era stato somministrato il latte in polvere suddetto.
I genitori del bambino, dopo avergli somministrato il latte in polvere, avevano notato che lo stesso presentava dolori addominali e febbre; successivamente si accorgevano che il latte in polvere era scaduto. Indi portavano il bimbo al pronto soccorso dell’ospedale di (omissis) , ove lo stesso veniva giudicato guaribile in otto giorni; tuttavia, a fronte del suggerimento di acconsentire al ricovero del piccolo in osservazione, i genitori rifiutavano, dichiarando di preferire che il bambino venisse seguito dal pediatra di famiglia.
In estrema sintesi, la Corte peloritana ha ritenuto mancare la prova del cattivo stato di conservazione del latte scaduto (prova necessaria, poiché il reato di cui all’art. 444 cod.pen. è reato di pericolo concreto) e della riconducibilità dei disturbi presentati dal bambino all’assunzione del suddetto alimento: prova che il giudice di primo grado aveva ravvisato in ossequio al principio dell’elevata probabilità logica, sulla base delle dichiarazioni dei genitori del bimbo e delle valutazioni espresse dal prof. C. e dalla d.ssa Cr. (consulenti di parte), i quali avevano ravvisato un “chiaro ed univoco” nesso di causalità tra la somministrazione del latte – ritenuto di “indubbia nocività” – e le lesioni riscontrate sul bambino.
2. Avverso la prefata sentenza d’appello ricorrono ai soli fini civili, per il tramite del loro difensore, G.P. e M.L. , in proprio e nella qualità di esercenti la potestà genitoriale sul piccolo G. , quali parti civili costituite.
I ricorsi, presentati con unico atto d’impugnazione, si articolano in due motivi.
2.1. Con il primo motivo gli esponenti lamentano vizio di motivazione per non avere la Corte di merito articolato una motivazione rafforzata, a fronte dell’ampio percorso argomentativo seguito dal giudice di primo grado. La Corte messinese ha attribuito rilevanza dirimente alla differenza fra “data di scadenza” e “data di preferibile consumazione”, laddove è accertato che il latte era scaduto da tre mesi, che il bambino era stato male dopo l’assunzione dello stesso, che i sintomi che egli presentava erano tipici dell’assunzione di latte andato a male, che il pediatra di famiglia aveva riscontrato come inequivocabili i sintomi suddetti, e che tutto ciò era stato riscontrato dai consulenti di parte civile. Il fatto che al Pronto soccorso la sintomatologia non venne direttamente riscontrata, ma fu solo “riferita”, non tiene conto delle dichiarazioni testimoniali del pediatra del Pronto soccorso, dott. A. , il quale ha riferito che il bambino accusava coliche addominali, ciò che evidentemente egli aveva personalmente verificato. A fronte di tutto ciò, non può avere rilevanza determinante l’esito negativo della coprocoltura, cui pure la Corte di merito annette rilevanza dirimente.
2.2. Con il secondo motivo gli esponenti denunciano illogicità della motivazione muovendo proprio da quest’ultimo profilo, ossia dalla rilevanza interruttiva del nesso di causalità attribuita all’esito della coprocoltura: esame, quest’ultimo, che venne tuttavia eseguito solo dopo la somministrazione al bambino di terapie antibatteriche (antibiotici). Vengono al riguardo richiamate per estratto le deposizioni del dott. Ga. , del prof. C. , della d.ssa Cr. e degli stessi genitori del bimbo, e se ne trae la conclusione che l’esito negativo della coprocoltura, proprio in quanto effettuato dopo la somministrazione di terapia antibatterica, non poteva assurgere a prova decisiva, contrariamente a quanto sostenuto dai giudici di secondo grado.
3. I difensori dell’imputata hanno depositato memoria in Cancelleria in data 5 marzo 2018, con la quale hanno confutato gli argomenti posti a base del ricorso delle parti civili.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso è infondato.
Si premette che il dovere di articolare una motivazione rafforzata, nel caso di decisione d’appello con la quale venga assolto l’imputato in riforma della condanna emessa in primo grado, consiste nell’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato (Sez. U, Sentenza n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 231679).
Nella specie, deve riconoscersi che la Corte di merito ha tenuto fede a tale impegno, illustrando convenientemente le ragioni del proprio convincimento contrario a quello del giudice di primo grado e della propria difforme valutazione del materiale probatorio.
Il percorso argomentativo seguito nella sentenza impugnata si appalesa, contrariamente a quanto ritenuto dai ricorrenti, completo e puntuale, con particolare riferimento ai punti qualificanti che di seguito si evidenziano.
