Diritto e Fisco | Editoriale

La giustizia privata della rete

29 giugno 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 giugno 2012



I rischi della giustizia privata della rete, più facile e immediata, ma più vantaggiosa solo per i soggetti economicamente forti.

Internet Service Provider e titolari dei contenuti stanno studiando, ormai da anni, il modo migliore per bypassare i giudici. Del resto, le aule dei tribunali sono costose; i tempi per una sentenza sono estenuanti. Dall’altro lato, la rete ha una velocità di diramazione delle notizie (e anche dei danni) con cui nessuna riforma della giustizia potrà mai concorrere.

I rischi di una moltiplicazione delle cause preoccupano tanto gli intermediari quando le industrie dei contenuti, giunte ormai al collasso.

In questo mare di incertezza, tutto sembra portare internet all’antico west, dove il diritto era quello della pistola più veloce.

Una giustizia privata, applicata dagli stessi provider, dai fornitori di servizi elettronici, dalle piattaforme, dai social network, dai blogger. Come, del resto, biasimarli? Ogni giorno si legge di nuovi enforcement, leggi bavaglio, aumento dei livelli di guardia. La net neutrality,sancita dalla direttiva europea sul commercio elettronico e dalla Corte di Giustizia, viene sempre più spesso calpestata. Così, tutti si regolano un po’ da sé, giustificandosi con “l’essere a casa propria”.

Questo è lo scenario: un mondo (virtuale) dove ognuno cerca di tutelarsi con sistemi di auto censura privata. Sistemi, però, che tornano efficaci solo su un piano pratico. Perché, vuoi o non vuoi, nelle maglie della inquisizione ci finiscono spesso gli innocenti. E non ci vuole nulla perché una politica censoria o più restrittiva di un sito possa, nello spazio di una notte, spostare milioni di click da un indirizzo a un altro.

YouTube, per esempio, utilizza “Content ID”, una tecnologia gratuita e automatica, che consente al titolare di diritti protetti dal copyright di identificare video o audio pirata, caricati sulla piattaforma dagli utenti. A seguito dell’identificazione, il proprietario può disporre, in perfetta autonomia, il blocco del contenuto (che pertanto scomparirà da YouTube), l’eliminazione dell’audio o il tracciamento. Il tutto senza quindi l’intervento di un giudice o di YouTube stesso. Una giustizia self service.

In verità, nella rete dei filtri finiscono anche tracce audio che semplicemente “assomigliano” a quelle protette. Una volta avevo caricato un video privato, con il commento audio di una musica freeware (gratuita e liberamente utilizzabile). Forse però il motivetto era simile ad altro protetto dal copyright; così i filtri di YouTube hanno censurato l’audio, rimuovendone la traccia.

Google, dal canto suo, ha optato per una “politica della trasparenza”, pubblicando il Transparency Report: un elenco delle istanze, inoltrate al motore di ricerca dai titolari dei diritti d’autore, per ottenere la rimozione di link lesivi del copyright. Tra i principali richiedenti ci sono la Microsoft e la celebre RIAA, il consorzio delle major del disco (da sempre impegnata in una acerrima lotta al peer to peer).

Aumentano anche le richieste di rimozione di contenuti, animate da finalità politiche. La guerra contro gli intermediari era iniziata per la musica: ora si sta espandendo anche ai regimi. Ma non solo: a implorare rimozioni sono anche i governi occidentali. Chi sta al potere, insomma, non ama mai che si parli male di sé.

Il governo che ha inoltrato il maggior numero di richieste sono gli Stati Uniti (+103% rispetto ai sei mesi precedenti), seguiti da Regno Unito, Germania e Spagna. Fortunatamente, Google ha soddisfatto solo l’8% di tali domande: democrazia inguaribile del web.

Non stupisce come, in una tale situazione, si inseriscano anche le diatribe religiose. Qualche giorno fa, l’Uaar (associazione per la tutela dei diritti civili degli atei e agnostici) ha indirizzato una lettera a Facebook, colpevolizzandolo di una politica censoria e discriminatoria ai danni di pagine anticristiane e anticattoliche.

Stando alle accuse, il social network blu avrebbe obbedito alla richiesta di cancellazione già solo dopo le segnalazioni degli interessati. Un sistema da ghigliottina francese. Sebbene l’attività censoria possa essere considerata una prerogativa del titolare di un portale, è anche vero – scrive l’Uaar – che “Facebook si è rivelato uno strumento prezioso per promuovere le aspirazioni democratiche di diversi popoli”; e pertanto, in un paese democratico quale dovrebbe essere il nostro, decisioni come quelle descritte possono fortemente condizionare e reprimere i diritti dei cittadini.

La foto del presente articolo è un’opera artistica di Dantemanuele De Santis, DS Photostudio, ©. Ogni riproduzione riservata.

 

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