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Editoriali I testimoni di giustizia: lo Stato non fabbrica eroi

Editoriali Pubblicato il 12 luglio 2012

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> Editoriali Pubblicato il 12 luglio 2012

Devo confessare di non aver mai creduto nella forza dello Stato. Credo piuttosto nello spirito degli uomini singoli, che spesso hanno dato la vita per gli ideali in cui credevano. Il fatto che Falcone e Borsellino abbiano combattuto sino all’estremo sacrificio è solo una conseguenza della loro forza personale, ma non già di una capacità dello Stato a fabbricare eroi. È sbagliato scambiare queste persone per lo Stato. Lo Stato è solo un apparato, un contenitore. Il problema principale degli italiani, e soprattutto dei meridionali, è quello di cercare sempre una risposta dalle istituzioni, come se esse dovessero provvedere ad ogni esigenza della loro vita. E invece non si può aspettare che siano gli altri a toglierci le castagne dal fuoco.

Per questo è sbagliato chiedersi se “valga la pena vivere da cittadino onesto”. L’onestà è uno stato interiore, che prescinde dalle storture esterne. Sarebbe come dirsi atei solo perché la chiesa amministra male le cose divine. La corruzione di alcuni sacerdoti non potrebbe eliminare l’eventuale circostanza che Dio esiste.

Ogni volta che mi trovo a parlare in pubblico del problema dei testimoni di giustizia, c’è sempre qualcuno che mi chiede se, dal bilancio delle esperienze che ho raccontato su “Tra l’incudine e il martello: la denuncia di chi ha denunciato” , si possa parlare di convenienza nel denunciare i crimini di cui si è a conoscenza.

Si resta inorriditi nel sentire le storie dei testimoni, gente comune che ha avuto la sventura di assistere – da terzo spettatore o da vittima, come nel caso del racket – ad un reato e che ha deciso poi di denunciarlo, esponendosi alle ritorsioni della criminalità organizzata e, per questo, accettando un programma di protezione quasi sempre fallimentare. Gente che, poi, viene scambiata dalla comunità cosiddetta “civile” per pentiti (i cosiddetti “collaboratori di giustizia”), mentre pentiti non sono,  poiché che non hanno mai commesso alcun crimine.

Che dire di quel Testimone a cui è stato assegnato un nome di copertura di un Paese straniero, della cui lingua, tuttavia, non conosceva una sola parola! Il caso ha voluto che incontrasse un collega di lavoro proveniente dal medesimo Stato estero. Un episodio ragionato a tavolino da menti degne della migliore intelligence.

O di quel Testimone che non ha potuto accettare un contratto di insegnamento provvisorio poiché impossibilitato ad utilizzare le proprie generalità originarie, alle quali la supplenza era stata accordata!

O di quell’altro ancora che ha visto rifiutare l’iscrizione del figlio in una scuola, perché, a detta di alcuni, avrebbe rappresentato un pericolo per i compagni.

Che dire invece di quel Testimone delle cui due figlie solo una ha ricevuto il documento di copertura, mentre l’altra ha mantenuto le sue generalità, col rischio di essere entrambe riconosciute!

O di quello che, ormai giunto nella località protetta, ha scoperto che in molti conoscevano già la sua condizione e, forse, anche il suo vero nome! Circostanza peraltro prevedibile se si tiene conto che alcuni immobili dello Stato vengono impiegati ciclicamente per l’alloggio di Testimoni e collaboratori e pertanto sono tutt’altro che idonei a garantirne la mimetizzazione.

In alcuni casi, la tutela del Testimone è stata assicurata fino alle sette di sera, forse perché le nuove direttive sindacali impongono anche ai delinquenti un orario di chiusura. Un Testimone ha lamentato di non avere una scorta all’uscita del lavoro, pur essendo costretto a transitare per una via buia. Un altro ancora ha riferito di una scorta insufficiente: per cui, allontanandosi da casa con gli agenti, lasciava privi di tutela i familiari.

Alcuni Testimoni hanno segnalato difficoltà di accesso alle agevolazioni bancarie. Qualche istituto di credito avrebbe addirittura offerto mutui a tassi superiori rispetto a quelli praticati al pubblico, stimando il Testimone un soggetto ‘a rischio’.

Ecco, questi eroi scoprono a loro spese come la giustizia sia diventata una mantide pagana senza più religiosità, che uccide proprio coloro che la sposano. Chi chiede giustizia scopre che ormai esiste solo la legge.

L’interrogativo che poi alla fine ci si pone sempre è, se nelle stesse circostanze, anche noi avremmo compiuto un atto di eroismo (e altruismo) simile a quello dei testimoni di giustizia. Un atto che non comporta il sacrificio di una mattinata in questura, a riempire scartoffie per consentire alle autorità di assicurare alla giustizia i criminali; ma che implica il sacrificio di una intera vita, trasferiti a destra e sinistra, sotto falso nome, senza documenti, senza lavoro, senza famiglia, senza amicizie, senza una identità “sociale”.

Per fortuna c’è che l’uomo, per usare le parole di Coelho, ha bisogno di quello che ha in sé di peggiore per raggiungere ciò che di migliore esiste in lui.

In realtà non si sceglie di “fare” i testimoni. È una questione che attiene piuttosto all’ “essere”. Lo si è dentro, da sempre. Come chi non riesce a buttare una cartaccia per strada. Ecco perché dico che l’essere bravi cittadini non è una valutazione che si fa a tavolino, soppesando la forza dello Stato nel tutelarci. È invece una questione morale, che attiene all’intimo di ogni persona.

Molti italiani non sono capaci di sacrificio per il loro Stato, non rispettano il lavoro proprio e quello degli altri, deturpano l’ambiente, disprezzano i loro più prossimi vicini – è stato inventato anche un nome apposito: si dice campanilismo. Si odiano a vicenda, si schierano dietro ideologie vetuste, si combattono sotto le insegne di partiti, sezioni, sezioni di sezioni. Non conoscono il significato del senso civico, gli italiani. E per questo sono conosciuti in tutto il mondo.

Mors tua, vita mea”, ripete a memoria il furbetto, attribuendo alla furbizia una connotazione positiva, la stessa furbizia a cui invece Collodi volle dare il volto di una volpe sudicia e rappezzata.

La criminalità vanta una storica conoscenza dell’individualismo italiano. Fa leva su di esso, sulla solitudine profonda che sente il cittadino nei confronti della collettività e dello Stato. Così, prima lo seduce, poi lo minaccia.

“Ulisse”, uno dei testimoni che ho intervistato, mi ha detto qualcosa di fortissimo: “In realtà non si sceglie di testimoniare: è la tua vita a cambiare automaticamente nel momento in cui vedi davanti a te del sangue sgorgare e una vita spegnersi”.

In genere, si scrivono storie quando si è consumata la generazione che le ha ascoltate dalla viva voce. Nel caso dei testimoni, però, non c’è mai stata una generazione che ha ascoltato le storie dalla viva voce. Anche perché “la viva voce” non può parlare…

L’immagine del presente articolo è un’opera fotografica di Massimiliano Palumbo (http://lens.ilcannocchiale.it/)


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