In primo luogo, la dicitura (riportata sulla confezione di latte in polvere) secondo la quale il prodotto doveva essere consumato preferibilmente entro una certa data ha, effettivamente, una specifica rilevanza agli effetti della prova del reato: invero, è corretto il richiamo alla giurisprudenza di legittimità in base alla quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il…”, o quella “da consumarsi entro non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui agli artt. 10, comma settimo, e 18 del D.Lgs. n. 109 del 1992 (cfr. Sez. U, Sentenza n. 1 del 27/09/1995, dep. 1996, Timpanaro, Rv. 203094; Sez. 3, Sentenza n. 30858 del 27/06/2008, Amantia e altro, Rv. 240755). La rilevanza penale della messa in vendita di sostanze alimentari nocive è legata non già al dato formale del commercio di alimentari la cui data di scadenza (o meglio, di preferibile consumazione) sia già spirata, ma – come correttamente messo in luce dai giudici peloritani – al dato sostanziale della pericolosità in concreto: ed invero, è costante la giurisprudenza di legittimità nell’affermare che il reato di commercio di sostanze alimentari nocive è reato di pericolo per la cui sussistenza è necessario che gli alimenti abbiano, in concreto, la capacità di arrecare danno alla salute (ex multis Sez. 4, Sentenza n. 3457 del 19/12/2014, dep. 2015, Freda e altri, Rv. 262247; Sez. 1, Sentenza n. 3532 del 17/01/2007, Valastro, Rv. 235904).
Venendo al caso di specie, la Corte distrettuale ha evidenziato come manchino gli elementi di prova riguardanti la pericolosità in concreto del latte in polvere, sia con riguardo al modo in cui il prodotto si presentava esteriormente (la Corte di merito osserva che la stessa madre del piccolo, sentita in dibattimento, ha dichiarato che il latte era “lo stesso”, ossia non presentava alterazioni evidenti: vds. pag. 5 sentenza impugnata); sia con riguardo all’assenza di un’univoca riferibilità eziologica alla somministrazione di latte guasto dei sintomi accertati sul piccolo G. . A tale ultimo riguardo, vi è un ampio percorso motivazionale nel quale la Corte peloritana evidenzia come la maggior parte dei sintomi notati dai genitori del piccolo (la febbre, le feci verdastre ecc.) sia stata esclusivamente riferita dagli stessi – tra l’altro non senza talune incongruenze dichiarative, ad esempio in ordine al grado febbrile – e non sia stata oggettivamente riscontrata da alcuno dei sanitari, mentre l’unico sintomo che i medici ebbero a percepire direttamente (il dott. Ga. , lo stesso dott. A. del Pronto soccorso) fu costituito dalle coliche addominali: sulle quali però correttamente la Corte di merito osserva che si trattava di sintomo affatto aspecifico, ossia riferibile a più possibili cause, e dunque non necessariamente a un’intossicazione da latte in polvere avariato.
A riscontro di tale assunto, la Corte distrettuale evidenzia che tale sintomo si ripresentava a distanza di alcuni giorni e, in tale occasione, veniva disposta l’esecuzione di una coprocoltura, che dava però esito negativo; con l’evidente precipitato logico che, trattandosi di colica addominale non dovuta a cause batteriche, si palesava evidente la natura aspecifica e – per così dire – multifattoriale del disturbo de quo.
Sotto il profilo della rilevanza eziologica, quindi, non è possibile pervenire all’affermazione della dipendenza causale dei sintomi riscontrati sul minore dalla somministrazione di latte in polvere scaduto, atteso che il giudizio controfattuale, per poter condurre a simile affermazione alla stregua di un criterio di elevata probabilità logica, doveva basarsi sull’assenza di decorsi causali alternativi: ciò che non può affermarsi laddove le manifestazioni esteriori di una patologia che si assume cagionata dalla condotta incriminata siano, in realtà, riconducibili anche a fattori causali di natura diversa ed estranea a tale condotta.
Le ulteriori lagnanze articolate dai ricorrenti nel motivo in esame si appalesano di fatto protese a sollecitare una diversa valutazione di circostanze fattuali e di esiti istruttori, di stretta ed esclusiva pertinenza dei giudici di merito e incompatibile con il presente giudizio di legittimità (cfr. Sez. 6, Sentenza n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482).
2. Per ragioni analoghe è infondato anche il secondo motivo di ricorso, a sua volta teso a riproporre un’inammissibile rivalutazione del materiale probatorio.
È in primo luogo non rispondente al vero che sia stato decisivo, nella decisione dei giudici d’appello, l’esito negativo della coprocoltura eseguita sul minore, laddove tale circostanza – come si è detto poc’anzi – valeva unicamente a fornire riscontro alla ritenuta aspecificità del sintomo costituito dalle coliche addominali.
Ma soprattutto il nuovo insorgere di queste ultime in data 29 settembre 2008, a distanza di alcuni giorni da quelle iniziali regredite in seguito alla somministrazione di farmaci adeguati, è stato per l’appunto monitorato mediante l’esecuzione della coprocoltura, il cui esito negativo deponeva per l’assenza, in tale occasione, di batteri patogeni; in ciò, a ben vedere, la Corte di merito ha scorto la riprova che il manifestarsi di una colica addominale può avvenire indipendentemente dalla presenza di tali batteri e, dunque, per cause del tutto diverse da quelle ipotizzate nell’assunto accusatorio.
Si appalesa pertanto evidente che il percorso argomentativo della sentenza impugnata ha fatto buon governo, diversamente da quanto sostenuto dai ricorrenti, del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio in ordine alla configurabilità dei reati ascritti alla V. e alla riferibilità degli stessi alla condotta omissiva contestata a quest’ultima.
3. Al rigetto dei ricorsi segue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI